lunedì,Gennaio 30 2023

Bergamini, l’esperto che ricostruì la dinamica della tragedia fa dietrofront

Nel 1989 ipotizzava che il calciatore fosse in piedi prima di essere investito, ma oggi cambia idea: «Non sapevo fosse già a terra, l'avete accertato solo dopo»

Bergamini, l’esperto che ricostruì la dinamica della tragedia fa dietrofront

«Non mi hanno dato la possibilità di visionare il camion, non avevo molti elementi a mia disposizione. Se potessi tornare indietro, rifiuterei quell’incarico». Il professor Pasquale Coscarelli è il perito che il 28 novembre del 1989, su mandato della Procura di Castrovillari, si reca al km 401 della Statale 106, per ricostruire la dinamica dell’incidente in cui, dieci giorni prima, ha perso la vita Donato Bergamini. Trentatré anni dopo, si è presentato sulla scena del processo contro Isabella Internò per prendere le distanze da ciò che scrisse all’epoca. In particolare, da quella certezza messa nero su bianco nella sua relazione, anche se lui oggi non vuole che si chiami neanche così. E cioè che, un attimo prima di essere investito Bergamini fosse di sicuro in posizione eretta.

«Non sapevo fosse già a terra»

Del resto, solo due settimane prima era stato il plurititolato medico legale Vittorio Fineschi ad affermare il contrario, e cioè che «Bergamini era già cadavere, disteso sul selciato stradale», circostanza per lui pacifica, «venuta fuori in maniera oggettiva». L’eco di affermazioni così perentorie deve essere arrivata anche alle orecchie di Coscarelli. L’anziano perito quasi non ne fa mistero mentre retrocede le proprie teorie di segno opposto al rango di mera «invenzione», tant’è che rivolgendosi a giudici e pm aggiunge: «All’epoca io non sapevo che fosse già a terra, lo avete accertato solo dopo». Il presidente della Corte prova a riprenderlo: «Professore, noi non abbiamo accertato ancora nulla», senza riuscire a fermare la sua opera di autodemolizione. Ma cos’è che scriveva all’epoca l’esperto cosentino in infortunistica stradale?

L’investimento atipico

Secondo lui quello di Bergamini era stato un investimento atipico, per riprendere una definizione utilizzata trent’anni dopo da Giorgio Bolino. In estrema sintesi, Il calciatore non sarebbe stato abbattuto al suolo né sbalzato in avanti o trascinato dopo l’impatto, ma «caricato» sulla parte frontale dell’automezzo in frenata e poi rilasciato al suolo dopo pochi metri, finendo così “pinzettato” dalla ruota anteriore destra. Tutto ciò spiegava, a suo avviso, perché Denis non presentasse ferite su altre parti del corpo all’infuori di quelle provocate dal passaggio dello pneumatico sul bacino.

Come ha fatto a non vederlo?

Quel camion, poi, avanzava a trenta km orari, circa otto metri al secondo. E stando sempre agli accertamenti fatti dall’allora consulente della Procura, con l’ausilio degli anabbaglianti l’autista poteva vedere fino a cinquanta metri dal proprio naso. Bergamini si trovava in fondo a un rettilineo, subito prima di una curva: come ha fatto Pisano a non accorgersi di lui, in piedi o disteso che fosse? L’unica spiegazione possibile è che, per cinque o sei secondi, abbia percorso quel tratto alla cieca. A occhi chiusi o a fari spenti. «Sono davvero dispiaciuto» aggiunge il testimone prima di congedarsi, e quasi d’impeto chiede alla Corte di non tenere in alcun conto la sua relazione scritta nell’89. Che alla fine, però, è stata acquisita agli atti.

Tocca a Pisano, Padovano in panchina

Nel frattempo, sta per arrivare finalmente il turno di Raffaele Pisano. Il camionista rosarnese oggi ultraottantenne, sarà sentito in aula il prossimo 24 novembre e, in caso di assenza giustificata, il suo posto sarà preso da un altro testimone chiave del processo: l’ex calciatore Michele Padovano.   

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