martedì,Marzo 5 2024

Il giorno della marmotta

La seconda sconfitta consecutiva sembra riproporre il solito canovaccio delle ultime stagioni: dopo una buona partenza, la crisi di dicembre e un campionato di stenti. Sarà così anche stavolta? E Caserta deve restare o no? Proviamo a rispondere partendo da Bill Murray…

Il giorno della marmotta

E se non ci fosse un domani? Oggi non c’è stato! Quando in Ricomincio da capo Bill Murray pronuncia questa battuta, il plot ormai è chiaro. Phil, il protagonista, si ritrova intrappolato ormai da giorni nello stesso giorno. Condannato a riviverlo. Certo, esistono condanne peggiori rispetto a trascorrere le stesse ventiquattro ore in loop con Andy MacDowell (e soprattutto la Andy MacDowell del 1993), ma pensateci ben: svegliarsi la mattina sulle note di I got you babe, scoprire che è ancora il 2 febbraio, ritrovarsi sempre in Pennsylvania ed essere costretti a rivivere le stesse cose, con cambiamenti minimi. Vi ricorda qualcosa?

Siamo ormai a quel punto del campionato in cui il Cosenza vive il suo dannato giorno della marmotta. Sempre identico, almeno da quando siamo in serie B. Con qualche variazione, certo. Il primo anno con Braglia, dopo un inizio travagliato, a dicembre arrivarono otto punti in cinque gare (e prima la vittoria nel derby col Crotone), primo trampolino verso la salvezza. Nel torneo successivo, tra le vittorie con Pisa ed Empoli, ci si illuse di poter fare una stagione tranquilla (e invece ci salvò solo la determinazione di Occhiuzzi). Negli altri, quasi sempre, è arrivato il cambio in panchina o lo scivolamento nelle retrovie: l’anno scorso, con Viali, due punti in cinque gare. Sappiamo poi come (e, forse, anche grazie a cosa) l’abbiamo scampata ogni volta a maggio…

Ci eravamo illusi anche stavolta? Se sì, allora chi vi scrive, forse, più di tutti. La sconfitta con la Ternana mi mette veramente in crisi nel dare giudizi. Da una parte sgrano gli occhi davanti all’ennesima metamorfosi tra primo e secondo tempo: qualcuno parla di problemi di tenuta atletica, ma è pur vero che spesso il Cosenza le gare è riuscito proprio a riprenderle nel finale di gara. E poi, da tifoso, mi ero arrabbiato molto dopo i primi quarantacinque minuti, ma da giornalista devo ammettere che il gioco c’era stato e le occasioni da rete pure.

Dall’altra sale la rabbia davanti a un organico che, per me, resta sulla carta da playoff. Ma sulla carta non si vince e non si perde mai nulla. E dunque la sensazione di giorno della marmotta si amplifica a dismisura, perché sembra cucita addosso al Cosenza come un destino, da anni, qualunque cosa accada.

Verrebbe voglia di strafogarsi di dolci dalla disperazione, come accade a un certo punto a Phil. Ma nel film, fortunatamente, la svolta arriva da un altrove. E cioè quando il protagonista si rende conto che l’unico modo per sopravvivere al giorno della marmotta non è assecondare la sua ripetitività, ma invertirne la rotta. Migliorare se stesso.

L’avevo scritto in tempi non sospetti che la maggiore difficoltà che Caserta avrebbe incontrato sarebbe stata proprio la gestione dell’organico – soprattutto nel reparto offensivo. Si potrebbe obiettare, ad esempio, che il Canotto visto in campo contro la Ternana avrebbe meritato più spazio, ma chi può dire che invece sia stato proprio il fatto di tenerlo in panchina quando non era al meglio a tirare fuori quella prestazione?

Che la difesa sia il punto debole di questa rosa è chiaro da inizio stagione, ma non esistono squadre perfette: esistono solo allenatori in grado di portare gli organici a disposizione al massimo della loro potenzialità. Un anno fa Viali riuscì a condurre il Cosenza là dove Dionigi non sarebbe mai riuscito (e questo, sia chiaro, non significa che uno sia più bravo dell’altro, ma solo che lo è stato in quel contesto). Insomma: Fabio Caserta è in grado di tirare fuori il meglio da questa rosa?

Io credo sia questa l’unica domanda che dobbiamo porci. E, alla fine, devono porsela soprattutto l’allenatore stesso e la società da cui dipende. Certo è che siamo su un crinale scivoloso. Ci sono elementi (Forte, Calò, Canotto) che sono arrivati (o rimasti) soprattutto per il buon rapporto con l’allenatore. Ce ne sono tuttavia altri che sono improvvisamente finiti ai margini di un progetto tecnico (Zuccon) nel quale qualcuno sembra ancora credere (Tutino, Marras), mentre altri cominciano a perdere la testa. E in questi casi è un attimo che i sussurri di popolo diventano voci di dio, i pettegolezzi si trasformano in certezze e l’ambiente va in paranoia. E la paranoia è una consigliera persino peggiore dell’ignoranza.

Tuttavia: o Caserta dimostra nelle prossime partite di avere in pugno lo spogliatoio, di saperlo governare, di non incorrere negli stessi errori che hanno inficiato le ultime prestazioni, oppure sarà necessario trarne le conclusioni.

Torno infine sull’ambiente, sapendo di toccare un tasto delicato. Cercherò di farlo nel modo meno oltraggioso possibile. E che a nessuno salti in mente di dire che sto accusando l’ambiente di essere responsabile dei risultati della squadra.

Non c’è, tra le mie righe, l’ennesimo e inutile appello a riempire lo stadio o a riunire le curve: ciascuno decide e ragiona in coscienza. Quel che è certo, e mi spiace dirlo, è che per anni abbiamo addebitato la diserzione dello stadio ai risultati o alle squadre costruite con gli scarti. Quest’anno, al di là del consueto ricorso ai prestiti, un organico dignitoso c’è. E ci sono stati anche i risultati, piuttosto continui almeno fino alla vittoria con il Lecco. Dunque, l’alibi adesso non c’è più. Ed è ovvio che i risultati non dipenderanno (mai del tutto) dal volume del tifo e dalle presenze sugli spalti. Ma la domanda è un’altra: se il Cosenza ha ancora voglia di giocare al giorno della marmotta, i suoi tifosi hanno davvero voglia di fare lo stesso?

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