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Caso Bergamini, nel bar di Roseto c’è una «ragazzina in lacrime»

Sentito in aula il titolare del locale nel quale Isabella Internò si recò a telefonare dopo la tragedia del 18 novembre 1989

Caso Bergamini, nel bar di Roseto c’è una «ragazzina in lacrime»

Mario Infantino, trentatré anni dopo. Il titolare del bar di Roseto Capo Spulico nel quale Isabella Internò si recò dopo la morte di Donato Bergamini si è presentato oggi in aula per ricordare i momenti drammatici e concitati del 18 novembre 1989, quando l’allora «ragazzina» Isabella si presenta da lui in compagnia di Mario Panunzio, automobilista di passaggio, e chiede dei gettoni per telefonare. «Gliene ho dati una decina, ma non so a chi abbia telefonato». Di lei Infantino dice di rammentare le lacrime, ma per il resto i suoi saranno solo una sfliza di ricordi mancati o cattivi.

Ottantadue anni, passo malfermo, mezzo sordo e con problemi alla vista, Infantino non era certo il migliore dei testimoni a cui affidarsi. In aula è stato comunque semitorchiato, perché in passato la sua memoria era stata meno fallace. Sette giorni dopo la tragedia, infatti, che tre erano le telefonate fatte da Isabella – alla mamma Concetta Tenuta, all’allenatore Luigi Simoni e al calciatore Francesco Marino – e poi l’orario dell’apparizione di quella «ragazzina che piangeva» nel suo locale, indicato a caldo nelle 19.30 e ieri, invece, un po’ così: «Saranno state le 17, ma forse anche le due o le quattro». Anche per questo, nel mezzo dell’udienza, le parti processuali hanno convenuto di non contestare le sue risposte, acquisendo i verbali con le sue dichiarazioni datati 1989, 2013 e 2017.

Proprio su un evento verificatosi in quest’ultimo anno si è concentrato poi il patrono di parte civile, Fabio Anselmo. Nel 2017, infatti, la polizia giudiziaria si presenta a casa di Infantino e parla con sua moglie, Rosa Basile, riportando poi il contenuto di quel dialogo in un’annotazione di servizio. La donna spiega loro di aver accompagnato Isabella nel bagno di casa, ubicato nello stesso stabile del bar ma al piano superiore, e la descrive sotto shock e scossa da un fremito nervoso. «Buttato… buttato… buttato», ripeteva in continuazione. Gli agenti riferiscono di come quel giorno la Basile avesse ricevuto notizie su un responso medico che la riguardava. «Un brutto responso» che l’avrebbe resa, dunque, incapace di rendere dichiarazioni. Probabilmente era questo il dubbio che Anselmo avrebbe voluto sollevare. Avrebbe, perché dopo aver duellato sul punto con i difensori della Internò, Angelo Pugliese e Pasquale Marzocchi, la sua richiesta di sentire in aula la donna e anche i due poliziotti non è stata accolta. La Corte ha ritenuto superfluo procedere in tal senso.

Dal canto suo, Infantino non ricorda neanche che in quel periodo la consorte avrebbe versato in cattive condizioni di salute, ma tant’è: un’altra cosa che non sapremo mai è se quella sera nel bar vi fosse anche il figlio dei titolari, Ciro Infantino, all’epoca diciassettenne. Sempre nella famosa annotazione, i due sottoufficiali di pg raccolgono una sua confidenza: quella sera avrebbe sentito Isabella dire a proposito di Bergamini: «E’ morto, ma la macchina l’ha lasciata a me». Anche in questo caso, i giudici hanno ritenuto inutile convocarlo per chiarire la vicenda.

L’udienza è servita poi a recuperare la testimonianza di Franca Valerio, cognata di Rocco Napoli e ad acquisire quelle di Luigi Putignano e Salvatore De Paola, due barellieri intervenuti sul posto per portare il corpo del calciatore in obitorio. Entrambi si sono lamentati delle spese sostenute per arrivare a Cosenza una volta appreso che le stesse non sono rimborsabili, ma doglianze analoghe sono state espresse in conclusione anche da Infantino. Del resto, già nel 1989 a colloquio con l’allora pm Ottavio Abbate, proprio il titolare del bar si era rammaricato del fatto che la Internò non avesse ancora provveduto «a pagargli le telefonate» fatte quella sera. Prossima udienza il 2 febbraio.    

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