Minamò

Se il Giglio diventa Valle Giulia

Il progetto tattico di Occhiuzzi prevede l'assoluta e imprescindibile centralità della “vecchia guardia”. La stessa che un anno fa fu fondamentale nella salvezza e che, invece, stavolta non sembra purtroppo in grado di centrare l'obiettivo.

“Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti”. Di tutte le poesie di Pier Paolo Pasolini, questa è probabilmente la più citata. Racconta uno dei primi episodi del Sessantotto italiano, a Roma, alla Facoltà di Architettura. Se ne dimentica però il corollario, che l’intellettuale friulano esprime poche righe più tardi: “e voi, amici (benché dalla parte della ragione)”. Pasolini insomma condivide la protesta studentesca (con la “testa”), ma parteggia per la polizia, perché sa che tra i celerini c’è quel proletariato che lui (con il “cuore”) racconta da anni nei suoi romanzi e nei suoi film. Le cause (giuste) della rivolta si scontrano con il ceto sociale che dovrebbe sostenerle, e invece imbraccia il manganello per 40mila lire al mese. Bel paradosso, eh?

La passione per il calcio di PPP era enorme. Ruolo: ala destra. Negli anni Sessanta capitava di incrociarlo a Grado, dove i calciatori andavano a fare le sabbiature, in compagnia di Raf Vallone, Fabio Capello e Giovanni Galeone (una lista che farebbe impazzire Gianni Minà).

Sabato pomeriggio, a un certo punto, ho “simpatizzato” per la Reggiana. È accaduto molto dopo il gol di Gliozzi, per il quale ho gioito come per Fabio Grosso contro la Germania, e il doppio palo del possibile 2-0. I granata mi hanno fatto quasi tenerezza quando, per scelta tecnica, Alvini ha fatto una sostituzione al 13° del primo tempo: non mi era mai accaduto di vedere una cosa simile in vita mia e mi puzzava di disperazione.

Ho “simpatizzato” per la Reggiana e lo metto tra mille virgolette, perché per me, a differenza di Pasolini, Cosenza sarà sempre ragione e cuore assieme. Tuttavia, a parte la follia omicida di Ajeti (che, detto tra noi, meritava un rosso diretto, proprio come da rigore era stato il fallo di Tiritiello su Ardemagni nel primo tempo), ho visto gli emiliani giocare la partita che avrebbero dovuto fare i Lupi. Disperata, brutta, sporca, cattiva, con Falcone almeno tre volte nei panni del “salvatore della patria”, fino alla rete di Ivan Varone. Il Cosenza, invece, dal sesto minuto del primo tempo abbassato nella propria metà campo (che, nella sua follia, può essere un’idea) senza riuscire mai a ripartire in contropiede (che, senza uno straccio d’idea, è una follia).

Per chi seguiva il calcio negli anni Novanta, ricorderà che nella Reggiana del 1993/94 giocava il “nostro” Michele Padovano. E, come una meteora, apparve persino Paulo Futre. Una cosa molto loser: segnò la prima rete in serie A nella stessa partita in cui si infortunò (di nuovo) per mesi.

Anche quando, nella sua storia, il Cosenza è stato una squadra scarsa, io ricordo che vestiva proprio “i panni della Reggiana” – ed era questo a farmelo amare più di ogni cosa. Come nei playoff del 2018. Come nella disperata rincorsa salvezza nel 2020. Nei due pareggi contro Vicenza e Reggiana, invece, io non ho visto i segnali di una squadra viva.

E quindi mi sorprende la distanza siderale che mi separa, nell’analisi, da mister Occhiuzzi. “Siamo battaglieri, cerchiamo di fare gioco, la squadra lotta e combatte”: ma non è questa la partita che si è disputata il 20 marzo 2021 a Reggio Emilia. “Mancano otto battaglie e bisogna stare sul pezzo”: intanto, però, due battaglie sono terminate con due punticini che potevano essere tranquillamente sei. “La salvezza diretta non è un miraggio”: vero, dal Pordenone in giù si procede a passo di bradipo. Tuttavia, da Lecce in poi il Cosenza ha preso la cattiva abitudine di andare in vantaggio e farsi rimontare. Ha vinto col Chievo e pareggiato a Salerno, ma ha buttato via troppi punti preziosi.

In base all’analisi di Occhiuzzi, il Cosenza ha giocato bene e guadagnato un punto. In base alla mia, avrei immaginato negli spogliatoi una scena alla Eziolino Capuano.

