Minamò

Tra falchi e avvoltoi

Già nel 1995 Pagliuso invitò ad andare a vedere lo Zumpano. Mi stupisce vedere altri presidenti imbevuti di questa stessa retorica del “disfattismo”. E tifosi disposti a crederci

Il 26 maggio del 1991 il Cosenza giocava al San Vito. Era un campionato strano: zona promozione e retrocessione erano divise da appena quattro lunghezze. Una settimana prima, a Cremona, era arrivato l’undicesimo ko in trasferta e, fuori dalle mura amiche, i Lupi non avevano ancora mai vinto. In casa, però, erano imbattibili: otto vittorie, otto pareggi e una sola sconfitta.

Il Cosenza di Edy Reja (uno che, nei momenti difficili, incitava dalla panchina il pubblico ad alzare il volume del tifo) aveva un disperato bisogno di punti e, di fronte, una delle peggiori “bestie” dell’epoca: la Reggiana di Marchioro in lotta per la serie A. La rete del vantaggio rossoblù arrivò con Aimo, quindi Compagno firmò il raddoppio. E fu a quel punto, mentre Ravanelli e Lantignotti rimettevano palla al centro, che sullo stadio calò il silenzio. Una roba irreale, visto che vincevamo 2-0. In quel clima di paura, dalla tribuna A, la voce di un anziano si alzò chiara e nitida per invocare l’arbitro e disse: “Frige’, fisc’a fine!”. Era il terzo minuto della ripresa.

E una delle ragioni trovava giuste radici nella gara d’andata: questa. Non ho mai verificato, ma pare che si tratti di uno dei pochi casi in cui una squadra in vantaggio di 3 reti abbia poi perso con 3 gol di scarto.

Abbiamo celebrato a lungo, e fino a poche settimane fa, il Cosenza capace di rimontare ogni volta che si trovasse in svantaggio. Contro Entella, Monza, Cittadella, Reggina e Spal i punti sono arrivati così. Ora ci ritroviamo davanti al fenomeno opposto: il Cosenza subisce (come a Brescia) e non è in grado di recuperare. Oppure colpisce per primo (a Lecce e contro il Frosinone), ma subisce la rimonta.

Non è un buon segno e conviene sperare che sia un caso. Perché entriamo in una fase decisiva del campionato. E se il Cosenza di Reja era una squadra giovane (Biagioni, Catena, Di Cintio, Tramezzani e Compagno, tutti titolari, avevano poco più di vent’anni), quello di Occhiuzzi è invece una delle otto “rose” anagraficamente più anziane delle categoria (27 anni la media età per partita). Dunque non è per inesperienza che ha perso le ultime due partite.

So di sostenere una tesi impopolare, ma io non credo che il problema del Cosenza sia tecnico. Il Cosenza è una squadra che ha inseguito un’idea di gioco per mesi, non l’ha trovata e continua a cercarla. E sbaglia. Non si corregge più la rotta del Titanic a cento metri dagli iceberg: si fa la conta delle scialuppe. Non si inseguono più idee di gioco a dieci giornate dalla fine: si fanno “tabelle di marcia”, con le partite da vincere e pareggiare. Si cercano schemi per colpire chirurgicamente i punti deboli dell’avversario (ricordate per esempio a Empoli, un anno fa?).

Il calcio è uno sport di testa, più che di piedi. E la lotta retrocessione sublima questa caratteristica. Specie quest’anno, con ben sei squadre sotto i trenta punti. Non ci si salva arrivando con la lingua a terra a dieci dalla fine – perché è nei minuti conclusivi che si vincono le partite. Non ci si salva prendendo i gol in contropiede (mentre peraltro si è in vantaggio, come nell’1-1 del Frosinone). Non ci si salva se si lascia che gli attaccanti avversari prendano spazio su corner e punizioni.

Ci vuole lucidità, ora. E quel che Occhiuzzi non può permettersi è di perdere la “testa” dei suoi giocatori. Anche perché nelle prossime tre giornate, tra Salerno e Reggio Emilia, c’è una grossa fetta di salvezza.

“Quei tifosi, che hanno quest’atteggiamento di allarmismo e scimmiottano alcuni ambienti fatti di avvoltoi, non aiutano il Cosenza”. È l’8 marzo 2021 e Max Pezzali presenta al pubblico il suo nuovo album: Guarascio, il sogno e il grande incubo.

