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L’ultimo Cosenza vincente – 10 anni dopo | Paletta: «Contava solo una cosa, la facemmo»

L’ultimo Cosenza vincente – 10 anni dopo | Paletta: «Contava solo una cosa, la facemmo»

CosenzaChannel celebra il decennale di Paternò-Cosenza 0-4, la gara che diede inizio nce due stagioni meravigliose. L’ex presidente Paletta: «Si possono cambiare i loghi e cercare di voler “essere altro”, ma la storia è storia».

2 settembre 2007-2 settembre 2017. Sono passati dieci anni esatti da quando il Cosenza diede inizio ad una cavalcata che riempì lo stadio per due stagioni. Una doppia promozione dalla D alla Prima divisione non si era mai vista prima, anzi non si era mai visto un duplice salto in avanti. CosenzaChannel celebra questa ricorrenza con le due massime cariche dell’epoca, che a distanza di un paio di lustri hanno imboccato strade differenti. Si inizia da chi occupava la poltrona più prestigiosa.

Damiano Paletta sapeva già di essere il presidente del Cosenza, ma quando una mattina a Palazzo dei Bruzi il gruppo dirigenziale che rappresentava lo comunicò ufficialmente all’allora sindaco Perugini, forse entrò realmente nell’ottica di idee che nulla sarebbe stato come prima. «Era luglio – dice sfogliando l’album dei ricordi – Perugini non era solo il sindaco, ma uno dei primi tifosi della squadra. Ci presentammo da lui io, Chianello e Citrigno che fu decisivo. Ci accompagnarono anche Mangiarano e Mirabelli. La mattina dopo la squadra partì per il ritiro in Umbria».

Sono passati 10 anni esatti dalla prima storica trasferta di Paternò. Pochi o tanti?
«Per come sono andate le cose, dico tanti. Abbiamo vinto due campionati per poi fermarci. La crisi la conoscete tutti, ma il Cosenza è laddove l’abbiamo lasciato. Quel giorno, però, fu emozionante vedere 500 supporter in trasferta: ci fecero capire di essere sulla strada giusta. Finì 0-4, segnarono Alessandro Ambrosi, Occhiuzzi, Cosa, Bernardi».

Dieci anni fa quando salì sul palco del Citrigno per rivolgersi ai tifosi del Cosenza era un po’ emozionato…
«Davanti trovammo una platea arrabbiata. La piazza proveniva da anni terribili, perfino da un derby cittadino disputato tra l’incredulità generale. Fummo sinceri nel dire che eravamo pronti a ridare loro una speranza. Ci fu l’intervento di uno sportivo che sentenziò: “Noi non siamo contro nessuno, tifiamo per la maglia”. Ecco, non facemmo altro che far indossare quella casacca a persone di spessore che riportarono entusiasmo. Lottammo molto per farlo, anche per il cambio di denominazione. Proprio quella mattina un mio amico, Giannino Dodaro, mi chiamò in disparte e mi suggerì lo storico nome Fortitudo per riagganciarci alla storia».

Cosa ritiene che quel biennio di vittorie abbia lasciato alla città?
«Un ricordo indelebile. Cosenza sapeva che non eravamo una società ricca e che veniva guidata da un direttore generale aziendalista. C’è chi ancora oggi mi dice “avete vinto e non avevate soldi”, ma vincere conta più di ogni altra cosa. Anzi mi va di citare Ancelotti».

Prego, lo faccia…
«L’altro giorno, mentre veniva premiato a Lago, ha detto che un allenatore si pone davanti ai suoi dirigenti come vuole, ma diventa grande solo se vince. Ed è così anche per i dirigenti. Quell’esperienza la sfrutto ancora oggi, perché Cosenza è un nome illustre nel mondo del calcio»

L’epilogo della storia ha però macchiato quel ricordo, inutile nasconderlo. Perché secondo lei?
«L’ha macchiato, è vero. Fui una Cassandra e mi staccai definitivamente il 3 aprile di ritorno da Pescara. All’epoca misero in confusione perfino Mirabelli e credetemi che è difficile farlo. C’è chi non brillò nel leggere la storia dei Lupi ed impedire che si ripetessero gli errori commessi».

