Dalla CalabriaGiudiziaria

Le mani della ‘ndrangheta sul Parco Nazionale della Sila: le riunioni tra i confederati cosentini e i cirotani

Ci sono anche i racconti di due pentiti cosentini tra le carte dell’inchiesta “Stige” che ieri mattina ha portato all’arresto di 169 persone legate a vario titolo al clan Farao-Marincola di Cirò Marina. Una cosca molto potente e, criminalmente parlando, rispettata in tutta la Calabria e soprattutto punto di riferimento per la fascia Jonica cosentina, nonché della Sibaritide. 

Lo spiegano gli stessi inquirenti quale ruolo ha assunto la cosca in tutti questi anni, in particolare modo per i cosiddetti “affari boschivi”. E proprio di questo parlano Adolfo Foggetti e Daniele Lamanna che, com’è noto, prima di collaborare con la giustizia erano al vertice del gruppo “Rango-zingari”.

Il dato che emerge dagli atti è che i confederati cosentini, ovvero il gruppo “Lanzino” e “Rango-zingari”, volevano una parte delle somme degli appalti pubblici che “ditte amiche” dei cirotani riuscivano ad ottenere nell’Altopiano silano e non solo. Ma come vedremo non è stato per nulla semplice far confluire quei soldi nella “bacinella comune”.

La ricostruzione di questi incontri parte dalla conoscenza di Vincenzo Santoro, originario di Campana, che gli investigatori ritengono il referente dei cirotani nell’Altopiano silano. Santoro gli viene presentato come “U’ Monaco”. Ecco cosa dice Foggetti: «Ho conosciuto, per il tramite di Erminio, una persona nota col soprannome di U Monaco che Patitucci mi ha detto essere il referente della criminalità organizzata sulla zona della Sila. Erminio, inoltre, mi ha detto che lo stesso Monaco introitava i proventi erogati dalle ditte boschive. Io non ho mai incontrato U Monaco nelle riunioni fatte con “Topolino” ma l’ho incontrato, nel corso del 2010, allorché, appena usciti dal carcere, dovevamo eseguire, in Sila, nei pressi di S. Giovanni in Fiore, una rapina ad un furgone portavalori. U Monaco, così come Erminio, dovevano fungere da basisti». 

V’è da dire che in carcere è finito anche Adolfo D’Ambrosio, oggi al 41bis, condannato per associazione mafiosa e vari reati fine ed appartenente alla cosca “Lanzino” di Cosenza. Perché è stato arrestato lo si capisce dalle dichiarazioni di Daniele Lamanna che riferisce ai magistrati dove avvenne il primo dei tanti incontri, ovvero in una baita fatiscente sita sulla strada che porta al lago Ampollino. «Ricordo – dice Lamanna – la partecipazione oltre che di noi cosentini di un tale Iona, non ne ricordo il nome, di tale “Topolino” e di una persona alta, robusta, dalla carnagione scura, stempiato”; ulteriori incontri a cui, “per nostro conto hanno partecipato, al primo, D’Ambrosio e Foggetti, al secondo D’Ambrosio e Gentile». 

TERRITORIO DA CONTROLLARE. Fermiamoci un attimo e facciamo un passo indietro. L’inchiesta “Stige” si incrocia con quella denominata “Six Town”. Il motivo è legato al controllo del territorio di San Giovanni in Fiore che per i cosentini ricadeva sono la loro “giurisdizione”, mentre per le cosche crotonesi era un affare tutto loro.

Lamanna infatti riferiva infatti di ulteriori incontri con un componente della famiglia Iona (successivamente individuato dallo stesso fotograficamente in Martino Iona) ed altri della famiglia Spadafora di San Giovanni in Fiore, a mente dei quali Martino Iona riferì ai cosentini, di non essere d’accordo a concedere il territorio di San Giovanni in Fiore a loro “poiché la famiglia Iona era solita operare in quella zona già da molto tempo. Io e il mio accompagnatore Rinaldo Gentile acconsentimmo a lasciare gli interessi boschivi allo Iona per una questione di “amicizia” e rispetto” oltre che quieto vivere, mentre in relazione ad eventuali appalti di natura differente (in particolare infrastrutture) ci accordammo per la spartizione dei proventi al cinquanta percento, inerenti o l’estorsione o la scelta delle ditte su cui accordare il subappalto». 

LATTARICO E NON SOLO. Sempre Adolfo Foggetti racconta altri particolari agli inquirenti: «Poco prima dell’arresto di Francesco Patitucci che è del dicembre 2011, ho saputo da Rango che la nostra organizzazione criminale era stata trascurata, cioè non aveva avuto nessun introito relativamente ad un grosso disboscamento realizzatosi nella zona di Lattarico o comunque nella provincia di Cosenza e quindi nel territorio di nostra competenza. Pertanto Rango mi diceva che, insieme a Patitucci, aveva partecipato ad una riunione insieme a Ciccio Castellano, Vincenzo Manfreda e tale Francesco di Rossano. Conosco queste persone come rappresentanti criminali rispettivamente di Cirò, Petilia Policastro e Rossano…».

Il secondo incontro per gli “affari boschivi”, secondo quanto dichiarato da Adolfo Foggetti, si tenne «dopo l’arresto di Patitucci» ma «comunque non c’era arrivato nessun introito, pertanto vi fu una seconda riunione cui parteciparono Adolfo D’Ambrosio e Attilio Chianello, quest’ultimo incaricato da Maurizio Rango. D’Ambrosio e Chianello furono portati all’appuntamento, che non so dove si tenne, da tale Erminio, che vive nelle zone vicine a Camigliatello. Erminio fece incontrare D’Ambrosio e Chianello con una persona nota con lo pseudonimo di Topolino che sta sulla sedia a rotelle e col socio di quest’ultimo», poi identificato in Mario Donato Ferrazzo.

Anche dopo il terzo incontro avvenuto a Mesoraca tra D’Ambrosio, Foggetti, “Topolino” e un socio di quest’ultimo, il pentito afferma che i soldi continuavano a non confluire nella “bacinella comune”. Ma in questo caso il confronto servì a chiarire la situazione, dove i due boscaioli di riferimento si assunsero le colpe dei mancati pagamenti, promettendo di ottemperare agli ordini derivati dagli accordi tra i cosentini e i crotonesi. E così «dopo questo primo incontro puntualmente e periodicamente in bacinella cosentina cominciavano ad essere versati i soldi che costituivano la nostra parte dei tagli boschivi. Il danaro veniva introitato, secondo quelle che erano le disposizioni impartitegli da D’Ambrosio, da Erminio, che glielo consegnava. Ricordo di diverse somme di danaro, ribadisco consegnate da Erminio a D’Ambrosio. Ricordo di una consegna di 5mila euro, di un’altra di 8mila euro, di un’altra ancora di 4mila euro. Più o meno gli introiti si succedevano una volta al mese». (a. a.)

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Redazione Cosenza Channel

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