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Covid, la storia di una 32enne: la prima dose di vaccino, una reazione avversa e la vita sospesa

A luglio la somministrazione, poi l'insorgere di un problema che non le consente tuttora di completare il ciclo senza il rischio di danni più gravi. Ma nessuno si assume la responsabilità di rilasciarle un certificato di esenzione che le permetta di tornare al lavoro

Covid, la storia di una 32enne: la prima dose di vaccino, una reazione avversa e la vita sospesa

La sensazione è netta: «Stanno giocando a tennis con la mia vita». La vita di Veronica, in questo momento, è esattamente così: una pallina che rimbalza da una parte all’altra, e a ogni rimbalzo è un nuovo colpo che fa sempre più male e quello che sta nel mezzo non è più piacevole. La sospensione. Perché è da qualche mese che la vita di Veronica continua a fluttuare tra incertezze, ansie, mancate risposte. Il futuro? Neanche a pensarci, non ora, quando è il presente che manca. A 32 anni.

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Veronica non si chiama così, ha scelto di non mostrarsi con la sua identità, ma la sua storia vuole invece raccontarla. Perché magari non è l’unica a essere stata confinata in un limbo da norme che – in tempi difficilissimi come quelli che stiamo vivendo – mirano a rendere la situazione certo non semplice, ma quantomeno gestibile. Per tutti, tranne forse che per chi rientra in casi come il suo. Casi rari ma esistenti, casi che camminano sulle gambe di persone. «Non penso di essere l’unica a cui sia capitata questa cosa e vorrei sapere come altri abbiano risolto un problema simile», dice.

Ed eccolo, il problema. In poche parole: l’impossibilità di completare il ciclo vaccinale – per motivi indipendenti dalla sua volontà – e nessun certificato di esenzione che le consenta di continuare a fare la sua vita.

Dalla prima dose al limbo

Partiamo dall’inizio. Siamo nell’Alto Tirreno cosentino. Il 21 luglio Veronica riceve la somministrazione della prima dose di vaccino Pfizer, all’ospedale di Cetraro. «Soffro di allergie ad alcuni farmaci e ad alcuni alimenti, ma fino a quel momento non avevo mai avuto particolari problemi di salute». Invece il problema, dopo quella somministrazione, arriva. «Il labbro inferiore si è spostato a sinistra, mi alzavo con l’occhio gonfio e rosso e il volto non era più in equilibrio. Non mi sono allarmata subito perché sapevo che ci potevano essere degli effetti collaterali, ma non immaginavo certo di rientrare nella casistica di eventi più rari».

Constatato che il problema non va via, dopo poco più di una settimana Veronica si rivolge al suo medico curante. «Lui ha stabilito la correlazione tra il vaccino e l’evento, ma inizialmente non mi ha dato alcuna cura perché era incompatibile con il vaccino stesso. Mi ha detto di attendere due settimane e nel caso il problema non fosse scomparso avrebbe proceduto con la somministrazione di alcuni farmaci». E il problema non scompare. «Tuttora – racconta Veronica –, anche se il volto è tornato in equilibrio, non ho la completa sensibilità».

Dopo poco più di due settimane la giovane ricontatta il medico. «Voleva darmi la cura ma io ho rifiutato perché di lì a breve avrei dovuto ricevere la somministrazione della seconda dose. Speravo che il problema sarebbe rientrato e quindi avrei potuto sottopormi all’inoculazione, così sarei potuta rientrare al lavoro in totale sicurezza». Ma quell’appuntamento Veronica deve invece annullarlo. «Ho informato anche l’ospedale dove mi era stata somministrata la prima dose chiedendo come avrei dovuto muovermi, loro mi hanno detto che era competenza del medico di base e non sapevano cosa consigliarmi».

Il rimpallo di responsabilità

È a questo punto che comincia il rimpallo. Veronica rimane senza vaccino e senza tutele di altro tipo che le consentano, quantomeno, di continuare a svolgere le sue attività quotidiane. «Essendo docente, seppur precaria, dovevo mettermi “in regola” perché si andava verso l’obbligo vaccinale. In più, lavorando fuori regione, dovevo viaggiare. Non solo, perché dovevo prendere servizio a Roma, dove i mezzi pubblici sono sempre pieni e non mi sentivo tranquilla senza una copertura contro il Covid. Io il vaccino volevo farlo, ma se non fosse stato possibile avrei almeno avuto bisogno di una tutela burocratica per spostarmi e lavorare». A Veronica, invece, nessuno ha mai detto chiaramente che il vaccino non può farlo. Ogni volta che ha provato a sottoporsi alla somministrazione, però, le è stato paventato il rischio di reazioni ancora più gravi della prima e permanenti.

«Sono andata più volte nei centri vaccinali – racconta –, al Palatenda di Paola mi hanno sempre sconsigliato. Ma non sono riuscita a ottenere altro. Solo il mio medico aveva prodotto una certificazione in carta semplice che però ha avuto validità fino a ottobre. Con le nuove norme sono rimasta bloccata: sono andata avanti con i tamponi per viaggiare finché è stato possibile ma poi di fatto non ho potuto più lavorare: sto ricevendo delle convocazioni ma non posso prendere servizio, anche perché sono tutte fuori regione».

