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La politica non cambia le cose. Le cose non la cambiano

Tanto tuonò che alla fine non piovve. Possiamo rispondere così a chi ci chiede un parere sullo sghembo voto incrociato di referendum costituzionale ed elezioni regionali, con una postilla conclusiva sull’esaurimento di funzione culturale che tutti i partiti europei come il Movimento Cinque Stelle rischiano di rappresentare se non modulano in qualche direzione più precisa il malessere che avevano catturato. 

Il referendum costituzionale, senza finale thriller perché quorum obbligatorio per i referendum costituzionali non ce ne è (così, non del tutto a torto per il 1948 e forse pure per oggi, vollero i costituenti), oblitera senza infamia né lode la percentuale da tempo consolidata. Inutile ricordare come all’inizio i fautori del SI pensassero di giocare a tennis, preconizzando improbabili quote superiori all’80 a 20, e come anche i fautori del NO, nella penultima forchetta di campagna elettorale, si fossero più o meno irragionevolmente seduti su sondaggi e speranze di “testa a testa”. 

La politica deve ritrovare la sua responsabilità, la sua dignità e, se ancora ne ha la forza, la sua pretesa di autenticità: sul piano dell’impegno, ogni battaglia combattuta nel giusto prescinde dall’inveramento della sua sconfitta. È andata come diversamente sarebbe stato difficile. Se proponi al corpo elettorale di ridurre i numeri di una categoria (il tessuto politico parlamentare “professionale”, e professionismo qui se ne sta vedendo già molto poco), dopo anni di reclame sui costi della politica che nemmeno sono stati scalfiti dalle ultime maggioranze, da Monti a Conte passando per il Conte 1 con Salvini, le persone voteranno per eliminare più rappresentanti possibile. E questi hanno chi più chi meno alimentato un sentimento simile, senonché domani ci accorgeremo che il sistema non costerà di meno, che le piccole regioni come la nostra saranno sottodimensionate e che orwellianamente più in minor numero si decide e più scade la selezione umana, politica e personale di chi è chiamato a decidere.

In un sistema di liste bloccate, dove entrano a palazzo quattro/cinque forze per volta: dal troppo al troppo poco. Peraltro, perché stupirsi? I partiti maggiori inclinavano acriticamente al si, dando spazio non rilevante alle fronde di dissenso interno che non erano cospicue e tuttavia nemmeno esigue. Il referendum rischia potenzialmente di far più male a destra che a sinistra: nella destra, un volto di coalizione liberal-capitalista, solo prudentemente europeista, tendenzialmente redistributivo anche se scopertamente filoimprenditoriale (Forza Italia, per capirci), non è mai stato numericamente così debole. Non ha più egemonia culturale in quell’area: ha trionfato il suo lato “estetico” – leaderismo, opposizione aprioristica, elettoralismo nelle fasi di consenso – ma non il suo lato politico, scavalcato da rivendicazioni ancora più semplificate, riduzionistiche, territoriali e securitarie. Piaccia o non piaccia, è la sempre maggiore somiglianza tra le destre che si candidano al governo e quelle che negli umori di pancia hanno negli anni ottenuto un serio, pesante, difficile da scalfire, consenso elettorale.

Eppure non si può dire che quelle destre abbiano sfondato. Centrosinistra e centrodestra, anzi, si sono mediamente riconfermati nei territori dove già governavano, generalmente rafforzando il proprio score percentuale. La coalizione Salvini-Meloni-Tajani, con Forza Italia tendenzialmente periferizzata da due candidati della sua area sconfitti (Caldoro in Campania e Fitto in Puglia), aveva sognato il cappotto, ma non aveva personale politico in grado di portare a casa l’en plein. Anche il centrosinistra avrebbe potuto cantar vittoria con due remuntade (Liguria e Marche); si accontenta di proteggere le rocche. Due peraltro aveva rischiato di perderle davvero: la Puglia e la Toscana. Le avrebbe perse per ragioni diverse. Emiliano si è sovente autorappresentato come gagliardo battitore libero, ma la sua immagine locale è stata almeno un po’ logorata dall’altalena tra mancata ribalta nazionale e criticità territoriali interne. Discorso profondamente diverso in Toscana, dove Giani poteva vincere ma non convincere, viste le continue frammentazioni del centrosinistra regionale – che peraltro ha il record di candidature “a sinistra del PD”: dovrebbero riflettere sia i democrat incalzati da fuori la coalizione, sia gli outsiders troppo spesso non in grado di incidere ex se. 

La verità è che in Toscana e in Emilia (Liguria e Umbria solo in parte) il PCI prima e il PDS-DS erano divenuti, da progetto di buongoverno cittadino, una forma culturale di welfare complementare associativo. Queste forme di governance reggono quando le risorse sono superiori e quando i bisogni sociali, psicologici e materiali, sono meno frammentari. Pensare che la socialdemocrazia si riformi per moto inerziale incrociando il capitale è fortemente illusorio. 

Staremo a vedere le comunali. In Calabria e altrove ci sono competizioni interessanti, si combinano molti fattori. La malizia dell’oggi ci dice però che non cambieranno il quadro aggregato. Fotografia non consolante, tuttavia. Questo “tutto come previsto” non è lontanamente un ritorno a casa. Rappresenta piuttosto la limitata attitudine di questa politica ad aprire spazi di trasformazione. E, ci pare molto peggio, la crescente disillusione-incapacità delle realtà sociali a trasformare le pratiche elettive della politica. Una cosa va pur detta: della coalizione che governa con numeri alti a Roma non c’è traccia altrove. I Cinque Stelle non sono affatto il quasi 70% del referendum e forse non sono nemmeno il 4 o 5% raccolto in regioni dove appena ieri si caldeggiavano exploit isolazionisti e autonomisti. Cosa siano però diventati non si sa o se si intuisce non si dice. 

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Domenico Bilotti

Domenico Bilotti, docente di "Diritto delle Religioni" e "Storia delle religioni" presso l'Università Magna Graecia di Catanzaro. Ha svolto attività di ricerca e di studio in atenei americani ed europei. Ha pubblicato volumi e saggi in materia di laicità dello Stato, tutela dei diritti umani, garantismo penale e diritto di famiglia.

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