sabato,Marzo 2 2024

Spese allegre all’Asp di Cosenza, arriva la scure della Corte dei conti

Citazioni in giudizio di alcuni dirigenti per il servizio mensa affidato ad una stessa ditta dal 2007 e per i fitti passivi, alcuni espressi ancora in lire!

Spese allegre all’Asp di Cosenza, arriva la scure della Corte dei conti

La Procura della Corte dei conti, guidata da Romeo Ermenegildo Palma, ha promosso un atto di citazione in giudizio nei confronti di alcuni dirigenti dell’Azienda sanitaria provinciale di Cosenza. In realtà gli atti di citazione sono due. Uno riferito alla gestione del patrimonio immobiliare, l’altro sul servizio mensa. Ma andiamo con ordine.

Per quanto riguarda il patrimonio immobiliare l’attività di indagine svolta dalla Guardia di Finanza di Cosenza ed esaminata dal vice procuratore generale dott. Giovanni Di Pietro, titolare dell’istruttoria, non soltanto ha potuto accertare l’omessa applicazione di diverse disposizioni normative con le quali il
legislatore, in riferimento ai rapporti di locazione passiva, aveva imposto alle amministrazioni pubbliche specifici interventi volti alla riduzione dei canoni versati ma ha anche evidenziato una gestione censurabile dei contratti in essere.

Questa storia l’avevamo già raccontata ma dall’indagine della Corte dei Conti sono emersi particolari davvero incredibile. In alcuni casi l’Asp non aveva proprio i contratti di locazione, per taluni rapporti le locazioni permanevano in essere pur essendo stato espresso il diniego del nulla osta al rinnovo da parte dell’Agenzia del Demanio e, in ogni caso, ai rapporti in essere non risultavano applicate le riduzioni dei corrispettivi imposte ex lege al fine di salvaguardare l’interesse pubblico al contenimento della spesa. Ancora sono venuti fuori dati discordanti e financo la regolamentazione dei rapporti contrattuali con documenti redatti nel decennio compreso tra il 1980 ed il 1990 con i canoni ancora espressi in lire. Difficile immaginare che i locatari abbiano pagato. Tenuto conto della assoluta carenza della necessaria attività di gestione imposta normativamente, la Corte dei Conti ha ritenuto che potesse imputarsi a titolo di danno, al dirigente preposto a tale settore, l’intero ammontare dei corrispettivi versati pari a circa 8 milioni di euro.

Ma l’attività dei magistrati contabili non si è fermata qua. La Corte si è occupata anche della gestione del
contratto di appalto relativo al servizio mensa dei degenti delle strutture ospedaliere ricomprese nell’ASP di Cosenza.

L’attività di indagine svolta dalla Guardia di Finanza di Cosenza, ed esaminata dal titolare dell’istruttoria VPG dott. Giovanni Di Pietro a seguito di apposita delega istruttoria, ha consentito di accertare che una medesima ditta alla quale risultava affidato l’appalto a seguito di gara nell’anno 2007 per alcune strutture ospedaliere con l’espressa previsione del divieto di rinnovo tacito lo aveva mantenuto fino all’anno 2022.
La Procura ha contestato alla dirigente preposta alla guida dello specifico settore dell’Azienda sanitaria per circa quattro anni, avuto riguardo all’ultimo quinquennio, di avere violato le disposizioni normative poste a regolamentazione della materia, oltre che gli indirizzi conformi espressi in numerose pronunce giurisprudenziali come anche nelle diverse deliberazioni emesse dall’Anac e rivolte a tutte le amministrazioni pubbliche.
Le aziende sanitarie calabresi avevano anche ricevuto specifici indirizzi dalla SUA (stazione unica appaltante) con i quali si ribadiva che la proroga dei rapporti contrattuali doveva essere limitata ad un periodo massimo di sei mesi e che la stessa doveva considerarsi avente carattere eccezionale. Anche l’avvio di una procedura competitiva non poteva rendere possibile procrastinare sine die il rapporto di affidamento preesistente ma richiedeva il ricorso ad un contratto ponte per impedire il mantenimento del rapporto contrattuale in assenza di una gara. La conservazione del rapporto contrattuale con la medesima ditta affidataria per circa quindici anni, in palese violazione delle disposizioni normative interne come anche delle disposizioni imposte in sede europea a tutela della concorrenza tra gli operatori di settore,
ha legittimato la contestazione del danno pari a poco più di 820.000 euro in capo alla dirigente citata in giudizio.

La quantificazione del danno è avvenuta dando rilievo alla circostanza che l’Azienda sanitaria aveva inopinatamente omesso di applicare le riduzioni dei corrispettivi imposte dal decreto-legge n.78/2015 e, al contempo, aveva accettato gli incrementi tariffari direttamente applicati dalla ditta affidataria sulla base della rivalutazione degli indici Istat.