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Strage di via Popilia, da “Franchino i Mafarda” a Bruzzese: il ruolo dei pentiti

Strage di via Popilia, da “Franchino i Mafarda” a Bruzzese: il ruolo dei pentiti

In attesa di conoscere nuovi approfondimenti sugli arresti eseguiti questa mattina dalla Dia di Catanzaro, cosa sappiamo finora del duplice omicidio Chiodo-Tucci? Il primo dato è la condanna già passata in giudicato di Francesco Bevilacqua, meglio conosciuto come “Franchino i Mafarda”.

Ma prima di arrivare ai motivi che portarono l’ex capo degli zingari di Cosenza a compiere la cosiddetta “strage di via Popilia”, è necessario dire che negli ultimi anni un input decisivo alle indagini della Dda di Catanzaro lo hanno dato sicuramente i collaboratori di giustizia. In particolar modo, Franco Bruzzese che ai magistrati antimafia, sia nei primi verbali di collaborazione con la giustizia, sia nel procedimento “Tela nel Ragno”, fece i nomi di altri soggetti legati al clan degli “zingari” quali componenti del commando che uccise Benito Aldo Chiodo, Francesco Tucci e ferì Mario Trinni. Nomi che oggi sono presenti nell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Catanzaro.

Tornando a “Mafarda”, condannato in via definitiva a 9 anni di carcere e all’epoca collaboratore di giustizia, c’è da dire che il suo vero obiettivo era soltanto Chiodo perché all’interno della criminalità organizzata cosentina sorsero dei contrasti. I “nomadi”, guidati da Bevilacqua, ambivano ad essere riconosciuti come una vera consorteria mafiosa, dall’altro lato invece i vecchi clan della citta che avevano il predominio sulle principali attività illecite. Quel giorno furono utilizzati un kalashnikov (calibro 7,62 per 39) e due pistole (calibro 9 per 21).

Il pentito “Franchino i Mafarda” disse alla Dda di Catanzaro che l’assassinio di Chiodo fu deliberato perché quest’ultimo non avrebbe corrisposto agli “zingari” una parte del denaro illegale derivante dalle estorsioni imposte alle imprese aggiudicatarie dei lavori di ammordenamento dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria. Oggi dunque la seconda puntata di un capitolo nero della storia criminale di Cosenza. (Antonio Alizzi)

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