lunedì,Marzo 4 2024

Rende, Petrusewicz replica ad Orrico, Tavernise, Principe e De Rose: «Insinuano senza conoscere»

La vicesindaca: «Il Psc che criticano è un piano moderno per una città giusta ed inclusiva. Per il resto inorridisco dinanzi ad accuse mascherate da invocazioni»

Rende, Petrusewicz replica ad Orrico, Tavernise, Principe e De Rose: «Insinuano senza conoscere»

La vicesindaca vicaria di Rende Marta Petrusewicz è stata negli ultimi giorni al centro di una serie di discorsi portati avanti dall’opposizione comunale e dagli esponenti del Movimento 5 Stelle. A margine di un week-end di riflessione ha inteso replicare entrando nel merito.

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«Accuse pesanti mi sono state rivolte da parte di due esponenti del M5S – ha detto -. Si tratta dell’onorevole Anna Laura Orrico e del consigliere regionale Davide Tavernise. Sostengono che io avvalli chissà quali malefatte di un’amministrazione che andrebbe sciolta al più presto e di una maggioranza antidemocratica e, pertanto, di partecipare a scrivere “una brutta storia della democrazia”. Negli ultimi giorni, simili insinuazioni nei miei confronti sono state esternate dai consiglieri comunali di Rende, Sandro Principe e Massimiliano De Rose. Parlo propriamente di insinuazioni, anche se mascherate da invocazioni, che sono tanto più insidiose quanto mai specificate o argomentate».

Al centro della questione sta ovviamente il PSC approvato la scorsa settimana a margine di un consiglio comunale sui generis. Se per Petrusewicz la fumata bianca è arrivata «dopo otto anni di fatiche e rinvii», Orrico e Tavernise liquidano la questione con «l’impressione che gli interessi sono molto pressanti». Un affondo che l’assessore ha definito «un altro esempio brutto di insinuazione insidiosa».

«Tristemente – ha aggiunto la vicesindaca – la dichiarazione dei due politici dimostra anche la loro ignoranza e l’indifferenza verso l’oggetto in questione, come se il contenuto del PSC non avesse l’importanza alcuna e non valesse la pena di studiarlo. Perché, invece, io sono convinta da questo piano? Da cittadino/a, come occasionalmente facciamo tutti, mi pongo delle domande come sia e come vorrei che si sviluppasse la città in cui vivo. Da studiosa, sono abituata a documentarmi prima sulle carte e di farmi spiegare ciò su cui non ho competenze. In altre parole, studio».

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«Tra le domande che ho posto al nuovo PSC, ci sono quelle sulle compenetrazioni tra spazi pubblici e residenziali; spazi verdi; spazi sociali; il significato del consumo 0 del suolo; la qualità dell’aria; la valorizzazione dello straordinario patrimonio paesaggistico; i presidi territoriali della salute; le norme regionali, europee e quelle “dei nostri sogni” e tante altre ancora. Le risposte tanto dei documenti che quelle degli architetti e dei tecnici che lavorano sul progetto da 7-8 anni – ha evidenziato Petrusewicz – mi restituiscono un quadro che mi piace: un piano moderno, per una città giusta e inclusiva, che coglie quel desiderio dell’habitat urbano diverso, consapevole dell’ambiente, acuitosi nel periodo della pandemia».

Nel suo intervento, è poi entrata nel dettaglio. «In questo senso, Rende ha già una tradizione urbanistica lungi-mirante, lunga mezzo secolo, grazie alla quale non si è mai ridotta al mero supporto amorfo di opere e funzioni. Ma è chiaro che bisogna andar oltre, anche perché la città sta cambiando. In questo PSC, vedo una mirabile attenzione al territorio, riconosciuto per quel che è, cioè un’autentica opera d’arte corale, costruita nel dialogo vivo tra le persone e natura. Questo PSC apre la strada alla città policentrica, che rifiuta la gerarchia tra un centro urbano (di potere e soldi) e le periferie, a favore di un sistema più diffuso, meno verticale. Rende ha già molti presupposti, naturali, culturali, sociali, per diventare un modello di una città policentrica. Pensate! una città che non è New York, ma una città piccola-media in una regione che fatica a rigenerarsi».

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A questo punto arriva una stoccata, velata e tra le righe, a Massimiliano De Rose. «Ovviamente, nulla è perfetto e il diavolo veste Prada. Come già annunciato, è l’intenzione di questa amministrazione aprire un vasto dibattito cittadino sul piano, facilitando presentazioni di osservazioni, sia individualmente che in forma associativa. Ci aspettiamo tutti e tutte che da questa, speriamo vasta, partecipazione emergano nuovi o ulteriori elementi conoscitivi e valutativi. La seconda accusa, sempre mascherata da invocazione, rivoltami dal MeetUp di Rende e dal consigliere De Rose, è relativa alla costituzione di parte civile del Comune di Rende nell’ambito dell’inchiesta e del futuro processo Reset. In merito alla questione, condivido interamente quanto espresso benissimo nella nota odierna del Laboratorio Civico. Aggiungo, in base all’esperienza personale e alla lezione storica, che non ritengo legittimo lo strapotere dei procuratori che si ergono a giudici, elevati in questo dai media, e affiancati e glorificati da alcune forze politiche (nel caso nostro, il M5S)».

«Sono cresciuta sotto il regime comunista, dove alleggiava ancora l’ombra dello strapotente procuratore generale sovietico Andrej Vyšinskij, l’artefice infame dei processi farsa e delle grandi purghe. In Italia, ho vissuto da vicino l’affaire “7 Aprile”, basato principalmente sul “teorema” del procuratore padovano Pietro Calogero. Da storica, conosco bene il meccanismo inquisitorio, dove chi inquisiva, giudicava. In un mondo di diritto, sta a giudici di giudicare. Infine, dal punto di vista culturale – ha chiuso Marta Petrusewicz – mi inorridisce un’ulteriore accusa-invocazione, arrivatami sempre dal M5S: “proclamate che condannate la mafia!”. Mi inorridisce, perché è riflessione di quella che diventò una specie di dovere retorico: la condanna della mafia o della ‘ndrangheta come preliminare a un qualunque discorso su un tema qualunque. Anche questo mi ricorda la retorica dei proclami, preliminari a tutta l’espressione pubblica, di fedeltà al fascismo o al comunismo. Non ci deve, inoltre, sfuggire che questo dovere retorico oggi è atteso soprattutto dai meridionali i quali, accettandolo, non solo dimostrano la loro subalternità culturale ma danno spazio al pregiudizio antimeridionale, oggigiorno sempre più acuito, come si vede dal decreto  “Autonomia Differenziata”».

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