venerdì,Febbraio 3 2023

Quando a Cosenza la droga era un tabù, anche per la ‘ndrangheta

Fino al Duemila il narcotraffico rientrava fra le attività clandestine dei clan locali, ecco come si è evoluto il fenomeno criminale

Quando a Cosenza la droga era un tabù, anche per la ‘ndrangheta

Il traffico di droga rappresenta oggi la principale entrata nel bilancio della cosche cosentine. Merito soprattutto della cocaina, che con un prezzo di mercato che si assesta sulle cento euro al grammo, assicura loro introiti quotidiani e vertiginosi. Non è andata sempre così, nel senso che c’è stato un tempo, neanche troppo lontano, in cui i clan reputavano lo spaccio di stupefacenti un’attività disonorevole, da praticare al più in modo clandestino. Un tabù insomma.

Spacciatori solitari

I narcotici, infatti, diventano un business ufficiale del crimine organizzato cosentino solo dal Duemila in poi, L’evoluzione del fenomeno in termini commerciali è ben descritta nell’informativa finale della Questura sulla confederazione guidata da Francesco Patitucci sgominata lo scorso primo settembre. Negli anni Sessanta e nel decennio successivo, a Cosenza la droga era assimilabile al circuito della controcultura più che a quello del crimine. Spacciatori solitari, reperibili per lo più nella zona di Lamezia e Crotone, erano i fornitori dei giovani alla ricerca di sostanze in grado di alterare ed estendere le loro percezioni sensoriali per motivi politici, religiosi o di semplice svago. Tossicodipendenza era allora un termine pressoché sconosciuto, un vizio da ricchi.

La contrarietà dei boss

Nella città dei Bruzi, poi, di droga non si poteva neanche parlare in virtù dell’embargo imposto dal vecchio padrino Luigi Palermo alias “U zorro”. Tutto cambia a partire dal 12 dicembre 1977, il giorno della sua morte. Cosenza sprofonda in un sanguinoso conflitto che vede gli emergenti del clan di Franco Pino contrapposti al gruppo che raccoglie l’eredità di Palermo, capitanato da Franco Perna. Quest’ultimo continua a essere un feroce oppositore della droga, ma intorno a lui i suoi uomini cominciano a vederla diversamente. Da Giuseppe Vitelli a Francesco Tedesco, passando per Roberto Pagano, sono diversi i collaboratori di giustizia che, in seguito, ammetteranno come il gruppo spacciasse a tutto spiano all’insaputa del capo.

Anche i gangster muoiono

Siamo negli anni Ottanta, decennio che segna il boom dell’eroina. Anche Cosenza partecipa a quella sbornia che lascia sulle strade decine e decine di morti per overdose, bilancio luttuoso di una generazione decimata dalla tossicodipendenza. Anche i gangster non sono immuni al contagio. Nel 1980 i fumi dell’eroina annebbiano la mente, fin lì criminalmente lucidissima, di Carlo Rotundo, braccio destro di Perna che, dimentico delle più basilari regole di autoconservazione, scende incautamente dalla sua auto blindata in corso Plebiscito esponendosi in modo fatale al fuoco nemico. La droga, sempre lei, rende inaffidabili agli occhi dei loro “amici” Michele Lorenzo e Alfredo Andretti, epurati dai rispettivi gruppi nel 1985. Sei anni più tardi, per le stesse ragioni si opta per la soppressione di Demetrio Amendola. Insomma, se i boss sono contrari a favorire la circolazione delle polveri bianche e nere, un motivo c’è.

Cocaina, roba da vip

In quel periodo la cocaina è ancora poco considerata. È fuori mercato, roba da vip. Il gruppo Pino-Sena la introduce sempre nel 1980, ma con scarsi profitti, ragion per cui l’esperimento dura poco. Lo spaccio di droga continua a essere un’attività secondaria rispetto alle estorsioni, ma il quadro muta radicalmente nella seconda metà del decennio. L’ascesa della banda Bartolomeo-Notargiacomo, secessionisti dal gruppo Perna, le conferisce centralità strategica. I killer di Sergio Cosmai, giovani e pronti a tutto, mettono su un vero e proprio esercito e puntano a monopolizzare il narcotraffico in città. «Perna non vuole, la droga non si tocca» è il pretesto che gli ex alleati utilizzano per dichiarare aperte le ostilità nei loro confronti. Il nuovo risiko cosentino parte proprio dall’aggressione agli spacciatori della nuova batteria che tra gambizzazioni, pestaggi e torture, battono in ritirata l’uno dopo l’altro. Un ulteriore lancio di dadi segnerà poi l’inizio di una guerra di mafia, la seconda, che si conclude con la disfatta dei secessionisti.

Gli anni spudorati

La droga c’è fin dal principio. Tutti la cercano, ma nessuno la vuole. «Io non ho mai trafficato in stupefacenti» ha dichiarato di recente lo stesso Franco Pino durante un processo, segno di come, a tanti anni di distanza, alcuni temi sensibili siano trattati ancora con un certo pudore. Per far sì che lo spaccio diventi un core business del crimine cosentino bisognerà attendere gli anni successivi al processo “Garden”, la nascita della Nuova confederazione e l’alleanza militare da essa stipulata con gli zingari. «Non a caso – scrive la polizia nell’informativa – risale alla stagione 2000-2001 il patto stipulato tra le due organizzazioni in tema di stupefacenti: la nera (l’eroina) ai nomadi e la bianca (la cocaina) agli “italiani”, con quest’ultimi, titolari del commercio più redditizio, che si impegnano a versare una quota dei loro profitti agli alleati».

Fine di un tabù

Non sono ammesse intromissioni esterne e ne sa qualcosa il gruppo di spacciatori che, in quel periodo, prova a ritagliarsi uno spazio autonomo nel mercato cittadino. Il progetto di Giuseppe Giugliano però si infrange subito, con una raffica di piombo che lo uccide nel suo negozio di generi alimentari del centro storico. Anche il patto fra zingari e italiani si rivela di breve durata. Le ripetute violazioni agli accordi, sia da una parte che dall’altra, creano tensioni nei due gruppi che, a novembre del 2000, arrivano al punto di non ritorno. Una squadra di killer della cosca dei nomadi, infatti, tende un agguato mortale ad Aldo Benito Chiodo, uno dei garanti del patto della droga. E la sua morte pone fine, di fatto, a quella fragile unione e segna anche una svolta culturale nella malavita. Nel ventennio successivo e fino ai giorni nostri, il narcotraffico non sarà più un tabù, bensì causa ed effetto di alleanze, rotture e rimescolamenti di carte. Ma questa è un’altra storia.

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