mercoledì,Luglio 24 2024

Cosenza, la trattativa Stato-‘Ndrangheta per recuperare dei quadri rubati

Opere d'arte del valore di milioni di euro per cui si erano mossi anche i Servizi segreti, lo racconta il pentito Francesco Galdi

Cosenza, la trattativa Stato-‘Ndrangheta per recuperare dei quadri rubati

Carabinieri e poliziotti amici della delinquenza organizzata. E poi un fantomatico uomo dei Servizi segreti con sullo sfondo una trattativa tra Stato e ’ndrangheta finalizzata al recupero di opere d’arte trafugate.  C’è questo e altro nelle dichiarazioni rilasciate ai magistrati dal pentito Francesco Galdi, alias “Il dottore”, già truffatore specializzato e narcotrafficante al servizio dei clan cosentini con base operativa in quel di Bologna. Le sue confessioni risalgono a qualche anno fa e fino a oggi non hanno avuto conseguenze giudiziarie di alcun tipo. Ciò le rende ancora più suggestive e inquietanti.  Ma procediamo con ordine e, ovviamente, con il beneficio dell’inventario.

Anzitutto, il misterioso agente dei servizi dal quale Galdi sostiene di aver appreso informazioni riservate come l’ubicazione delle carceri in cui soggiornavano i collaboratori di giustizia. Uno su tutti, Maurizio Giordano. «Sapevo dov’era la sua famiglia, chi c’era con lui in cella e anche che, nella cella, custodiva un canarino. Per capirci».

Un altro carabiniere, prima in servizio nell’hinterland cosentino e poi trasferitosi in Emilia, lo avrebbe aggiornato di volta in volta sugli sviluppi delle inchieste, avvisandolo in anticipo nell’imminenza di un blitz. Specie quelli che lo riguardavano direttamente. «Noi, ad esempio sapevamo tutto dell’operazione Twister», spiegava il pentito durante un interrogatorio svolto con i magistrati della Dda di Catanzaro. «Sapevamo l’ora in cui veniva fatta l’operazione, da dove partiva il blitz, chi erano gli arrestati e gli indagati a piede libero. Il capitano dei carabinieri, che quella sera venne a casa mia a fare l’operazione, era consapevole del fatto che io sapessi tutto e chiese: “Chi t’ha passato l’informazione?” Se ne accorse perché io stavo fuori ad aspettarli. Addirittura altri furono trovati con i borsoni fatti, già pronti per andare in carcere».

Molto più delicata, invece, la questione relativa alla presunta “trattativa” per recuperare una serie di quadri trafugati. A Bologna, infatti, Galdi era entrato in contatto con una rete di trafficanti di opere d’arte e l’uomo dei “Servizi” gli avrebbe chiesto di trattare la restituzione di alcuni quadri trafugati del valore di diversi milioni di euro. In cambio, la criminalità avrebbe ottenuto un compenso di «Due o trecentomila euro ». Alla fine, però, non se ne fece nulla. «Questi soldi infatti non si vedevano – riferisce Galdi – e quindi la transazione non si è conclusa».

Una menzione, infine, anche per un poliziotto che, secondo il Dottore, s’era consegnato al clan Lanzino dopo aver contratto un forte debito di gioco. Grazie al suo apporto, il gruppo criminale sarebbe stato informato preventivamente sui contorni di un’indagine della Polizia stradale avente per oggetto le auto clonate e su un’inchiesta relativa a una serie di estorsioni consumate a Rende. A riscontro di queste accuse, Galdi cita un altro collaboratore di giustizia. Non uno qualunque, bensì un grosso calibro come Vincenzo Dedato. «Un giorno i poliziotti vennero a fare una perquisizione in un ufficio di Arcavacata dove io stavo realizzando una truffa. Io non avevo capito quel movimento, ma Dedato mi tranquillizzò: “Vai tranquillo che sono venuti per altre cose”. E mi spiegò che quel poliziotto era connivente, ci si poteva parlare, si poteva sapere perché era venuto, perché non era venuto…».