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Con coscienza da Zeman

Con coscienza da Zeman

l’editoriale di Federico Bria

A Cosenza bisognerebbe seguire l’esempio del boemo che tornando su una panchina di terza serie ci ha dato un’altra lezione: non sono gli altri a dare valore a quello che fai, ma la passione con cui lo fai.

zeman_foggiaZeno Cosini è un personaggio che non si è mai interessato di calcio. Zeno è un personaggio di primo piano, nel senso che la sua coscienza è al centro di un celebre romanzo di Italo Svevo intorno alla psicoanalisi. Antonello Venditti parte da Zeno per arrivare a Zeman. È una pura analogia fonetica, probabilmente, ma nasce su di essa una canzone dedicata alla inflessibile dirittura tattico-morale del tecnico boemo.
Zeman rappresenta una filosofia, di fronte a lui non si può giocare una semplice partita di calcio. Sarebbe come entrare nel Vaticano  ruminando chewing-gum e tenendo le cuffiette a volume alto. Lo fanno in tanti? Vuol dire solo che ci sono tanti cafoni in giro…
Di fronte a Zeman bisogna fermarsi e respirare profondamente, come se si fosse in cima al Pordoi o sul ciglio del Gran Canyon. È come se ci si trovasse di fronte al calcio in persona. E non perché si tratti di un allenatore che ha vinto tanto nella sua carriera, ma, piuttosto, perché quella coscienza che gli è stata affibbiata per analogia, in realtà, ne costituisce l’essenza.
Perciò, oltre che giocare una partita con lui, sarebbe un peccato non approfittare del momento per una bella introspezione sul lettino del Dottor S (che prende in cura Zeno, prima che questi decida di mollarlo)…
Da dove cominciare? Nell’epoca di “Vieni via con me” bisognerebbe procedere per elenchi, ma facciamo quel che possiamo:
Noi e la vittoria. Nike, figlia del titano Pallante e della ninfa Stige, sorella di Cratos (la potenza), per gli antichi greci impersonava la vittoria. Noi abbiamo con essa un rapporto patologico. Vogliamo essere ambiziosi ma non intendiamo sostenere il peso delle nostre ambizioni; cambiamo giudizio a seconda del risultato e riusciamo ad invertire ogni opinione argomentandone l’acrobazia come se fossimo al circo.
Noi e le mezze misure. Non ne abbiamo, siamo sempre e solo con chi vince. Critichiamo ogni mezzo passo falso dipingendo scenari da incubo, ma per soccorrere chi vince saremmo pronti a convertire ogni nostra convinzione. I puristi userebbero il termine “voltagabbana” per definire questi comportamenti. Ma non è così, oggi la chiamano… coerenza.
Noi e la nuova società. Quando cambia una società c’è sempre aria nuova, come quando si rinnova il mobilio di casa. Il Cosenza è alla vigilia di un ennesimo cambio societario. Personalmente sto sulle spine; mi auguro di non rivivere esperienze antiche, come quando la città aspettava gli svizzeri, poi i napoletani, poi i cosentini dello jonio, eppoi, eppoi… Ci distinguiamo sempre nelle accoglienze, un po’ meno nella oggettiva valutazione di chi lascia.
Noi e l’obiettività. La generosità con la quale sosteniamo i vincitori di tappa ci porta ad annullare l’orizzonte. Come se ogni domenica sera finisse un campionato. Certa critica – sportiva, politica, informativa – ci porta a limitare la visuale e a vivere la vita come se i risultati si dovessero ottenere entro 24 ore. Di questo passo dimentichiamo cosa significa programmazione, lavoro, fatica. A lungo andare non sapremo più soffrire e resistere alle difficoltà, Vivremo una continua, infinita, telenovela. Dopo la vittoria di Foggia, ad esempio, ho sentito commenti entusiasti, come era accaduto dopo Lucca. Tocco metalli umani al pensiero dei ricorsi storici…
Noi e l’onestà. Sappiamo che esiste l’onestà, ne abbiamo sentito parlare. Da Foggia giunge l’eco delle proteste rossonere per un fallo di mani di Biancolino sul primo gol. In questo caso le immagini, secondo retorica, “parlano da sole”. Anziché inneggiare alla grande vittoria, dunque, faremmo meglio a prendere atto di come è maturato il risultato. Ma noi siamo quelli che, inneggiando alla morte del “Pagliuso Calcio”, mettemmo la squadra nelle mani della GEA, convinti di fare il salto triplo in un clima da ovazione. Anche in questo caso, il nostro metro di giudizio è il risultato, non certo l’onestà…
Mentre il Dottor S riguarda gli appunti di ciò che abbiamo detto, potremmo alzarci dal suo lettino e rivolgerci direttamente a Zdenek Zeman. Se avessimo un cappello dovremmo tenerlo con entrambe le mani e, mestamente, osservare di non avere coscienza sportiva. Ci scusi, mister. No, non per il gol di Biancolino. Lei sa che nel calcio, come nello sport e nella vita, c’è anche la furbizia. Ci scusi perché abbiamo fatto della furbizia un totem; per l’incapacità – più volte dimostrata – di valutare un progetto per quello che si propone e non per ciò che frutta. Ci scusi ancora, mister Zeman,  per l’assoluta incapacità di farci carico dei sacrifici necessari per costruire. Costruire una città profondamente civile, una società eticamente ambiziosa o una squadra semplicemente dignitosa.
Ma, oltre alle scuse, da appassionati di un certo modo di intendere il calcio, dovremmo anche dire grazie al signor Zeman. Grazie per essere tornato in serie C. Dopo tanti anni nella massima serie, avrebbe potuto tranquillamente dedicarsi ad altro. Invece, tornando su una panchina di terza serie, ci ha dato un’altra lezione: non sono gli altri a dare valore a quello che fai, ma la passione con cui lo fai.
Grazie per essere tornato alle nostre latitudini, signor Zeman. Incontrando lei sappiamo di poter vincere o perdere ma alla fine, incredibilmente, quello che meno ci interessa è il risultato. Rimaniamo, semmai, rapiti e travolti dall’entusiasmo che genera il suo modo di intendere il calcio, lo sport, la vita. E con esempi come il suo, da immancabili idealisti, speriamo sempre di poterci migliorare. Magari, seguendo l’esempio della coscienza sveviana, superando i nostri limiti grazie alla consapevolezza di poter essere migliori.

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