martedì,Febbraio 7 2023

Una sola domanda

È l’8 maggio e a Lignano Sabbiadoro è una bella giornata di sole. Il Cosenza incassa la quarta vittoria in cinque partite, risucchia il Pordenone al quintultimo posto, lo scavalca e, complice un clamoroso harakiri dell’Ascoli contro Cittadella e Chievo nelle ultime due partite, evita ancora una volta la retrocessione senza nemmeno passare per i

Una sola domanda

È l’8 maggio e a Lignano Sabbiadoro è una bella giornata di sole. Il Cosenza incassa la quarta vittoria in cinque partite, risucchia il Pordenone al quintultimo posto, lo scavalca e, complice un clamoroso harakiri dell’Ascoli contro Cittadella e Chievo nelle ultime due partite, evita ancora una volta la retrocessione senza nemmeno passare per i playout.

Roberto Occhiuzzi, duramente contestato dopo la sconfitta per 3-0 contro il Venezia, torna a essere “eroe della patria”. Il ds Trinchera ringrazia per i meravigliosi quattro anni in riva al Crati e fa rientro a Lecce, per guidare i salentini di nuovo in massima serie (ma durerà poco: in giallorosso i gol del tandem Petre-Pierini e la tambureggiante regia di Leandro Greco non basteranno a evitare la retrocessione). Il presidente Guarascio gongola e plaude all’ennesimo “miracolo sportivo”. E dopo il successo mondiale della serie Sunderland ‘til I die, Netflix decide di dedicare ai tifosi rossoblù un commovente documentario dal titolo: Resto ancora in B (se non muoio prima).

Credo si tratti della serie più bella mai realizzata sul calcio. Ed è tutto vero. Purtroppo.

Come vedete, l’effetto Branca Day continua a sostenermi anche dopo aver visto subire al Cosenza, sul terreno del Penzo, la diciassettesima rete su calcio da fermo. O forse no. Forse, per una serie di congiunture astrali, il Cosenza riuscirà a salvarsi anche quest’anno. D’altra parte, quando mesi fa si levavano garbate critiche alla gestione societaria e tecnica, c’era sempre qualcuno pronto a dire che abbiamo più punti di un anno fa (che era paragonare un disastro con un quasi disastro) (e cioè come dire che, a 7 anni, io e Rocco Siffredi avevamo approcciato lo stesso numero di donne). E oggi il Cosenza ha ancora un punto in più di un anno fa, dopo la manita del Picco. Chissà che non lo conservi fino alla fine.

Oggi, per esempio, sono trascorsi esattamente due mesi dalla conferenza stampa in cui il presidente Guarascio promise: «Presto vedrò Trinchera per il rinnovo del suo contratto» Sono cose che si dicono, certo: anche io è due anni che rimbalzo allo stesso modo il muratore che mi ha tinteggiato casa, per evitare di saldare il dovuto. Da allora, però, ne sono successe diverse. L’8 marzo, per esempio, corroborato da due tonanti sconfitte in campionato (Brescia e Frosinone), il presidente Guarascio liquidava le critiche alla sua gestione come fastidioso vocio di “tifosi da strada”.

“E tu ti prendi gioco di me”.

Riavvolgo un attimo il nastro, perché è utile. La stagione 2020/21 ha un prologo, nel mese di agosto. Lunedì 3, e cioè appena 72 ore dopo la festa per una salvezza incredibile, il patron rossoblù tenne subito a mettere le cose in chiaro: Il progetto c’è sempre stato e credo che, quest’anno, non siano stati fatti errori. Anche qui, sono cose che si dicono: ammettere un errore pubblicamente è difficile, meglio semmai fare autocritica in contesti più ristretti. I primi tasselli del “progetto” sono: confermare un direttore sportivo a scadenza (al quale veniva negato l’aumento del budget) (si può dunque immaginare il fuoco sacro delle motivazioni con cui ha affrontato la sessione di mercato) e blindare Occhiuzzi con un triennale. Che, se ci pensate, è come comprare i biglietti per un concerto degli Oasis senza essersi informati prima su dove diavolo sia Praja de Zambujeira e come raggiungerla senza auto (questa cosa mi è successa davvero, nel 2005, mentre ero a Lisbona).