Invece, a quanto si apprende, il clima di paura e sfiducia attorno ai Lupi non è frutto del quartultimo posto e degli 11 punti nelle ultime undici gare, ma, secondo il patron Guarascio, è tutto ara mmersa. È la sfiducia di una parte della tifoseria (avvoltoi, probabile sotto categoria degli “odiatori”) ad aver indotto questi risultati.

È una storia antica: già nel 1995, Pagliuso invitò gli “avvoltoi” ad andare a vedere lo Zumpano. Mi stupisce tuttavia vedere altri presidenti imbevuti di questa stessa retorica (quella di puntare il dito contro un presunto “disfattismo”) e tifosi disposti a crederci.

In questi ultimi tre anni il Cosenza ha commesso sempre lo stesso errore e cioè costruito male e a pezzi la “rosa” in estate. Questo non produrrà mai entusiasmo (figuriamoci l’obiettivo playoff, vagheggiato dal patron). Cosenza non ha bisogno di Ardegmani e Boateng, ma non merita nemmeno di partire in ritiro con Moreo e Litteri.

Conosciamo tutti i problemi economici delle società in era Covid, e sappiamo che neopromosse come Monza e Vicenza hanno budget molto più consistenti. Ma cedere Baez, a gennaio, quando c’è da mettere le toppe all’organico per salvarsi, incassare 700mila euro e prendere sei giocatori in prestito o a parametro zero è avvilente. E qualsiasi città che respiri calcio, da Palermo ad Aosta, reagirebbe con “vibrante protesta”. Così come è un controsenso avere un ds a scadenza e un allenatore con un triennale, visto che da sempre i due ruoli vanno a braccetto.

Nella stessa trasmissione tv in cui ha parlato di “avvoltoi”, a me sembra che Guarascio difenda l’operato di Trinchera (“il pane si fa con la farina che c’è”) e un po’ meno quello di Occhiuzzi. Mi pare purtroppo chiara, dunque, la “strategia” delle prossime settimane. Se il Cosenza centrerà la salvezza, il merito cercheranno di intestarselo presidente e ds (anche se il mercato ha portato giocatori molto distanti dalle idee di gioco di Occhiuzzi). Se andrà male, il Principe rischia di passare come unico responsabile.

Perché allora sono partito da quell’aneddoto di trent’anni fa? Perché riassume alcune cose. La prima: lo spirito con cui vanno affrontate le prossime gare. All’epoca Reja (non proprio uno da calcio champagne) aveva capito che l’unico modo per sfangarla era mettere assieme in campo Marulla, Coppola, Compagno e Biagioni. I più forti, a rischio di perdere un po’ di equilibrio e d’identità. La seconda: urlare “fisc’a fine” non era un atto di sfiducia, ma di amore verso la propria squadra. Allo stesso modo, oggi non esistono avvoltoi. E non conviene intestardirsi in una inutile “caccia alle streghe” o avvelenare i pozzi via etere. La terza: la lotta retrocessione in quella serie B era molto competitiva, questa è modestissima. Essere quartultimi, con meno di un punto a partita, e vedere ancora la salvezza diretta a tre lunghezze è un lusso. Non salvarsi in un campionato così sarebbe un crimine.

Ne aggiungo una quarta. Continuare a vendere “il grande sogno” (i playoff) come obiettivo di medio periodo di questa società, mentre si combatte da tre anni con “il grande incubo” (la retrocessione) è un controsenso assoluto. I soldi di Monza e Vicenza non ci sono. Ma società come Cremonese e Ascoli, che hanno speso molto, dimostrano che gli euro non fanno tutta la differenza. Bisogna anche essere astuti. E cercare di essere “falchi”, piuttosto che pensare agli “avvoltoi”.

Andrea Marotta

Andrea Marotta (Cosenza, 1982) è sposato con Sara ed è padre di tre figli (Arianna, Caterina e Tommaso). Si è laureato a Perugia in Scienze della Comunicazione nel 2005. Giornalista professionista dal 2009, ha collaborato con Tam Tam e Segnali di Fumo, Il Quotidiano della Calabria, Calabria Ora, Il Firenze, Il Mucchio Selvaggio e L'Espresso. Lavora in Rai dal 2008, a Firenze dal 2013. E' autore di due libri: "Io Raimondo Ricci, memorie da un altro pianeta" (con Domenico Guarino, Sagep Editore) e "Eravamo tanto amati" (con Andrea Lattanzi e Domenico Guarino, Effigi Editore). Nel 2018 ha vinto il Premio Ghinetti - Sezione Giovani.

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