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Di lotta, di governo, di maturità

Fallire una prova non è una tragedia. Dopo la sconfitta di Alessandria, Zaffaroni deve trasformare l'occasione persa nella prima lezione di un nuovo corso.

I miei esami di maturità si sono svolti nell’estate del 2000. C’erano gli Europei di calcio e, pensate un po’, ricordo quasi con più piacere i gol di Wiltord e Trezeguet (tacci loro) che le tre prove scritte e l’orale. Mi capitarono infatti due commissari esterni, in evidente stato di frustrazione professionale, decisi a dimostrare che i voti distribuiti allo scrutinio da alcuni docenti nella mia sezione erano stati fin troppo “generosi”.

Uscii così da quegli esami con 90, che era ovviamente un ottimo voto, ma non quello che gli altri si aspettavano da me. Perché spesso è questa la fregatura: che le nostre aspettative personali derivano in buona parte da quelle che gli altri hanno su di noi. Pensate che casino quando queste aspettative si riversano su una squadra di calcio…

O quando sono in gioco le nostre aspettative sulla realtà e quella realtà si dimostra ottusa, come avviene al protagonista di Ovosodo: oggi a uno che parlasse di “dignità artistica” di Andrea Pazienza agli esami di maturità darebbero probabilmente il Nobel. E farebbero pure bene.

Cannare una prova di maturità non significa essere immaturi, ma solo non essere ancora pronti per quella prova. Quella del Moccagatta lo era e il Cosenza non era pronto per affrontarla. Sono convinto che se lo scontro con l’Alessandria si fosse consumato alla terza o alla quarta giornata, i Lupi avrebbero fatto punti. Come sono convinto che qualsiasi avversario avessimo incontrato sabato, avremmo giocato com’è avvenuto. Cioè piuttosto male.

Sto parlando dell’approccio alla gara, più che del punteggio finale. Perché un pari sarebbe stato un risultato giusto. Il Cosenza è partito piuttosto bene nel primo tempo, quindi ha patito fisicamente la ripresa e si è abbassato troppo. In più gli infortuni di Millico e Vigorito hanno scombussolato i piani tattici, perché Caso era stato immaginato come un ingresso del secondo tempo (entrato a metà del primo, aveva molta, troppa voglia di spaccare il mondo) e l’entrata di Saracco si è portata dietro quella di Eyango (per sfruttare meglio il secondo slot di sostituzioni), in un momento in cui Boultam era invece ben calato nel clima del match.

Insomma, eravamo un po’ come il mitico Fiabeschi in Paz! Meno male che, a differenza sua, non partiremo militari…

E sì, Rigione che non contrasta Marconi sul corner fatale, Saracco che forse poteva uscire, Pirrello che doveva marcare meglio Di Gennaro: tutto giusto. Ma non facciamone un dramma. Dopo 7 partite, abbiamo 10 punti: se ce lo avessero garantito dopo il 5-1 di Brescia, avremmo firmato col sangue. E forse un po’ affaticati ci sono arrivati in tanti, se è vero che sul campo della terza in classifica il Como terzultimo ha ottenuto la sua prima vittoria. Trasformare in una tragedia una prova di maturità fallita non ha mai aiutato nessuno a superare quelle successive.

La seconda sosta arriva dunque al momento giusto. Dopo la prima, il Cosenza ha messo l’acceleratore fino ad arrivare a metà classifica. Al rientro affronterà subito il Frosinone, nella prima di tre gare casalinghe (le altre contro Ternana e il derby con la Reggina), due trasferte (Benevento e Lecce). Come vedete, partite “materasso” non ce ne sono. E non ce ne saranno nemmeno dopo, perché nelle sette che chiuderanno il girone d’andata ci troveremo Parma e Monza in trasferta, Cremonese e Pisa al Marulla.

Per mettere le mani avanti sul discorso salvezza, toccherà prendere almeno 10 punti da qui alla diciannovesima giornata. Vi garantisco che non sarà facile. E non tanto per gli avversari, ma per la nostra attuale “immaturità”. Che non è una critica o un’accusa, ma una constatazione.

Ad Alessandria sarebbe bastato davvero poco per indirizzare la gara verso la vittoria. Una maggiore ricerca di Gori da parte dei compagni (giusto verticalizzare su di lui dalla mediana, ma se le mezzali non si propongono è solo un altro modo di spazzar via la palla). Un pizzico di senso estetico in meno tra i piedi di Caso e d’iniziativa in più tra quelli di Situm. Un po’ di luce da parte di Palmiero e Carraro. Forse anche uno solo degli ingredienti menzionati sarebbe stato sufficiente per vincerla “singolarmente”. Per vincerla “di squadra” sarebbe stato necessario smettere i panni “di lotta” (quelli che ci hanno permessi di vincere contro Como e Crotone) e indossare quelli “di governo”. Panni per i quali, forse, nel tentativo di tirarsi fuori dal mischione degli ultimi posti, Zaffaroni non ha ancora nemmeno preso le misure.

Panni che invece Totò, in questa memorabile scena con Alberto Sordi, indossa rapidamente, spostando l’esame dai pachidermi al “paliatone”. Momento nerd: se leggete attentamente il labiale su “Bartali”, vi accorgerete che in realtà la battuta era “Fanfani”. Ebbene sì, la censura ha colpito anche il Principe De Curtis.
 

E poi c’è il problema della “coperta corta”. Quattro infortuni tutti insieme sono una bella tegola. Uno, quello di Vaisanen, ha costretto a cambiare una delle cose che funzionava meglio, cioè l’intesa difensiva. L’uscita di Vigorito ha solo aggravato il problema. Al posto di Sy, Corsi ha fatto il suo, ma sarebbe servito qualcosa in più. E ho l’impressione che, nell’intervallo, Zaffaroni abbia realizzato che quel qualcosa in più i suoi ragazzi in generale non ce l’avevano.

Tutti questi bei ragionamenti fanno poco per la delusione per i 600 tifosi giunti in buona parte da Cosenza fino al Moccagatta. E pure per la mia personale, visto che tornavo a vedere la serie B in uno stadio dopo un anno e mezzo. Ma cannare una prova di maturità non significa essere immaturi. Sta alla bravura di chi gestisce il gruppo capire piuttosto le potenzialità e saperle indirizzare.

A me, che già allora volevo fare il giornalista, al termine di quegli esami del 2000 i due commissari esterni consigliarono affettuosamente di cambiar mestiere. Qualcosa gli dev’essere sfuggito, all’epoca, perché è vent’anni che, con tutti i miei limiti, questo lavoro faccio. Allo stesso modo, le prossime due settimane devono servire a Zaffaroni a trasformare l’occasione persa di Alessandria nella prima lezione di un nuovo corso.

Andrea Marotta

Andrea Marotta (Cosenza, 1982) è sposato con Sara ed è padre di tre figli (Arianna, Caterina e Tommaso). Si è laureato a Perugia in Scienze della Comunicazione nel 2005. Giornalista professionista dal 2009, ha collaborato con Tam Tam e Segnali di Fumo, Il Quotidiano della Calabria, Calabria Ora, Il Firenze, Il Mucchio Selvaggio e L'Espresso. Lavora in Rai dal 2008, a Firenze dal 2013. E' autore di due libri: "Io Raimondo Ricci, memorie da un altro pianeta" (con Domenico Guarino, Sagep Editore) e "Eravamo tanto amati" (con Andrea Lattanzi e Domenico Guarino, Effigi Editore). Nel 2018 ha vinto il Premio Ghinetti - Sezione Giovani.

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