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Cosenza, la street art colora le facciate delle Case minime ma non allontana il degrado – VIDEO

Il quartiere sorge alle spalle di viale della Repubblica ed è costituito da palazzi realizzati agli inizi degli anni Settanta. Occupazioni abusive, disagio sociale e spazzatura scandiscono la quotidianità di una periferia che si trova in centro città

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La catena sbarra il portone di un appartamento rimasto vuoto, dentro a un palazzo che ha fatto a pugni con lo scorrere del tempo e l’incuria dell’uomo. La signora Pileria abita nel quartiere delle Case minime da 50 anni. Dal suo balcone al pian terreno, di occupazioni abusive ne ha viste tante ma preferisce non parlarne e torna in cucina, dove l’ennesima macchinetta del caffè – preparata per gli street artist giunti a Cosenza da mezzo mondo – borbotta sul fornello. Qualche minuto dopo, si affaccia di nuovo, porge le tazzine e aggiunge: «Questi ragazzi li conosco da una settimana appena ma tutti ormai mi chiamano nonna».

Iamu – acronimo di Idee artistiche multidisciplinari urbane – in cosentino significa rimboccarsi le maniche e cambiare le cose. Il progetto, finanziato da Agenda urbana, è stato realizzato dalle associazioni Rublanum e Maestri Fuori Classe, in collaborazione con il centro per l’infanzia Fulea, nato tra i palazzi decrepiti delle Case minime quattro anni fa. «Ci siamo accorti del degrado da cui eravamo circondati portando i bambini in giro per fare una passeggiata. In questo quartiere abitano soprattutto anziani che hanno riscattato gli appartamenti dal Comune – spiega Daniele Scarpelli, vicepresidente di Fulea – la spazzatura è il problema principale, perché molte persone non hanno ancora capito bene come fare la raccolta differenziata».

Matteo Falbo, project manager dell’associazione Rublanum, ricorda le difficoltà che hanno accompagnato l’avvio del progetto: «Quando siamo arrivati, le aree verdi erano abbandonate e c’erano rifiuti speciali dappertutto. Abbiamo deciso di piantare un ulivo e un alloro e, grazie all’aiuto dei bambini del quartiere, abbiamo ripulito le aiuole».

“Coi secchi di vernice coloriamo tutti i muri”, cantava Riccardo Cocciante nel 1976, quando le prime famiglie avevano preso possesso delle Case minime già da un pezzo. «Abito qui da 50 anni e da sempre viviamo nel degrado più totale – racconta Carlo Pellicori – grazie a quest’associazione incontriamo turisti e studenti che vengono a visitare i murales, speriamo soltanto che non si spengano le telecamere appena gli artisti se ne andranno via».

Tony Gallo, street artist originario di Padova, si fa spazio tra i bidoni di pittura, governa la pedana verso l’alto e completa la sua opera con le ultime pennellate di colore: «È stata un’esperienza molto positiva, abbiamo cercato di riqualificare una zona che aveva bisogno di un po’ di colore». Da quando gli street artist sono arrivati in città, c’è una signora che ogni mattina monta in sella alla sua bici e pedala fino alle Case minime: «Ho seguito l’iniziativa dal primo giorno. È un modo per riqualificare il quartiere. In pochi giorni è cambiata la percezione e si respira già un’aria nuova». E prima di inforcare la bicicletta, osserva ancora una volta il murales che campeggia di fronte a lei. L’opera, realizzata da due artiste originarie di Colombia e Argentina, riproduce i volti delle protagoniste del celebre film “Thelma e Louise”.

A questo murales, il signor Luigi preferisce senza ombra di dubbio quello che si trova sulla facciata di un palazzo poco distante. Il motivo è molto semplice: la creazione dell’artista irlandese riproduce il volto di sua moglie Anna. La coppia vive nel quartiere delle Case minime da oltre 40 anni.

I colori che oggi accecano, domani sbiadiranno. La speranza è che nel frattempo le Case minime abbiano imparato a risplendere di luce propria. «I giovani del quartiere – confida il vicepresidente del centro per l’infanzia Fulea, Daniele Scarpelli, vorrebbero frequentare dei corsi di formazione ma non sanno come fare. È per questo motivo che abbiamo pensato di creare una Casa di quartiere come quella che esiste a Torino, dove sono le associazioni stesse che organizzano corsi di formazione per i giovani disoccupati. Speriamo di farcela».