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L’ultimo Cosenza vincente – 10 anni dopo | Citrigno: «I tifosi al cinema, che emozione»

L’ultimo Cosenza vincente – 10 anni dopo | Citrigno: «I tifosi al cinema, che emozione»

Pino Citrigno divenne per tutti il “vicepresidente”: «L’entusiasmo si manifesta quando alla terza gara casalinga contro una squadra sconosciuta ci sono 7mila persone. Il marchio del 1914 è a disposizione di tutti».

Ha incarnato lo spirito della cosentinità più di ogni altro dirigente. Pino Citrigno, in cuor suo, non ha mai smesso di essere punto di riferimento e quando gli è stato chiesto, ha aperto le porte del suo cinema alla tifoseria. Dieci anni fa salì sul palco con Mirabelli, Chianello e Paletta: per molti era la garanzia che si faceva sul serio. L’ultimo Cosenza 1914 degno di essere ricordato iniziò proprio così: con un faccia a faccia tra tre dirigenti del Rende e i sostenitori dei Lupi. Nel decennale di Paternò-Cosenza 0-4, dopo l’intervista di Paletta, tocca al “vicepres” parlare di quella esperienza. Per molti indimenticabile.

Quel giorno lei giocava in casa, era un po’ emozionato?
«Certamente. Era un sogno che realizzavo. Da bambino tutti pensano di fare il calciatore o l’allenatore del Cosenza. Io non potendo fare né l’uno e né l’altro, speravo di poter fare il presidente».

Citrigno, è vero che in caso di mancato passaggio a Cosenza la sua esperienza a Rende sarebbe finita?
«Sì, anche perché si paventò perfino un passaggio a Catanzaro e lì non avrei mai seguito i miei compagni di viaggio».

citrigno pienoPer raccontare il passato, partiamo dal presente. Quando i tifosi di recente invasero le sue sale per assistere al derby, le è venuta un po’ di nostalgia?
«Con Sergio Crocco lo abbiamo fatto apposta, è normale che mi sia venuta. Non riuscivo, sinceramente, a capire dopo tanti anni l’affetto dei tifosi nei miei confronti e soprattutto a margine di un’esperienza negativa che mise il punto alla mia avventura da dirigente. E’ stato bellissimo».

Sono passati dieci anni da quando si trasferì il titolo del Rende al San Vito, lo direbbe mai?
«Da una parte direi sì, direi che è passata una vita, ma se dall’altra ricordo i sentimenti di alcuni match posso solo dire che sembra ieri».

In cosa è cambiato Pino Citrigno?
«Sono sempre lo stesso, ma non riesco a dare più il supporto sperato alla società perché l’attuale proprietà non ne dà modo a nessuno».

Lei è il custode del marchio storico, vorrebbe un giorno rivederlo sulle maglie dei Lupi?
«Io avrei voluto rivederlo già 5-6 anni fa quando Guarascio si accomodò sulla poltrona di presidente. Lui però è troppo chiuso in se stesso e non favorisce vere operazioni di entusiasmo e marketing. Potrebbe essere un buon viatico, ad avviso del sottoscritto, riproporre il marchio che ha scritto la storia. Ad ogni modo il logo del 1914 è qui ed è a disposizione della tifoseria».

Mirabelli, Mangiarano e Toscano hanno fatto carriera. Ci avrebbe scommesso?
«Io c’ho sempre scommesso, altrimenti non sarebbero passati da Cosenza. Su Toscano mi espressi da subito, Mirabelli-Mangiarano erano già una coppia forte nel 2007. Durante una cena preliminare chiesi loro se avessero davvero la forza di portare in alto il Cosenza. Mi dissero di sì e mantennero la promessa anche grazie all’apporto dei tifosi, della Provincia e dei dirigenti tutti».

Ci descrive ognuno di loro?
«Mirabelli è geniale perché ha dei colpi istintivi che spiazzano l’interlocutore, Mangiarano è un professionista fedele ed ha una grande competenza: insieme si completano, da soli hanno invece dei lati scoperti. Toscano è professionale come ha dimostrato negli anni».

Citrigno, sente ogni tanto Chianello e Paletta? Di cosa parlate?
«Parliamo sempre di quelle tre stagioni indimenticabili. Ci vediamo poco, ma quando ci incontriamo concordiamo nell’affermare che vincere due campionati in quelle condizioni fu un miracolo. Paletta, Citrigno e Chianello non hanno contribuito ad alcun fallimento. Quando alle porte della C1 fummo costretti ad aprire a nuovi imprenditori arrivò la cartella esattoriale del vecchio Rende e lì andò tutto storto. Il nostro compito fu portato a termine, anzi lanciammo ragazzi del calibro di Danti, De Rose e Bernardi».

Nei playoff al Marulla c’erano 12mila spettatori, è tornato l’entusiasmo in città?
«No, non è tornato l’entusiasmo. E’ semplicemente un caso derivante dai quarti di finale dei playoff. L’entusiasmo torna quando alla terza o alla quarta giornata in casa, contro una squadra sconosciuta come la Gelbison, ci sono 7mila spettatori».

Dieci anni fa, almeno per tre stagioni, non mancò mai. Merito solo dei risultati?
«No, perché portammo 1000 persone al Citrigno presentando due giocatori che erano i fratelli Ambrosi. L’aria frizzante si crea con l’entusiasmo della società: servono persone cardine in grado di trasmettere queste emozioni alla stampa e alla tifoseria tutta. I risultati è chiaro che devono arrivare, ma questa società, nonostante li stia pian piano centrando, sono anni che non fa breccia nel cuore della gente».

Guarascio all’orizzonte vede un campionato abbordabile ed ha investito un po’ più del solito. Ha buone sensazioni per rivedere i Lupi in B?
«La promozione in B è sempre un terno al Lotto. Il Benevento c’ha combattuto per un decennio fallendo di continuo. In due stagioni si è ritrovato di colpo in A. Il calcio è una scienza quasi esatta, ma secondo me Guarascio deve cambiare registro garantendo cosentinità ad una società fredda. Inoltre, non si può cambiare allenatore e direttore sportivo ogni anno. Stesso discorso per l’organico: serve una base di partenza».

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