domenica,Maggio 19 2024

Ospedale di Cariati, la chiusura vissuta «come un lutto»

Una ferita ancora aperta dopo undici anni, della situazione del "Vittorio Cosentino" si è occupata oggi "Dentro la notizia" di Pasquale Motta su LaC Tv

Ospedale di Cariati, la chiusura vissuta «come un lutto»

di Luca Latella

«La politica ha chiuso l’ospedale di Cariati, la politica può riaprirlo domattina». Questa è solo una delle urla di dolore che nascono dalla pancia dei cariatesi. La cicatrice lasciata dallo scippo perpetrato ai danni del territorio con la chiusura dell’ospedale di Cariati è ancora vivida come undici anni fa.

Quella sanità strappata con violenza non lascia margini di redenzione alcuna da queste parti ed è solo il pilastro di tutti i mali, seguito dalla giustizia, con la chiusura del tribunale di riferimento, Rossano. Ed è così che si allungano a dismisura i tempi: ben oltre la golden hour fissata per i soccorsi dell’emergenza-urgenza; anche oltre le due ore per raggiungere il palazzo di giustizia di Castrovillari da Campana, o dalla cintura dei comuni alle pendici della Sila. Un paradosso spazio-tempo per il XXI secolo che galoppa velocemente mentre in riva allo Ionio, in cui l’asse viario e ferroviario risale agli arbori del ‘900.

A Cariati, insomma, tutti sperano, ma nessuno è disposto a perdonare uno scippo così grande, quello del diritto alle cure. “Dentro la notizia”, l’approfondimento itinerante condotto da Pasquale Motta su LaCtv, oggi ha fatto tappa proprio a Cariati, per narrare le vicende vissute attorno al “Vittorio Cosentino”, un tempo piccola-grande eccellenza, che offriva degne risposte sanitarie al territorio ed in cui, nell’arco di qualche decennio, sono nati oltre 20mila cittadini ionici provenienti da tutta la Sibaritide.

Pasquale Motta ha registrato umori e sensazioni e tra chi vive ed ha vissuto la chiusura dell’ospedale di Cariati «come un lutto», c’è anche chi ancora continua a lottare con il coltello tra i denti: le Lampare. Quel comitato che due anni fa ha occupato il Vittorio Cosentino attirando le attenzioni nazionali ed internazionali. Gino Strada, Roger Waters dei Pink Floyd sono solo alcuni degli endorsement ricevuti.

Mimmo Formaro, il frontman del gruppo Lampare, sulla scia di quella lotta che non finirà fin quando l’ospedale di Cariati non rientrerà nella rete ospedaliera – e si attente a giorni la revisione del dca 64 da parte del presidente della Regione e commissario alla sanità, Roberto Occhiuto e poi anche l’atto aziendale dell’Asp che servirà a riempire di “contenuti” il nosocomio – si è anche candidato a sindaco, venendo comunque eletto in consiglio comunale.

«Manca personale – dice – mancano servizi basilari. Il presidente Occhiuto ha assunto un impegno, ha ribadito il 20 aprile in consiglio regionale che il “Cosentino” sarà reinserito nella rete ospedaliera. I soldi ci sono, ma bisogna indirizzare la popolazione verso la sanità pubblica. Vi è necessità di investire nella formazione, bandendo la privatizzazione della salute per profitto. La sanità è garantita dalla Costituzione – conclude il leader delle Lampare – l’unico diritto indicato come “fondamentale” con l’art. 32. Questa è la battaglia della vita».

«La battaglia è iniziata undici anni fa – spiega Formaro – ed è nata sull’onda della difesa del diritto alla salute. A novembre 2020, in piena pandemia, con la Calabria in zona rossa, e disperati perché questo territorio non riusciva a fornire nessuna risposta di carattere sanitario, abbiamo deciso di occupare l’ospedale. Quell’iniziativa ci ha consentito di aprire uno spiraglio di luce sul “Cosentino”; l’iniziativa ha riscosso un clamore incredibile, tanto da attirare le attenzioni di Gino Strada, Roger Waters, cittadini tedeschi, giapponesi, sudamericani: quella solidarietà ci ha dato la forza di resistere. Adesso siamo vicini al risultato che ci siamo posti come prioritario, ovvero il reinserimento dell’ospedale di Cariati nella rete ospedaliera. Questo è il cuore della nostra battaglia – conclude Formaro – ma continueremo lottare anche per la prevenzione e la rete di assistenza territoriale».

La speranza, da queste parti, è quella di non dover morire su un’ambulanza.