venerdì,Luglio 1 2022

BoCs Art, da fabbrica creativa a macello. Così le scatole d’arte sono diventate scatole vuote

Investimenti, pubblicità e tanti artisti in vetrina. Ma i fasti degli inizi ormai sono lontanissimi e il tempo che passa e la scarsa manutenzione stanno rovinando le 27 strutture lungo il Crati

BoCs Art, da fabbrica creativa a macello. Così le scatole d’arte sono diventate scatole vuote

Cose divertenti che non faremo mai più: aspettare che elicotteri militari scandaglino il suolo alla ricerca del tesoro di Alarico forse ubicato davanti a una storica polpetteria, assistere alla raccolta di 10mila firme contro Sgarbi neanche fosse uno sceneggiatore di Game of Thrones. E partiamo proprio da qui, non dalla serie Hbo, ma dalle scatole d’arte, i BoCs, che Sgarbi a Cosenza avrebbe potuto dirigere, acronimo di the box of contemporary spaces, scritto così, con la lettera maiuscola in mezzo, a giocare con l’abbreviazione della città. Dovevano diventare (per qualcuno per un po’ lo sono stati) il “borgo d’arte più grande d’Europa”, sono rimasti un enfant prodige troppo cresciuto che si è lasciato andare dopo la gloria precoce.

Un percorso interruptus

Nati nel 2014, i BoCs si presentarono come un progetto che avrebbe rilanciato il centro storico cosentino facendo da “attrattore” (parola trend topic di ogni nota stampa a sfondo turistico insieme a “volano” che segue a stretto giro). Costarono in tutto 2.401.675,90 euro (finanziarono i Por Calabria FESR 2007/2013). Soggetto programmatore: la Regione, soggetto attuatore: il Comune. Con la deliberazione del Consiglio Comunale n. 49 del 28 settembre 2012 si diede il via al progetto di riqualificazione e rifunzionalizzazione ricreativo-culturale del Parco fluviale, attraverso la realizzazione delle Botteghe degli artisti, i BoCs per l’appunto. Nel dicembre 2012, con la determina dirigenziale n. 2737, fu aggiudicata la gara d’appalto con l’importo netto di € 1.931.169. Nel giro di un anno i 27 cubi vennero alla luce come funghi dopo un’acquazzone.

Ed eccole, le piccole case in legno e vetro, realizzate in fabbrica e assemblate sul posto, residenze modulari e autonome in tutto e per tutto, con all’interno riscaldamenti, acqua corrente e letti, disegnate secondo i dettami di un’architettura che sposava estetica, design minimal, arte contemporanea. L’idea era creare un lungo percorso che da piazza Bilotti, continuando lungo corso Mazzini, attraversando il ponte Mario Martire, approdasse al viale degli Artisti. Un progetto interruptus di cui adesso restano vaghe tracce di buone intenzioni.

Quando la movida si spostava sul fiume

Già da due anni ci si dava da fare, da quelle parti, anche per il divertissement. Nel 2012 fu coniato il termine Lungofiume Boulevard, un nome à le français (olè-olè), ma invece della Senna, qui avevamo il Crati che sempre fiume è (e i cerchi luminosi che lì transitavano). D’estate, pub e ristoranti, trasferivano su quel vialone le loro attività e i tavoli, svuotando il salotto della città e riempiendo gli argini del cuore vecchio. Panini, pizze, concerti, addirittura qualche privé (allestito per i più esigenti), per un mese di serate, prima del letargo di agosto, in cui il pubblico sfilava tra i sanpietrini sempre col maglioncino a portata di mano, per via dell’umido del fiume che restituiva un microclima da giungla vietnamita. Là in fondo, sarebbero sorte dopo un po’ le casette dei creativi, su quella che si chiamò via Norman Douglas, la strada degli artisti.

La movida sul Lungofiume Boulevard

Un matrimonio litigarello

Ma i matrimoni si vedono alla distanza, i primi tempi sono sempre i più rosei e passionali poi tocca, come per le diete, fare il mantenimento per non buttare all’aria i risultati. Non sono mancate le querelle pepate, come la polemica sull’organizzazione sollevata dall’ex curatore dei BoCs Dambruoso (a cui fu preferito Sgarbi, rifiutato a furor di popolo dopo un sondaggio lanciato addirittura su Change.org). Si partì con il progetto promosso dall’associazione culturale “I Martedì Critici” in collaborazione con il Comune e la Provincia di Cosenza, al costo di 131mila euro per il coinvolgimento di 300 artisti. Si continuò con diverse residenze più economiche, vernissage, finissage, passaggi di curatela fino a rallentare. Intanto fu creato un Museo dei BoCs Art (un luogo in cui esporre le opere donate) in uno spazio del Chiostro di San Domenico, ma tanto non bastò a mantenere viva e alta la fiamma dell’interesse.

Gli acciacchi dell’età e i tubi rotti

Otto anni, diverse residenze artistiche, qualche curatore artistico dopo, i BoCs non sono più argomento à la page, anzi, non sono più argomento. Come ogni cosa trascurata, sono precocemente invecchiati e questo è uno di quei processi degenerativi che non si bloccano da soli ma avanzano e peggiorano in fretta. Gli acciacchi si vedono ad occhio e quello che doveva essere un cuore pulsante (quindi sempre attivo) della città è avvolto dalle cicale che friniscono e gli tengono compagnia. A parte qualche sporadica iniziativa, le strutture appaiono decisamente abbandonate a sé stesse: un piccolo mondo, gradevole alla vista, ma spopolato. Se è mai esistito un progetto più ampio, pensato per irrobustirne l’idea e fare in modo che si consolidasse tra la popolazione, non ha funzionato (e non è solo colpa del Covid).

Già lo scorso anno, quando si era in piena campagna elettorale, si erano registrate infiltrazioni d’acqua a causa di alcuni problemi alle tubature (da revisionare) che hanno rovinato il legno, per quello esterno, invece, ci hanno pensato le intemperie. Occorreva una manutenzione attenta e costante (che non c’è stata), una programmazione senza soluzione di continuità (per mantenerli vivi), una linea wi-fi ad hoc per gli artisti (che restano attaccati alle proprie linee telefoniche quando sono lì) e soprattutto soldi. Soldi che non ci sono o che andrebbero trovati in altri luoghi più abitati delle casse comunali.

Il sopralluogo della commissione cultura

Stefano Catanzariti, del comitato di piazza Piccola, aveva proposto, qualche tempo fa, una sinergia con tutte le associazioni del territorio, le compagnie teatrali della città, le realtà sociali, per ridare vita a un luogo che ora è un non-luogo, proiezione di aspettative e promesse che hanno avuto vita breve, giusto un pugno di stagioni. Il presidente del comitato cultura del Comune di Cosenza, Domenico Frammartino, consultato, ci dice che loro i cubi d’arte non li hanno dimenticati, e annuncia che la prossima settimana tutta la commissione farà lì un sopralluogo per capire in che stato versano i BoCs e per buttare giù qualche idea su come rianimarli.

Un finale molto pulp… pure troppo

Saliti alla ribalta nazionale come luoghi per artisti che avrebbero ricambiato l’ospitalità donando le loro opere alla città, ultimamente sono tornati alla ribalta per la condanna inflitta al creativo Maurizio Orrico, che nel 2016 fece uccidere un maiale, colpito alla testa e poi sgozzato, proprio lì ai BoCs. Vendendo il gesto come un’opera d’arte s’è beccato 3 mesi di condanna con pena sospesa. Come si dice, dopo il fondo si può solo risalire.