E io, che non li avevo e non li avrei mai visti dal vivo, mi sono perso questa roba qui.

Il risultato è che, quando le cose all’inizio del girone di ritorno hanno cominciato a peggiorare (e non dite che, da queste parti, non vi avevo avvisato per tempo), nessuno in società ha avuto il coraggio di dirselo in faccia. La presidenza, convinta di portare comunque a casa di riffa o di raffa la missione. Il direttore sportivo, con le valigie già a Lecce. Il tecnico, sempre più allineato in difesa dei fantomatici “sacrifici della società”. Il mercato di gennaio non ha portato innesti risolutori (e, anche qui, purtroppo, ne avevo avuto il sentore), la squadra ha continuato a stentare e il tecnico a insistere con il 3-4-1-2, costruzione bassa, scivolamenti, braccetti e tutto il resto (e cioè a non capire che la nave stava affondando). La cosentinità di Occhiuzzi (nel senso della sua vicinanza all’ambiente) e l’eredità della miracolosa salvezza 2020 hanno fatto il resto: chi ha provato ad avanzare critiche, fino a poche settimane fa, passava per disfattista o responsabile di un clima ostile. Al punto che dal 31 marzo è scomparso anche il rito della conferenza stampa prepartita. Una serie di schiaffi senza precedenti.

La vittoria con l’Ascoli ha illuso tutti che, in un modo o nell’altro, il peggio fosse passato. Quindi, in pochi giorni, sono successe quattro cose: la Cremonese, poi Braglia e la ditta Lamasport, infine il Venezia. Al di là delle due sconfitte sul campo (e senza attenuanti), davvero meschino che la società sia arrivata addirittura al contenzioso giudiziario con il tecnico della promozione 2018 per alcune mensilità arretrate e alla risoluzione del contratto con la ditta che aveva ereditato un campo di patate (Cosenza-Verona, do you remember?). Quella stessa società che si è sempre vantata di essere puntuale e regolare con il pagamento degli stipendi e di aver “portato i palloni” quando a Cosenza non c’erano nemmeno quelli. Cosa fa ora? Si porta tutto via?

Ecco, forse sarà proprio il ricordo di “quando non c’erano nemmeno i palloni” a svegliare tutti. Perché nessuna società sana di mente, partita dalla serie D, rischierebbe di riattraversare ancora una volta il deserto che sono state le categorie inferiori.

Noi oggi, anche giustamente, parliamo di moduli, del 4-2-4 della ripresa, di Balhouli per Kone, di Pisa e Pescara. Ma il punto è un altro. Il punto è che, se quando io ieri sera ho riassunto in un vocale a un incredulo amico veneziano la fredda cronologia degli ultimi mesi, lui mi ha semplicemente scritto: Vabbè, allora il vostro presidente vi vuole proprio riportare in C. Ed è così, purtroppo, che deve apparire a un osservatore esterno: il “delitto perfetto”. Smontare pezzo per pezzo il “giochino”, perché costa troppo, dopo aver incassato i profitti (leggi: Baez e Falcone). E la solita vittima sacrificale dell’ennesima sciagurata gestione societaria: noi. Una sola domanda: è davvero così?

Mi spiace, stavolta non la raccolgo la mozione “meglio liberi all’inferno”: perché, a casa mia, andare all’inferno serve soltanto per imparare a non tornarci. Altrimenti è vittimismo o perversione.

Questo, oggi, vorrei che chiarisse il presidente Guarascio. Non Occhiuzzi. Perché la sensazione di disarmo che aleggia in queste ultime settimane (contenziosi giudiziari, silenzi stampa, musi lunghi, rassegnazione in campo e classifica in “rosso”) va ben oltre lo spogliatoio. Ed è fortissima. Oltre che umiliante.