giovedì,Ottobre 6 2022

Alberto Ventura, la vita sulle tracce di Dio e Dio sulle tracce del genere umano

Era studioso vero, proprio perché non solo chiuso in studio e comunque mai dimentico della biblioteca e del testo.

Alberto Ventura, la vita sulle tracce di Dio e Dio sulle tracce del genere umano

Apprendiamo con vivo senso di dispiacere e sconforto della scomparsa del professore Alberto Ventura, tra i più insigni islamologi (dicitura che avrebbe respinto) di tutta l’accademia Italiana negli ultimi decenni.

Ventura era stato il faro di un approccio antiretorico alle fonti dottrinali, che fossero di matrice sciita o sunnita: amava confrontarsi col testo, che maneggiava con la pazienza di una immensa officina esegetica. Lo dimostrano i suoi studi.

Se Campanini aveva impostato una riflessione critica sulla politologia nell’arabismo contemporaneo, rinvenendo nella rilettura coranica precetti che coprivano dal diritto contrattuale alla dottrina dello Stato, dal diritto societario a quello internazionale, Ventura aveva dimostrato quanto fosse stucchevole, sin dalla analisi dei dettami religiosi, concepire un Islam esclusivamente “confessionale”, privo cioè di riferimenti alle culture, alle istituzioni, alle letterature.

Alberto Ventura era e ci risulta a tutti gli effetti essere ancora un uomo del dialogo, vero e profondo e sincero. Non confinato alla cristallizzata grazia del suo incedere testuale, che pure stilisticamente riusciva a preservare una cifra comunicativa altrimenti inedita alla sua rotondità etica, ma proiettato alle più immediate sfide secolari.

Aveva più volte detto che, se davvero i pubblici poteri si mostravano insensibili alle esigenze di una crescente popolazione musulmana in Italia, sbarrando la strada a ogni intesa, sarebbe stato necessario pensare a una nuova coloritura nella legge generale di libertà religiosa, più attenta agli sforzi che il Costituente faceva quasi ottanta anni addietro e che oggi invece una classe politica disattenta e consapevolmente elettoralistica disattende in spregio ai diritti di tutti, non solo a quelli di “minoranza” (altra marca che Alberto detestava).

Sul piano giuridico-secolare, era peraltro persona di grande mitezza e lucidità. Disprezzava che la risposta securitaria formulata dai pubblici poteri e talora dalle stesse forze di polizia, in materia di antiterrorismo, fosse un generico appello a una repressione e a un diritto penale dell’autore e dell’emergenza (non del diritto e della garanzia e del fatto), usato come clava per acquisire facoltà preventive di ispezione giudiziaria e non contro comunità di senso resistenti alle narrazioni imposte.

Non era viepiù solo spirito severo, proiettato alle sfide intrinseche di una ricerca scientifica che in questa selva regolativa scontava il pegno di una legislazione inadeguata al diritto allo studio, alla libertà di insegnamento e discenza, ma animo pronto a istituire sensibilità nuove a presidio di quelle libertà sulle quali abbiamo creduto di riposare.

Era conoscitore del lirismo arabo-siculo, della sua sensualità controculturale, della tradizione antagonista dell’Islamismo politico anglofono e francofono, della immensa ricchezza culturale della poesia mediterranea non solo di tema religioso. Era studioso vero, proprio perché non solo chiuso in studio e comunque mai dimentico della biblioteca e del testo.

Il suo impegno era fecondità in movimento: slancio umano, coerenza interiore, impegno sostanziale nelle collane e nelle riviste. Se il sapere è una fiaccola e se il dialogo interculturale è la linfa, Alberto Ventura è per noi fuoco e clorofilla di cui sentiremo mancanza ma che continuando a leggere ameremo ancora di più.

Hanno collaborato:
Ahmed Berraou (UCOII CALABRIA)
Francesco Iacopino (segretario Camera Penale Catanzaro)
Gianfranco Macrì (Presidente Laboratorio Interculturale Mediterraneo Est)

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