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‘Ndrangheta in provincia di Cosenza, la Dna: «Le cosche si riorganizzano»

‘Ndrangheta in provincia di Cosenza, la Dna: «Le cosche si riorganizzano»

La recente relazione della Direzione Nazionale Antimafia parte dal 1 luglio 2015 e si ferma al 30 giugno 2016. Un lasso di tempo in cui sono stati narrati dai magistrati alcuni episodi che hanno avuto già un giudizio dai rispettivi tribunali della provincia di Cosenza. Quelle che per la Dna erano accuse, per i giudici si sono trasformate in assoluzioni.

L’analisi viene fatta su scala nazionale e comprende la capacità delle mafie di espandere i loro interessi economici in tutto il mondo. La ‘ndrangheta rimane l’organizzazione criminale più potente e pericolosa. Potente non solo per i fatti di sangue, ma soprattutto per l’abilità ad infiltrarsi nelle istituzioni.

Secondo i magistrati antimafia in provincia di Cosenza la situazione rispetto agli ultimi decenni non è cambiata. O meglio: in alcune zone sono venuti meno i capi storici, come Saverio Magliari ad Altomonte e Santo Carelli a Corigliano e questi due decessi avrebbero permesso agli appartenenti dei rispettivi gruppi criminali di riorganizzarsi.

La Dna tuttavia lancia un monito nell’area Jonica, dove il pericolo di possibili vendette è sempre attuale. E anche in questo caso la scarcerazione di alcuni elementi di spicco del passato – sostiene la procura antimafia – deve essere costantemente seguita dagli investigatori. Il richiamo è per la Dda di Catanzaro.

Il massimo organismo antimafia poi elabora una serie di risultanze investigative nella zona del Pollino. «Al momento, tuttavia, nel comune di Castrovillari le indagini sembrano dimostrare la mancanza di un vertice criminale riconosciuto, il che, tuttavia, alimenta le iniziative di vari aspiranti per raggiungere una leadership duratura». In questa area, secondo i magistrati, ci sarebbero influenze di vario tipo: dalla presenza di elementi degli “zingari” di Cassano all’Jonio alla possibilità del ritorno di soggetti legati al passato criminale cittadino.

Le cosche della Sibaritide, affermano i magistrati, proseguono nelle loro alleanze con i locali di ‘ndrangheta del Crotonese e del Reggino. E alcune di esse, nonostante siano state duramente colpite da diverse operazioni di polizia giudiziaria, avrebbero trovato la forza di imprimere al territorio, e dunque al tessuto sociale ed economico della zona, il potere e il metodo mafioso.

La relazione della Dna, inoltre, parla anche di Antonio Forastefano, pentitosi negli anni scorsi ma ormai ex collaboratore di giustizia in quanto la Dda di Catanzaro gli ha revocato il programma di protezione, ritenendolo non collaborativo ai fini delle indagini.

Spostandoci verso il capoluogo di provincia, troviamo un quadro criminale pressoché immutato. Anche in questo caso la Dna si rifà alle ultime inchieste coordinate dalla Dda di Catanzaro: “Sistema Rende”, “Acheruntia”, “Apocalisse”, “Laqueo” e il procedimento contro i presunti servitori infedeli dello Stato.

L’indagine su Sandro Principe si trova in udienza preliminare così come quella contro i presunti usurai mafiosi, mentre un troncone di “Acheruntia”, ovvero la presenza di una organizzazione mafiosa ad Acri con il coinvolgimento dell’ex assessore regionale Michele Trematerra, e l’inchiesta sul narcotraffico addebitato a Marco Perna hanno già varcato la soglia dell’istruttoria dibattimentale.

Accenno anche per la zona tirrenica: l’inchiesta “Frontiera” viene citata per ribadire la bontà del teorema accusatorio che ha permesso di applicare il 41bis a Franco e Luigi Muto di Cetraro.

Insomma, poche novità rispetto a quanto già si sapeva dall’ultima relazione della Dia. (Antonio Alizzi)

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