sabato,Maggio 28 2022

Dall’Unical un nuovo brevetto per estrarre fibre dalle piante. Il professor Chidichimo: «Ora si può attivare la filiera della ginestra»

Parla il docente a capo del gruppo di chimici che hanno studiato e sperimentato un metodo innovativo a impatto zero sull'ambiente. Che apre infinite possibilità...

Dall’Unical un nuovo brevetto per estrarre fibre dalle piante. Il professor Chidichimo: «Ora si può attivare la filiera della ginestra»

Una nuova tecnologia per estrarre fibre naturali dalle piante a impatto zero sull’ambiente. Il brevetto è stato depositato poco più di una settimana fa da un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Chimica e Tecnologie chimiche dell’Università della Calabria e rivoluziona il processo di estrazione delle fibre aprendo nuovi e interessanti scenari nella nostra regione e non solo. Coinvolgendo più settori, da quello agricolo a quello tessile fino all’industria della moda o dell’arredamento. Il tutto con una sola pianta, che in Calabria cresce spontanea in grandi quantità: una pianta «eccezionale», come la definisce Giuseppe Chidichimo, il docente che guida il gruppo di lavoro e il cui amore per la ginestra – un’ossessione quasi, ma positiva visti i risultati – trasuda da ogni frase. Come quando racconta di essere andato personalmente a raccogliere le piante in giro con i suoi allievi, «forbici alle mani».

Uno studio che parte da lontano

Il brevetto che porta il nome di “Processo e impianto per la estrazione di fibre cellulosiche da piante liberiane” è stato depositato da poco, come detto, ma lo studio va avanti da diversi anni, anni in cui ha segnato altre tappe. Il primo progetto sulla ginestra, racconta Chidichimo, è stato realizzato tra il 2005 e il 2007. A fare da pungolo era stata la Comunità montana dell’Alto Tirreno cosentino, interessata all’applicazione di fibre vegetali nell’automotive, in particolare nei tessuti per i sedili delle automobili. «Alla guida del progetto c’era il Centro ricerche Fiat – ricorda il docente – e noi intervenimmo come Unical per cercare di riattualizzare le tecniche di sfibratura della ginestra. Producemmo dei tessuti con un piccolo dimostratore perché non avevamo fondi per fare impianti di livello industriale. Riprendemmo le tecniche utilizzate negli anni ’40, quando in Italia c’erano diverse fabbriche che utilizzavano la ginestra, ma estraevano la fibra con metodi manuali: noi facemmo il primo impiantino automatizzato».

Un processo lungo, questo, che poteva richiedere 15-20 giorni solo per la macerazione. «L’avevo sentita raccontare tante volte questa storia della ginestra – dice il professore –, mi parlavano di piante tagliate e lasciate per 15 giorni nel corso del fiume, prima di essere sbattute più volte per estrarre la fibra. Infatti avevo detto: non lo farò mai con l’acqua, lo farò con la soda».

I primi due impianti prodotti dal professor Chidichimo nei laboratori dell’Unical utilizzavano appunto la soda, che consente di ridurre notevolmente i tempi di estrazione. Dopo il primo impianto infatti ne arrivò subito un altro. «La Fiat ci coinvolse in un nuovo progetto, dati i buoni risultati ottenuti col primo, che prevedeva di utilizzare la fibra naturale mescolata alle plastiche per fabbricare materiali che si usano nelle automobili ma anche nei natanti», racconta ancora il docente. Il progetto si chiamava “Matreco”: materiali per il trasporto ecocompatibili.

«Siccome io non ero ancora soddisfatto del livello che si era raggiunto nel primo progetto dello sfibratore – prosegue Chidichimo –, rilanciai l’idea di lavorare ancora sulla sfibratura e così producemmo un prototipo migliore. Naturalmente anche stavolta si trattava di un impianto pilota da laboratorio, non di un impianto industriale. Producemmo comunque un secondo prototipo più efficiente del primo, che si basava sull’utilizzo di spazzole rotanti per estrarre la fibra dalla ginestra una volta che questa era stata macerata nella soda».

Il nuovo brevetto

E da qui si arriva a oggi, a un nuovo processo e a un nuovo impianto. Un processo che per la macerazione utilizza solo acqua, proprio come avveniva in passato, ma con tempi notevolmente ridotti: non più di un giorno e mezzo. E un nuovo meccanismo di estrazione delle fibre. «Dati i buoni risultati derivati dall’integrazione della fibra di ginestra con i materiali plastici, il Centro ricerche Fiat ci ha coinvolto in un ulteriore progetto che si chiama Forestcomp, che non riguarda solo la ginestra ma in generale fibre vegetali a rapida crescita, da cui estrarre componenti utili per l’industria, in particolare la cellulosa», dice ancora il docente.