Chi deve agire e come, in questo caso? «Il mio medico di base mi ha detto che dovrebbe essere il centro vaccinale a motivare il fatto che non posso ricevere la seconda dose, loro dicono che deve farlo il medico di base», afferma Veronica. Le dicono, anche, che per un’eventuale esenzione serve il certificato di un neurologo. «Ma prenotando in ospedale – spiega la giovane – non è possibile avere un consulto in tempi brevi e non ho voglia di rivolgermi a un privato a pagamento che non ha contezza di tutta la vicenda».

Al momento, Veronica va avanti con tamponi e test degli anticorpi a cui si sottopone periodicamente per tenersi comunque sotto controllo dato che in casa ha anche dei malati oncologici che vuole tutelare. Ma non si rassegna alla sua vita sospesa. «Sto diventando una specie di stalker dei centri vaccinali – dice –. Mi sono recata all’ospedale di Paola di nuovo il 14 gennaio, ho riferito al direttore sanitario il mio problema e mi ha detto che non se la sente di somministrarmi la seconda dose visto che ho ancora dei segni della prima reazione e rischio effetti più gravi. Mi ha detto che è competenza del mio medico porre un quesito all’Aifa su un’eventuale somministrazione e fornirmi la certificazione. Fatto sta che io al momento non ho né certificazione né vaccino».

Il quesito, all’Aifa, è lei stessa a porlo. «Sono stata contattata dalla Farmacovigilanza di Cosenza e ho chiesto a loro quale sia la procedura da seguire in questi casi, se c’è la possibilità di somministrarmi quel tipo di vaccino o uno diverso. Ma non so se è il canale giusto. Ho anche scritto all’Urp del Ministero ma non ho avuto alcuna risposta. Il fatto è che non si sa chi deve fare cosa», spiega. «Ho anche chiamato il 1500, il numero ministeriale e mi è stato detto che ho diritto a un certificato di esenzione che mi garantisca l’accesso ai servizi per i quali è necessario il green pass, il problema è che non si sa chi deve darmela. Anche la piattaforma per la segnalazione di questi casi non funziona».

Nessuna risposta, nessuna tutela

Veronica ha bussato a tante porte, ma non ha mai ricevuto risposte esaustive. Vuole solo essere tutelata. «Da un lato o dall’altro», dice. «Se c’è la possibilità di fare il vaccino io ho manifestato più volte la volontà di farlo. Se non c’è la possibilità, se si valuta che i rischi sono superiori ai benefici, qualcuno però deve mettermelo nero su bianco perché mi serve almeno una tutela burocratica».

Non attacca Veronica, non usa parole scomposte anche se il trascinarsi di questa situazione metterebbe a dura prova la pazienza di chiunque. Continua, nonostante tutto, a mantenere la calma e la lucidità. Ma una risposta la pretende. «Io non so chi ha ragione e chi ha torto, non ho le competenze per stabilirlo e non faccio considerazioni. Ma ripeto: ho bisogno di essere tutelata».

Quello che poteva fare lei lo ha fatto, anche se un rimpianto ce l’ha. «Forse il mio errore è stato quello di non essermi recata subito in Pronto soccorso, magari avrei almeno avuto in mano la certificazione di una struttura sanitaria. Per come sono fatta non vado subito in allarme. Già in periodi normali i nostri Pronto soccorso sono carichi di lavoro, andare per un problema che non mi sembrava così invalidante o che comunque non metteva a repentaglio la mia vita mi sembrava eccessivo. Adesso però mi rendo conto che forse è stato un errore perché sono mesi che vado avanti e dietro senza risolvere nulla».

Una vita sospesa

Ha subito un danno fisico Veronica, e la beffa derivante dalle mancate risposte, eppure non sputa veleno. E il vaccino vorrebbe ancora farlo. «Può capitare, così come con tutti i farmaci, di avere un effetto collaterale. Io non pensavo di avere una predisposizione a questo tipo di reazioni ma certo so che è possibile averne e non esserne a conoscenza. In prima battuta, in ospedale mi dissero che era una mia scelta sottopormi o meno alla seconda dose. E mi sta bene. Ma quando ti parlano di rischi di danni permanenti qualche dubbio te lo poni. Che ci siano dei rischi mi è chiaro ma vorrei sapere in che percentuale e di che tipo in maniera tale che io possa fare una valutazione personale visto che deve essere una scelta mia».

Tutto quello che Veronica chiede è che la sua vita – sconvolta dalla pandemia così come quella di chiunque altro – non rimanga sospesa tra un rimpallo di responsabilità e l’altro. «Mi manca il lavoro, non solo la possibilità di avere uno stipendio ma anche il fatto in sé di lavorare, di essere attiva perché è un lavoro che faccio con molta dedizione. Devo ringraziare il fatto di avere i miei genitori a darmi una mano e di essere potuta rientrare qui, perché fuori non avrei saputo come andare avanti».

Ma avanti Veronica deve andare. «Sicuramente una strada c’è, voglio pensare che casi come il mio siano stati presi in considerazione – conclude –. Ma se credere nelle istituzioni è già difficile così diventa impossibile. Io prima o poi devo tornare al lavoro, non posso rimanere in questa situazione. Non è colpa mia se ho perso la possibilità di continuare a lavorare: non posso farlo per una sciocchezza burocratica perché nessuno si prende la responsabilità di mettere nero su bianco quello che mi è successo. Se potessi prendermela io la responsabilità lo farei, ma deve esserci una persona che assuma questo compito: che faccia da ponte tra il mio problema e la sua soluzione».