L’analisi della realtà è dirimente: a Valle Giulia c’erano poliziotti contro studenti, stop. Poi arriva Pasolini e scopre il paradosso. La realtà del Cosenza è che, quando è andato in ritiro dopo la sconfitta di Brescia, contro il Frosinone è stata schierata per 10/11 la stessa formazione che ha pareggiato sabato con la Reggiana. Quindi il ritiro non ha dato la scossa, anzi, ha consolidato certi equilibri. Da allora è diventata consuetudine la staffetta di Corsi (204 presenze in rossoblù) con Gerbo. Uno spentissimo Carretta (53 presenze in rossoblù) è titolare inamovibile da mesi (salvo panchina contro Chievo e Brescia). Idda (111 presenze in rossoblù) è insicuro, ma pare che al trio difensivo, con lui come perno, non ci siano alternative. L’analisi della realtà è dirimente e dice: il progetto tattico di Occhiuzzi prevede l’assoluta e imprescindibile centralità della “vecchia guardia” (e aggiungo Sciaudone, uno dei pochi con un buon rendimento). La stessa, va detto, che un anno fa fu fondamentale nella salvezza.

A proposito, a Reggio Emilia (e alla rivolta contro il governo Tambroni nel 1960, che provocò la morte di 5 operai) è dedicata la copertina dell’album più bello dei Giardini di Mirò. Che, combinazione, si intitola proprio Dividing opinions.

Il “paradosso” è che, dopo il ritiro di inizio marzo, il Cosenza ha ottenuto una sconfitta e tre pareggi. E, a questo punto, in una società normale, si sarebbe proceduto all’esonero dell’allenatore. Mi addolora dirlo, ma non avrei avuto obiezioni di sorta. Dopo il capolavoro di un anno fa, Occhiuzzi aveva un credito infinito con la società: poteva (doveva) pretendere Lewandowski e la piazza sarebbe stata con lui. Ha accettato invece una rosa al ribasso, l’ha definita “adeguata” sia prima sia dopo il mercato invernale. Col suo triennale poteva rappresentare la “garanzia” per i tifosi di un progetto, è diventato invece il primo degli alibi di un ds in scadenza (Trinchera) e di un presidente ispirato solo da risparmio e necessità politiche. Se Piero Braglia è stato dichiarato colpevole di “tradimento” per aver detto sono pienamente soddisfatto dei nuovi arrivi (e i nuovi arrivi erano Casasola e Asencio), perdonatemi, ma faccio molta fatica a non indicare ad oggi nell’allenatore un fondamentale corresponsabile in una gestione che, a gennaio, ha portato in rossoblù Mbakogu (74 minuti in due mesi).

E cioè un giocatore che, magari, da Ascoli in poi segnerà tutte le reti decisive per la salvezza, permettendoci di festeggiare la quarta serie B consecutiva. Sabato al vecchio Giglio (come io continuo a chiamarlo per pigrizia e affetto, anziché Mapei o Città del Tricolore), però, io ho capito cosa deve aver provato Pasolini a Valle Giulia. E quella sensazione di “simpatizzare per i poliziotti”, per me, è la più inaccettabile delle ferite che mi siano state inferte dal 2003. E ho detto tutto.

Andrea Marotta

Andrea Marotta (Cosenza, 1982) è sposato con Sara ed è padre di tre figli (Arianna, Caterina e Tommaso). Si è laureato a Perugia in Scienze della Comunicazione nel 2005. Giornalista professionista dal 2009, ha collaborato con Tam Tam e Segnali di Fumo, Il Quotidiano della Calabria, Calabria Ora, Il Firenze, Il Mucchio Selvaggio e L'Espresso. Lavora in Rai dal 2008, a Firenze dal 2013. E' autore di due libri: "Io Raimondo Ricci, memorie da un altro pianeta" (con Domenico Guarino, Sagep Editore) e "Eravamo tanto amati" (con Andrea Lattanzi e Domenico Guarino, Effigi Editore). Nel 2018 ha vinto il Premio Ghinetti - Sezione Giovani.

Articoli correlati

Leggi anche
Close
Back to top button
error: Contenuto Protetto Da Copyright Cosenzachannel.it

Adblock Rilevato

Supporta Cosenzachannel.it, disabilita il tuo Adblock per la nostra pagina