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Una Pasquetta da “Branca day”

La stagione del Cosenza è come farsi una doccia sulle note di Branca day, uno spassoso pezzo dei Derozer che invitava gli adolescenti degli anni Novanta a soffocare la ricerca della “donna ideale” in quella di un vecchio e rinomato amaro.

Un anno fa, alla trentaduesima giornata, il Cosenza perse in casa con l’Ascoli una gara che odorava di “match point”. E il sottoscritto, vedendo i contorni della serie C farsi nitidi e opprimenti, si lasciò andare allo sconforto. Pochi giorni dopo, un’altra sconfitta con lo Spezia parve suonare le note del De profundis. E invece…

Dopo il gol di Scamacca, la classifica diceva: Cosenza penultimo a 31 punti, dietro al Trapani che ne aveva 32; zona playoyut (Ascoli e Juve Stabia) a 36 e salvezza diretta dai 37 in su. Sappiamo come finì e cioè che, con 46 punti, ci si salvava per direttissima.

Lo dico chiaramente: non vedo minimamente possibile un’impresa come quella delle cinque vittorie di fila di un anno fa. Mancano attori (Casasola, Riviere, Asencio) e sceneggiatura. Tuttavia il “palcoscenico” di oggi appare piuttosto simile. Il Cosenza ha 32 punti (uno in più di un anno fa), ma è quintultimo (e questo ci dice molto su come si stia viaggiando lentamente in zona retrocessione). La salvezza diretta, invece, è sempre lì: tra i 37 del Pordenone (che ha una gara da recuperare) e i 39 di Cremonese e Frosinone (la “cura Grosso” ha fruttato per ora un punto in due partite: stai a vedere che…).

Non mi soffermo sulle infinite differenze tra le due situazioni, dai tre cambi di panchina al lockdown. Stavolta però non mi farò prendere dallo sconforto e non dirò che abbiamo un piede in serie C. La parte di me che lo pensa, lunedì pomeriggio, si è fatta una doccia sulle note di Branca day, uno spassoso pezzo dei Derozer che invitava gli adolescenti degli anni Novanta a soffocare la ricerca della “donna ideale” in quella di un vecchio e rinomato amaro. Il punk, che ha sempre avuto un effetto benefico sulla mia psiche, mi ha così costretto a cambiare idea.

Dopo il decimo ascolto ho rivisto Cosenza-Cremonese e mi sono convinto anche io che “la squadra c’è, si è ritrovata, ha creato cinque palle gol e ha pressato alto per tutta la partita”. La musica, spesso, è un toccasana.

Intendiamoci: se la vittoria con l’Ascoli (complice San Francesco di Paola) non mi aveva esaltato, la decima sconfitta di questo campionato, nel giorno di Pasquetta, non può ovviamente essere motivo di ottimismo. Anzi. Soprattutto dopo lo svantaggio, il Cosenza ha giocato esattamente la partita che non doveva fare. Già dalle prime fasi, la Cremonese si era rivelata molto debole nella fase difensiva e una squadra coraggiosa, paziente e con idee tattiche a disposizione sarebbe venuta a capo (almeno) del pareggio. Ma il Cosenza 2020/21 non è nessuna delle tre cose elencate. È una squadra confusa. Nella quale Gianluigi Sueva ha rivisto il campo nelle vesti di “salvatore della patria”, scendendo così in campo per la quinta volta in tre mesi (totale: 90 minuti). E così vale per Sacko (una gara intera contro l’Empoli a gennaio, prima di sparire nei meandri del Marulla) e Bouah.

Mi spiego meglio. Il fatto che, nella gara contro la Cremonese, Occhiuzzi abbia attinto a elementi (e sottolineo “elementi”, non fenomeni: in questa rosa, fenomeni non ce ne sono) che non vedevano il campo da mesi prova purtroppo due cose. La prima: che il mister, artefice del miracolo salvezza, è in confusione. E a me dispiace molto. Non so che lavoro facciate, ma in quello che faccio io, se per due mesi mi lasciassero marcire alla scrivania senza far nulla, per poi mandarmi a seguire un terremoto (o una pandemia), a me girerebbero molto le scatole. E, tra l’essere stato ignorato e poi sbattuto in prima linea, non sarei forse nemmeno lucido per farlo bene.

“Quando tocca a te, me lo dici se riesci a non pensarci”, viene fatto dire a Totti nella fiction Speravo de morì prima, mentre (causa età) è ai margini della sua Roma. Non a caso, quando Spalletti gli chiederà di decidere come giocare la sua ultima partita, la risposta sarà: “Certo, così se entro dal primo minuto e perdiamo, la colpa sarà mia”.

