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La commozione di Gagliardi: “Da tifoso mi auguro che il Cosenza torni in alto”

La commozione di Gagliardi: “Da tifoso mi auguro che il Cosenza torni in alto”

Il tecnico dei Lupi in tv nasconde a stento l’emozione. Con eleganza evita di parlare di Guarascio e Quaglio e sottolinea: “La soddisfazione più grande è stata tenere testa ad una squadra come l’Acr Messina con tanti cosentini in squadra. Fiore e Leonetti hanno avuto coraggio a scegliere me”.
gagliardi gelbison playoffGianluca Gagliardi, da tifoso rossoblù, ha onorato la panchina del Cosenza (foto mannarino)
E’ la prima volta che Gianluca Gagliardi ha parlato pubblicamente dopo la fine dei playoff e in alcuni momenti non è riuscito a nascondere la commozione quando sono state mandate in onda alcune immagini della stagione appena conclusa o il discorso è scivolato su argomenti che gli stanno particolarmente a cuore. Il tecnico, in carica fino al 30 giugno (“così dice il contratto”), è stato intervistato da Patrizia De Napoli nel corso della trasmissione Focus andata in onda su Ten. Gagliardi ha mostrato più che altro il lato da tifoso, un profilo che la Curva Bergamini gli ha riconosciuto in più occasioni di avere, e non ha girato il dito nella piaga. “Alla società do un 6 in pagella” si è limitato a dire, sottolineando che non gli interessava parlare di Guarascio o di Quaglio. “Un aggettivo? Ne servono due perché si deve distinguere il campionato dalla stagione. Il campionato è stato fantastico, macchiato da qualche domenica nera: 73 punti soltanto quattro o cinque squadre li hanno conquistati in tutta la D. La stagione, invece, è stata turbolenta. La soddisfazione più grande è stata portare avanti un torneo con tanti cosentini in squadra, a partire dal sottoscritto a finire a Mosciaro che è il più rappresentativo. A bocce ferme, se in molti parlano della loro migliore annata, questo mi fa piacere”. Dodici mesi fa l’allenatore del Cosenza si accingeva a raccogliere i frutti da una grande stagione con gli Allievi del Real Cosenza. “A giugno del 2012, sedere sulla panchina del San Vito non era nemmeno nei miei sogni più intimi. Le prime battute che mi fece l’avvocato Leonetti risalgono a metà luglio. Io captavo dei segnali, ma sapevo che si trattava di qualcosa di delicato. Io sono sempre stato tifoso del Cosenza, anche se adesso dire questo va molto di moda… Ma hanno avuto un grande coraggio nello scegliere me”. Il legame con i responsabili dell’area tecnica è solido. “A Fiore, Leonetti e Perri mi lega una grande amicizia. Con Stefano prima c’era un semplice “buongiorno e buonasera”, invece con il passare dei mesi si è creato un rapporto particolare. Chi non lo conosce crede che sia un ragazzo introverso, invece è esplosivo. Consapevole delle difficoltà che avremmo incontrato, gli chiesi, ancor prima di firmare, se avessi la loro fiducia totale perché da solo non avrei potuto fare bene. Senza un appoggio forte, l’allenatore è il primo che di solito finisce sulla graticola. Il nostro ds ha avuto grande competenza nell’allestire un organico del genere con un budget limitato. I risultati dicono che purtroppo, e lo rimarco con rabbia, io non sia riuscito a convincere a dicembre chi di dovere a fare ciò andava fatto”. Il mancato rafforzamento della rosa nella sessione di mercato è costato al Cosenza la promozione. Come noto, Guarascio e Quaglio non intesero mettere mano al portafogli per portare il livello globale a quello dell’Acr. “Noi dovevamo vincere sempre, non avevamo alternativa. Abbiamo pagato dazio perché non avevamo l’esperienza che avevano i nostri antagonisti. I giallorossi hanno vinto con merito perché, in generale, erano più forti ed organizzati in ogni settore, perfino in quello mediatico. Vi porto un esempio. Andammo ko al Celeste alla sesta giornata ed uscimmo tra gli applausi. Sette giorni dopo giunse lo 0-3 col Montalto, una sconfitta che non ha senso per come è maturata. Scoppiò “la fine del mondo”. Il Messina contestualmente perse 3-0 a Ribera, ma la stampa siciliana non fece alcuna critica. Il caso estremo fu lo scontro diretto: Cosenza-Messina 3-0, che divenne 3-2 grazie ad un’autorete e un nostro errore: i giornalisti di peloritani parlarono tutti di sconfitta immeritata. Quello era il segnale che indistintamente si credeva nell’obiettivo e non si crearono allarmismi, anzi rafforzarono il concetto di vittoria finale. Qui, invece, si doveva sperare che la squadra continuasse a ripetere il miracolo. Perché di miracolo tecnico si è trattato”. Non manca l’autocritica: “Se ho commesso anche io degli errori? Certo, ce ne sono stati: sarebbe assurdo pensare che abbia fatto bene a prescindere. Ogni domenica vissuta sulla panchina del Cosenza per me era intesa come l’ultima: non pensavo mai all’incontro successivo. Questo comporta fare delle scelte che possono sembrare sbagliate, ma che erano mirate a trarre il miglior risultato possibile”. Uno sguardo anche al futuro, dove con eleganza dribbla ogni domanda indiscreta e idealmente si siede in curva con la bandiera in mano: “Qualche telefonata mi è arrivata, ma niente di che. Il nuovo progetto di Viale Magna Grecia? Non lo conosco e non posso parlarne. Mi auguro soltanto, da tifoso, che il Cosenza rientri al più presto nel calcio che conta. Chi comanda ha il dovere di assumersi le responsabilità di ogni scelta per il bene dei rossoblù. Come ho dichiarai nella mia prima intervista, il Cosenza in D ha dovere di vincere sempre e noi abbiamo fatto di tutto per riuscirci”. (Luigi Brasi)

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