Ma c’era anche il discorso della cartella esattoriale…
«Sì, ma quando vengono ingaggiati i professionisti e poi non si corrisponde loro quanto pattuito, nessuno può aspettarsi nulla…».

Chi era Massimiliano Mirabelli ieri e chi è oggi?
«All’epoca era l’adolescente del professionista maturo che vedete in tv. Lasciò da giovane il calcio e dava segnali chiari delle capacità sviluppate strada facendo. Dopo i fasti di Cosenza si rimise in gioco dal basso con contratti di scouting all’Inter, seguì Angeloni al Sunderland, poi divenne capo degli osservatori dell’Inter finché non la vita non gli ha dato l’occasione tanto agognata. Non sono tifoso del Milan, ma sono orgoglioso di vederlo seduto ad una scrivania importante».

Qual è la sua arma migliore? Non si arriva così in alto in poco tempo se non si eccelle in qualcosa.
«La franchezza e il rispetto che porta alla controparte. Quando parla con un procuratore vuole rispetto per il club che rappresenta, il caso Donnarumma è lampante».

Presidente, riavvolgiamo il nastro. Quale fu l’ostacolo più arduo da superare?
«A gennaio del 2008 cercarono di insinuare polemiche tra di noi. Durò tutto una decina di giorni. Il secondo momento fu l’amichevole con il Siena a Norcia, ma in Lega capirono la situazione».

Fu più bella Cosenza-Bacoli o Cosenza-Melfi?
«Cosenza-Bacoli senza alcun dubbio. Fu la prima vittoria, la prima volta che il San Vito fu riempito quasi abusivamente visto che entrarono 18mila spettatori anziché 13mila quanti la capienza ufficiale ne ammetteva, ma era una festa popolare e tutti vollero partecipare. Con il Melfi era tutto scontato, tanto che giochicchiammo il derby  a Catanzaro».

E’ capitato di incrociarla in tribuna al Marulla. Che idea si è fatto di Guarascio?
«Abbiamo fatto delle belle chiacchierate anche al bar di mio figlio qui a San Lucido. Gli ho dato due o tre dritte serie per andare in B e senza superbia dico che non sono state raccolte. In Lega Pro vinci solo con uno come Gonzalez in attacco».

Dopo la mancata iscrizione ad un torneo professionistico del 2011, Guarascio non ha più voluto saperne di utilizzare il logo storico del club. Per dicembre ha dato mandato di produrne uno nuovo. Avrebbe fatto lo stesso?
«E’ nei fatti che noi non ci comportammo come lui. Noi acquistammo da un notaio il marchio del Cosenza 1914 per segnalare la continuità storica. Una persona può anche scegliere sentieri diversi e far disegnare tutti i loghi che vuole, ma per “essere altro” come dice lui… devi vincere. Su questo argomento non transigo: la storia è storia».

Perché il Cosenza dal 2003 non è più tornato in B?
«Il 3 aprile del 2010 si sbagliò tutto e con un presidente più passionale al timone forse chi lo sa cosa sarebbe accaduto… La B deve essere la casa del Cosenza. Chiunque può tagliare i cordoni con il passato, ma c’è obbligo di B per questa piazza».

E’ più affezionato a Danti o De Rose?
«A De Rose, senza nulla togliere a Domenico. Ciccio rappresenta la vera cosentinità e i fischi riservategli in occasione dei playoff con il Matera mi hanno fatto male».

Parisi ed Occhiuzzi hanno intrapreso la carriera di allenatore. Li vede tagliati per questo mestiere?
«Roberto ha iniziato ora, ma di Parisi ho la certezza assoluta che farà il salto di categoria».

Per chiudere sia sincero: chi è la persona che l’ha delusa di più in quell’esperienza?
«Non ci furono delusioni, al massimo criticità. Rimasi deluso da me stesso perché forse era meglio continuare per come andarono poi le cose. Non eravamo economicamente più in grado di gestire tornei di vertice. In un paio di anni ci saremmo ripresi». (Antonio Clausi)
CLICCA QUI PER L’INTERVISTA A PINO CITRIGNO

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