lunedì,Giugno 17 2024

La ricerca dell’identità

La vittoria col Venezia potrebbe essere un fuoco di paglia. Oppure la pietra angolare della seconda parte di stagione. Come fu il derby con la Reggina, un anno fa. Come fu Gigi Riva per un’intera regione (e non solo)

La ricerca dell’identità

Il più grande rimpianto di Gigi? Non ho dubbi: non aver vinto un altro scudetto col Cagliari. Perché è vero, la Coppa Rimet lo avrebbe reso famoso in tutto il mondo, ma a lui questo non interessava. Il nome di Comunardo Niccolai forse dice poco alle giovani generazioni. Eppure, quando mio zio Enzo mi regalò il mitico Manuale del gol, le illustrazioni di Vezio Melegari su cui indugiavo più a lungo erano proprio quelle dedicate agli autogol dello stopper pistoiese. Lo stacco imperioso con cui anticipò Albertosi in un Juve-Cagliari decisivo per lo scudetto, il dribbling sul proprio portiere contro il Bologna. Ma soprattutto la bordata dal limite nella propria porta (“parata” da un difensore sulla linea) a Catanzaro: aveva confuso un fischio dagli spalti con quello dell’arbitro e credeva che il gioco fosse fermo.

Ho avuto l’onore di incontrare Niccolai, flesso purtroppo dagli acciacchi dei suoi 77 anni, all’indomani della morte di Gigi Riva. Che per me è stato quasi un lutto familiare. Mio padre, mancino di piede, si specchiava molto nelle giocate di Rombo di tuono. Ed era presente al San Vito quando quel ragazzo di Leggiuno segnò le sue prime tre reti in azzurro.

Io credo che Gigi giocasse un calcio che oggi non si gioca più, mi ha confessato invece al telefono Ricky Albertosi. Se a fuoriclasse come Maradona spesso attribuiamo il dono dell’imprevedibilità, le giocate di Riva, invece, erano spesso molto simili tra loro (smarcarsi per caricare il sinistro): eppure riuscivano a fermarlo davvero in pochi. È un talento diverso da quello dei numeri 10, ma ugualmente enorme. 

E poi c’è il piano umano. Quello di un ragazzo che dice no a qualsiasi offerta (Feci di tutto per convincerlo, dovevamo andare alla Juve entrambi, poi saltò tutto e finii al Milan, raccontava ancora Albertosi) pur di restare fedele a se stesso. Un talento a tutto tondo, figlio di un’identità forte, nonostante le burrasche depressive che ha a lungo attraversato.

Noi il nostro Gigi Riva l’abbiamo avuto in un altro Gigi. Marulla è stato per Cosenza quel che Rombo di Tuono è stato per Cagliari. E se Albertosi ha ragione, quel calcio oggi non si gioca più, una piccola traccia di quel solco enorme io l’ho rivista nella tripletta di Tutino contro il Venezia. La dico grossa? Forse sì. In fondo sono lo stesso che, sette giorni fa, invitava Gennaro a giocare con meno peso sulle spalle perché gliene vedeva troppo addosso. E che faccio, ora, gli carico uno dei fardelli più ingombranti della storia?

La vittoria contro il Venezia, tuttavia, ha significato alcune cose e può volerne dire altre. La prima (certa) è che dopo aver colpito pali e traverse nella migliore tradizione di un vecchio Tatti gol, Tutino è andato a segno tre volte – e questo, per un attaccante, è il pane. Tre reti che assieme a quella (bellissima) di Marras (forse il migliore in campo) hanno permesso al Cosenza di ritrovare una vittoria che mancava da novembre. L’ultima certezza è che questo è accaduto secondo il “credo” di Caserta. Una prestazione intensa, nel momento peggiore. O vinciamo 4-0 o perdiamo 4-0, commentavamo con gli amici la formazione prima del fischio d’inizio. Non abbiamo ‘ngarrato i punteggi, ma ci abbiamo preso lo stesso.

E vi dirò che è persino più importante il modo in cui Caserta è tornato al 4-2-3-1. Dopo essersi snaturato, passando anche alla difesa a tre, cambiando moduli, senza trovare però soluzioni. Come cantava De Gregori, si può con le stesse scarpe camminare per diverse strade o con diverse scarpe su una strada sola. Se nel Cagliari di Riva il filosofo Scopigno “inventò” Cera primo libero di impostazione dopo l’infortunio di Tomasini, Fabio Caserta ha cambiato scarpe e poi è tornato al paio cui era più affezionato. Ha avuto ragione. E ha trovato conferma dell’identità propria e della sua squadra. A un passo dal burrone.

Le cose che tutto questo può voler dire sono tante. La vittoria col Venezia potrebbe essere un fuoco di paglia: lo scopriremo già a Bolzano, dove ci sarà da sostituire Tutino squalificato (con Voca?), ma soprattutto con Pisa e Modena. E in questo caso il Rombo di Tuono chiamerebbe di nuovo tempesta. O potrebbe diventare la pietra angolare della seconda parte di stagione, come lo fu un anno fa il blitz con la Reggina. E allora il Rombo di Tuono costringerebbe gli avversari a trovare nuove contromisure a un Cosenza che la tempesta l’ha già attraversata.

E questo, tuttavia, non mette al riparo da niente, se non c’è amore.

Davanti ai miei figli che, lunedì, non capivano il mio doloroso sconcerto per la morte di Gigi Riva, ho raccontato questo. Che Rombo di Tuono, dopo aver rifiutato i danarosi contratti di Juve e Inter, andò incontro ai peggiori infortuni della carriera. E l’ultimo di questi, oltre a sottrarre le sue reti decisive alla lotta salvezza del Cagliari, che tornò infatti in B, lo portò al ritiro a soli 32 anni. Allora faceva bene ad accettarle, quelle offerte, mi hanno ribattuto. Ma non sarebbe diventato Gigi Riva, ho risposto. Perché la certezza della propria identità è l’unica ancora di salvezza e bussola possibile nella tempesta. E forse, per il Cosenza, la tempesta non è finita. Ma la ricerca di una identità, forse, sì.

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