La seconda cosa è che, evidentemente, il Principe ha capito che la vecchia guardia (cioè l’asse portante, o sedicente tale, della squadra) pare non avere più benzina. Nel girone d’andata il Cosenza aveva fatto intravedere cose (la ricerca di un gioco; uno spirito di squadra; una discreta solidità difensiva, frutto soprattutto dei guantoni di Falcone) che, purtroppo, non si vedono più da mesi. È un campanello d’allarme che in molti, me compreso (nel mio piccolo), hanno provato a far suonare sia nella finestra di mercato invernale (quando purtroppo sono arrivati soprattutto ectoplasmi), sia dopo. Inascoltati, purtroppo.

Un anno fa ascrissi i meriti della salvezza al solo Occhiuzzi: subentrato con una missione impossibile da compiere (e complicata da tensioni, dentro lo spogliatoio e nella dirigenza), la portò splendidamente a termine. Quest’anno, purtroppo, mi pare evidente che fin qui le colpe si dividano al 33,3 periodico tra il presidente (al solito votato al risparmio estremo), il direttore sportivo (il cui mercato estivo, a parte Gliozzi e Falcone, è stato totalmente sconfessato) (e quello invernale pure, a cominciare da Mbakogu) e l’allenatore che ha avallato tutto questo (e, con le sue scelte, ci sta mettendo molto del suo).

“Trentatré, trentatré e trentatré”. Non ci resta che piangere, insomma.

La rosa è modesta ma, contrariamente al parere di molti, penso davvero che, con alcune correzioni, il Cosenza avrebbe portato a casa qualche punto in più (e non in meno). Almeno quattro, visto che le vittorie contro Vicenza e Reggiana sono state letteralmente buttate in vacca. E sono convinto che, in un contesto diverso, lo stesso Occhiuzzi sarebbe stato (o, forse, sarebbe ancora) in grado di apportarli.

Vi chiederete allora in cosa consista l’effetto Branca day di cui vi scrivevo all’inizio. Presto detto. Nel girone di ritorno, il Cosenza ha ottenuto i suoi “migliori” risultati proprio contro le squadre di vertice: il pareggio a Salerno, quelli con Monza e Spal, la vittoria contro il Chievo. Mentre ha sofferto proprio di fronte a quelle formazioni più modeste, che si “arroccavano” come noi.

Da gennaio in poi, il Cosenza di Occhiuzzi ha ripiegato su un’identità di calcio speculativa. Sa approfittare degli errori altrui, ma non costruisce nulla di proprio. Non vi piace parlare di “catenaccio e contropiede”? Parliamo allora di “ripartenze” e “san Wladimiro di Paola”. Così è. E, nelle prossime due gare, il Cosenza affronta proprio squadre dall’identità tattica forte (Venezia soprattutto). Per cui, come dicono a Firenze, o bene bene o male male. Se nelle prossime tre gare i rossoblù fanno almeno 5 punti, bene bene. Se ne fanno meno, male male.

Su due cose Branca day nulla ha potuto, purtroppo. Resto convinto che il Cosenza dovrà passare per il playout. A meno che, alle nostre spalle, l’Ascoli e la Reggiana (che hanno calendari ben peggiori del nostro) e, davanti a noi, il Frosinone non crollino verticalmente.

E la seconda è che, ad oggi, questo è uno dei campionati di serie B più umilianti ai quali, da tifoso, abbia dovuto assistere. Più della retrocessione (almeno lì c’era Gigi Marulla a salvare l’onore) e del fallimento targato Pagliuso. E il fatto che i tre protagonisti di questo fallimento siano il presidente dell’ultima promozione (un traguardo su cui era doveroso costruire), un direttore sportivo premiato come “migliore della serie B” (bocca, taci…) e un allenatore cosentino nel midollo, rendono questa umiliazione quasi insostenibile.

Andrea Marotta

Andrea Marotta (Cosenza, 1982) è sposato con Sara ed è padre di tre figli (Arianna, Caterina e Tommaso). Si è laureato a Perugia in Scienze della Comunicazione nel 2005. Giornalista professionista dal 2009, ha collaborato con Tam Tam e Segnali di Fumo, Il Quotidiano della Calabria, Calabria Ora, Il Firenze, Il Mucchio Selvaggio e L'Espresso. Lavora in Rai dal 2008, a Firenze dal 2013. E' autore di due libri: "Io Raimondo Ricci, memorie da un altro pianeta" (con Domenico Guarino, Sagep Editore) e "Eravamo tanto amati" (con Andrea Lattanzi e Domenico Guarino, Effigi Editore). Nel 2018 ha vinto il Premio Ghinetti - Sezione Giovani.

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