venerdì,Dicembre 9 2022

La riflessione | La Meloni vince in un mare di fango e scorie

Letta e il suo PD hanno completamente sbagliato strategia, Salvini ha affondato la Lega, Calenda non sfonda e il M5S risorge dalle ceneri

La riflessione | La Meloni vince in un mare di fango e scorie

L’astensione si conferma, sopra ogni suo altro precedente risultato, primo partito, con circa il 36%; soprattutto nella circoscrizione Esteri il risultato è puntellato dai “brogli istituzionali” di un sistema che meriterebbe più facilità e trasparenza, ma il dato è chiaro. Quasi quattro italiani su dieci non votano e non oggi: non votano più e forse molti di loro continueranno vita natural durante a non votare.


Nel vuoto, la vittoria piena è quella di Giorgia Meloni e dei suoi Fratelli d’Italia: una vittoria camaleontica che è passata dal piccolo e compattissimo partito di destra sociale di cinque anni fa alla prima forza italiana, la prima storicamente mai esistita nata a destra ad avere pressoché un quarto del consenso elettorale. Giorgia Meloni può intestarsi i gradi del generale in trionfo. Ha modellato l’allargamento di FdI durante l’opposizione al governo Draghi: opposizione vaga e rumorosa, non di vero scollamento rispetto alla maggioranza di unità nazionale (anche perché negli enti locali sempre al traino dei partiti di destra a quel governo vicini), ma percepita come tale, come voce contro, che andava sempre a danno del mainstream di turno. No, ma poi sì, al PNRR; no, ma poi sì, alle misure antipandemiche; no, ma poi sì, ai grandi dossier internazionali. In questa condizione anfibia – opposizione percepita contro fondamentale acquiescenza allo stato di cose – è nata la terza fase di Fratelli d’Italia, quella della vittoria debordante e senza precedenti: una campagna elettorale con pochi schiamazzi, e più tirati dagli altri che non lanciati in proprio, a rivendicare un fil rouge (o noir) di credibilità, di connessioni internazionali, di autorevolezza data dall’aspettativa di vittoria.


Il disastro sta altrove, anche nella coalizione delle destre modellata sin qui sul “fratelli coltelli”, più che sul “Fratelli d’Italia”: la Lega Nord, ad esempio. Mollato il partito nazionale intorno al Salvini, quel partito un po’ urlante, un po’ cialtrone, un po’ pragmatico, che voleva conquistare un terzo dell’elettorato. È finito intorno al 9: una buona Lega di Bossi, nei numeri, ma incaniata, dilaniata, ormai presa tra tre tronconi che smembrandosi farebbero la scissione dell’atomo (un lato governista moderato, la base più autentica degli amministratori locali, i fedelissimi poi di un leader non più maximo). Oggettivamente eccezionale la tenuta – in altri tempi sarebbe apparsa miserrima – di Forza Italia, che tra il 7 e l’8 % conferma la sua esistenza e l’esistenza in fondo di un elettorato e di un nucleo dirigente che non è andato dietro né alla favola calendiana del liberalismo di massa né alle sirene di una nuova destra da collocare tutta altrove. Un parco Berlusconi a disseminare trucchetti mediatici ma anche ad apparire il volto affidabile, saggio, senior, del carrozzone.


Flop cospicui soprattutto dall’altra parte: Letta e il suo PD hanno completamente sbagliato strategia. Volevano fare la creatura intermedia tra l’area di governo filoeuropea e filo atlantica della fu (o mai stata) agenda Draghi e un nuovo partito socialista europeo, spostato a sinistra sui diritti civili e sulle prestazioni pubbliche. Non è stato creduto: avrebbe forse saputo continuare a farlo, ma non è quello che serviva o inutile lo hanno considerato gli italiani. Nonostante tutto quello che diremo nelle prossime ore, Calenda non ha sfondato: non ha superato Forza Italia, innanzitutto, mentre gli ultimi due mesi facevano spesso scrivere sui social ai due leader scavezzacollo un futuro da terza forza. Tiene a un ottimo 7/8%, che quasi raddoppia le percentuali dei primissimi sondaggi, ma che è un bicchiere mezzo vuoto: Monti nel 2013, largamente in doppia cifra, fu etichettato come un fallimento.


Male i battitori liberi che volevano proporsi oltre tutto e tutti: non entra nessuno. E anche nelle coalizioni i partiti stampella (Di Maio da una parte, Toti dall’altra) stanno al momento ben sotto l’uno percento. Se ne avvantaggia il Movimento Cinque Stelle, araba fenice di un voto apparentemente contro, nonostante un quinquennio a favore di tutto. Conte, così plasticamente inadeguato in tante conferenze stampa dei mesi peggiori nell’epidemia, è riuscito nel miracolo di acchiappare tantissimo voto scontento a sinistra e molto voto “né destra né sinistra”. Vittoria anche qui però a metà: la goduria assoluta sarebbe stata scippare il secondo posto proprio agli ex alleati del PD. Lì, sarebbe stato il big bang. Oggi lo scenario è questo: un mare di fango, pieno di alghe e scorie. E l’orizzonte non si vede poi così chiaro.