Giustizia e Criminologia

Gli incidenti stradali e l’uso della droga (da dimostrare se è la causa)

Tra le tante cause degli incidenti stradali c'è l'uso della droga. Ecco cosa dice la giurisprudenza in questi casi.

Soltanto nell’ultimo mese, sono oltre 20 i giovani rimasti vittime degli incidenti stradali: il più grande aveva 40 anni, il più giovane 15, la maggior parte un’età compresa tra i 20 e i 24 anni e tutti morti mentre ritornavano da una serata passata fuori durante il fine settimana. La questione della sicurezza stradale e dei decessi a causa degli incidenti automobilisti è, pertanto, un argomento di enorme importanza che andrebbe affrontato innanzi tutto dal punto di vista della prevenzione, piuttosto che con interventi normativi repressivi, come è accaduto con il reato di omicidio stradale. Quest’ultimo, ad oggi, ha dimostrato infatti la sua totale inefficacia, come d’altra parte era stato ampiamente prospettato.

Le cause più importanti degli incidenti stradali

La grande maggioranza degli incidenti gravi e di quelli mortali sono dovuti, infatti, ad una serie di comportamenti scorretti: principalmente eccesso di velocità, guida distratta e pericolosa, mancato rispetto della precedenza o della distanza di sicurezza, uso del cellulare ed in ultimo all’assunzione di alcol e sostanze stupefacenti. Quanto però alle sostanze stupefacenti bisogna accertare l’effettiva esistenza dello stato di alterazione psicofisica penalmente rilevante al momento del fatto.

Recente è infatti l’assoluzione di un guidatore per il quale, accertata l’assunzione di cocaina, tale circostanza non dimostrava, comunque, che egli si trovasse, al momento dell’incidente, in uno stato di alterazione, giacché la presenza di tracce di droga nelle urine poteva essere dovuta sia ad un’assunzione avvenuta nelle ore immediatamente precedenti al controllo, sia ad un consumo avvenuto molto prima, potendo esse persistere fino al quarto giorno successivo all’assunzione. Discorso ancora più complesso appare quello relativo all’assunzione di cannabinoidi.

Gli incidenti stradale e l’uso della droga

La determinazione degli effetti della cannabis sulle prestazioni psicomotorie si basa, principalmente, sulle informazioni provenienti dal campo della psicofarmacologia ed è chiaro che essi incidano sull’attenzione, la vigilanza, la risposta agli stimoli visivi ed uditivi, la cognizione, la memoria, la elaborazione delle informazioni ed il ragionamento deduttivo. L’impatto della cannabis sulle capacità di guida varia inoltre in base alla modalità di assunzione, ad esempio se fumata o ingerita: uno studio di meta analisi su indagini che esaminavano gli effetti del THC sulle funzioni psicomotorie, ha dimostrato come il picco massimo di disabilità si raggiunga, infatti, dopo un’ora, se la cannabis è stata fumata, e dopo due ore se è stata ingerita.

Sulle concentrazioni ematiche di THC a partire da 2ng/ml e sugli effetti sulla guida, però, non si è sostanzialmente concordi: in sostanza non è unanimamente riconosciuta una correlazione dose/effetto di tale concentrazione sulla guida come per l’alcol, ancor di più se non si ha conoscenza della dose assunta e dell’abitudine all’uso. Una parte della letteratura scientifica sul punto, infatti, ritiene che bisogna tener conto di diversi aspetti specifici legati al soggetto che viene trovato positivo al test.

Nel dettaglio, la concentrazione di THC è da valutare in relazione al peso, alla massa muscolare, all’età del soggetto, al fatto che sia eventualmente uno sportivo. E questi dati devono essere interpretati effettuando anche una indagine sull’abitudine all’uso, vista la necessità di stabilire, qualora sia possibile, quando e quanto di questa sostanza si sia fatto uso.

La differenza tra un utilizzo saltuario e frequente della droga

Quando si utilizza la cannabis di tanto in tanto – o per la prima volta – secondo una revisione effettuata da parte del National Drug Corte Institute (NDCI), si avrà, infatti, un test positivo delle urine dall’ 1 ai 3 giorni successivi. Quando invece vi è un utilizzo assiduo di cannabis, gli studi suggeriscono che ci si può aspettare di risultare positivo al test per circa una settimana dopo ultimo utilizzo. Tuttavia, non c’è alcuna garanzia che un fumatore frequente di cannabis sarà libero dai metaboliti del THC dopo 10 giorni dall’ultimo utilizzo.

Quanto all’esame del sangue, non si può che rilevare come in realtà l‘esame del THC non sia quello più adatto per poter riscontrare le abitudini di “fumatore” di cannabis. La motivazione è semplice: la presenza di THC nel flusso sanguigno svanisce mediamente solo dopo 1 o 2 giorni. Questo colloca la possibilità un soggetto che abbia fatto uso di cannabis in momenti difficili da individuare ed in ogni caso, suggestive e superficiali appaiono alcune conclusioni che, in caso di incidenti stradali, attribuiscono la totale responsabilità in merito all’accaduto a chi dovesse essere trovato positivo al test.

Cosa dice la giurisprudenza?

Sul punto si riporta la costante e consolidata giurisprudenza, sia di merito che di legittimità che è chiara nell’affermare come la positività ai metaboliti dei cannabinoidi, accertata attraverso l’esame delle urine, non assume una valenza probatoria ai fini della dimostrazione dello stato acuto di alterazione psicofisica, requisito necessario ai fini dell’integrazione della fattispecie del reato di cui all’art. 187 del Codice della Strada.

Ciò in base al presupposto che, persistendo nelle urine le tracce della sostanza stupefacente anche a notevole distanza dal momento dell’utilizzo, una generica positività così rilevata può attestare soltanto la pregressa assunzione della sostanza, ma non anche il tempo dell’effettivo consumo, né la condizione di alterazione psicofisica in un dato momento. Ciò rende, dunque, inidonea la prova che al momento dell’incidente, un soggetto si trovasse in stato – effettivo ed attuale – di alterazione psicofisica conseguente all’uso di sostanze stupefacenti.

Posto, dunque, che l’uso di cannabis, ma anche di altre sostanze psicoattive, agisce certamente sulle funzioni cognitive e psicomotorie provocando una riduzione delle capacità di guida ed aumenta il rischio di provocare incidenti stradali, per accertare le dinamiche di eventi del genere ed attribuire responsabilità, sarebbe meglio considerare tali dati in armonia con altri elementi di natura medico legale e cinematici insieme, al fine di evitare l’attribuzione della totale responsabilità di eventuali accaduti con leggerezza.

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Chiara Penna

Avvocato penalista e Criminologa, ha conseguito nel Marzo 2017 il titolo di Avvocato penalista specialista presso la Scuola di Alta formazione dell’Avvocato penalista dell’ Unione Camere Penali Italiane e nel 2012, il titolo di Master di II Livello in Scienze forensi presso l’Università degli Studi di Roma La Sapienza. Autrice di pubblicazioni scientifiche e dei libri: “La vera storia del mostro di Firenze” e “Suoni dal buio. Appunti di musica, cronaca a visioni”, è spesso ospite in qualità di esperta in programmi televisivi e radio nazionali.

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