«È un progetto a cui stiamo ancora lavorando – aggiunge –, senonché una parte riguarda ancora una volta le metodologie per estrarre fibre cellulosiche dalle piante, così ho voluto approfondire il discorso dell’estrazione delle fibre della ginestra». E stavolta i chimici dell’Unical hanno seguito anche «i suggerimenti che ci sono venuti dal territorio», ossia da chi conosce da vicino il vecchio processo di estrazione delle fibre. «Abbiamo trovato questa metodologia molto più naturale che non fa uso della soda ma è altrettanto rapida e quindi abbiamo applicato il nuovo processo che utilizza solo acqua circolante e allo stesso tempo abbiamo messo a punto un nuovo concetto di sfibratore che abbiamo inserito nello stesso brevetto», afferma Chidichimo.

Con risultati migliori anche sulla qualità della fibra. La soda infatti scolla la fibra ma la rompe qua e là rendendola più ruvida. Inoltre porta alla formazione di sostanze collose che generano dei nodi molto difficili da sciogliere durante la cardatura e possono portare anche alla rottura della fibra. Ma soprattutto il processo è a impatto zero sull’ambiente. La soda va infatti recuperata dal liquido di sfibratura che bisogna poi filtrare attraverso processi un po’ costosi per recuperare materiali che vanno successivamente seccati e bruciati. «Ma è un processo che costa energia – sottolinea il docente –. Il nostro processo sfibra solo con acqua a ricircolo. E l’acqua basta decantarla e riutilizzarla o spargerla sugli stessi campi di ginestra perché non ha sostanze inquinanti».

Obiettivo: attivare la filiera della ginestra

Fatta la tecnologia, però, ora bisogna trovarle un uso al di fuori dei laboratori universitari. L’auspicio del professor Chidichimo è che possa essere la spinta per mettere in moto la filiera della ginestra. Partendo dall’agricoltura perché «prima di tutto ci vogliono i ginestreti», dice. «Inizialmente si possono utilizzare anche quelli spontanei: solo nella provincia di Cosenza abbiamo centinaia di ettari». Poi ci vuole un impianto industriale per produrre la fibra. «Come Unical abbiamo contatti con importanti aziende nazionali che sono pronte a filare la fibra ma anche a partecipare al progetto di costruzione dell’impianto», rivela Chidichimo. «Ma il nostro compito non è ovviamente quello di attivare la filiera. Non accusate me se ancora non avete i vestiti di ginestra – ride –, adesso bisogna fare quello che si chiama trasferimento tecnologico. Noi abbiamo provato che le cose si possono fare, abbiamo mostrato come si fanno, adesso questo deve diventare patrimonio delle industrie italiane».

Un patrimonio che potrebbe creare nuovi posti di lavoro. E dare anche, letteralmente, filo da tessere ai tanti artigiani che utilizzano la ginestra e che «si dannano l’anima», come dice il professore, per procurarsi la materia prima ricorrendo all’estrazione tradizionale e ricavandone piccolissime quantità con grandi sacrifici, confinando le loro creazioni in una nicchia.

Mentre si aprono nuovi orizzonti. «Io credo che con la stessa tecnologia sarà possibile estrarre anche la fibra di canapa, modificando solo un po’ lo sfibratore», afferma Chidichimo. Prossimo step dunque? Probabilmente, ma con la calma che si deve a questi studi: «Non ho ancora provato ma proverò quanto prima perché sono convinto che funzionerà. Anche l’estrazione della fibra tessile dalla canapa ha incontrato diversi problemi perché è difficile come quella della ginestra ma io penso che, una volta trovata la soluzione per la ginestra, potremmo averla trovata anche per la canapa, però dobbiamo lavorare ancora un po’».

Una pianta eccezionale

Intanto, occhi puntati sulla ginestra e sulla ricchezza che rappresenta, soprattutto in una terra come la Calabria. «È una grande fonte di fibra naturale – rimarca Chidichimo – e non contiene anticrittogamici perché è spontanea. Le coltivazioni di cotone, per esempio, assorbono il 25% degli insetticidi, anticrittogamici, concimi che inquinano il Pianeta perché il cotone è una pianta che viene attaccata dai parassiti. La ginestra è spontanea e non l’attacca nessuno. Tra l’altro la diffusione dei ginestreti salva i terreni dalle frane perché le ginestre hanno radici lunghe più di due metri che mantengono fermo il terreno. È una pianta eccezionale – conclude – perché difende il territorio, lo rende bello soprattutto se viene coltivato con criterio, potrebbe ripopolare terre incolte e non ha bisogno di acqua perché ha radici lunghe e prende dalle profondità. Dobbiamo usarla perché saremmo stupidi a non farlo».