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Giuseppe Cirillo, quando la Sibaritide scoprì la ‘ndrangheta

Con la demolizione di due ruderi a Cassano torna attuale la figura dell'uomo che fondò il crimine organizzato sulla costa jonica cosentina

Giuseppe Cirillo, quando la Sibaritide scoprì la ‘ndrangheta

Del suo regno non erano rimaste che macerie, ora non ci sono più neanche quelle. La demolizione di due palazzine appartenute un tempo a Giuseppe Cirillo, al secolo “Don Peppino“, cancellano idealmente le tracce del passaggio, sulla costa jonica cosentina, del primo vero boss di ‘ndrangheta prosperato a queste latitudini. Appartamenti moderni e funzionali, da assegnare a famiglie bisognose, sorgeranno al posto di quei reperti oscuri, ultime tracce di un’antica Inciviltà, testimoni silenziosi di come, mezzo secolo fa, tutto ebbe inizio.

La pistola nella vestaglia

Per capire chi fosse Giuseppe Cirillo non basta un articolo. Due immagini, distanti nel tempo, aiutano però a inquadrare il soggetto in questione. Partiamo dall’inizio: nel 1982 è detenuto nel carcere di Corigliano e i carabinieri vanno lì a notificargli l’ennesimo ordine di arresto. Giacché ci sono, ne approfittano per perquisirgli la cella. Notano la sua giacca da camera appesa a un attaccapanni e nella tasca destra, trovano una Beretta 7.65, con tutti i proiettili nel caricatore e il colpo in canna. E poi la fine: tredici anni dopo, il primo luglio del 1995, lo arrestano nell’ambito della maxioperazione “Galassia” e, diciassette giorni dopo, si decide a confessare. Diventa un pentito. Anzi, no. «Io collaboro – spiega ai magistrati – Non mi sono pentito, collaboro. Quindi usiamo termini un po’ diversi, che il pentitismo è per chi non crede in certe cose».

Storia di un imprenditore

La sua scalata criminale comincia nel 1973. È in quell’anno, infatti, che si trasferisce in Calabria proveniente da Castel San Giorgio, cittadina in provincia di Salerno che gli ha dato i natali. Commercia in carne e pollame e fino ad allora si è macchiato solo di reati minori: l’emissione di qualche assegno a vuoto, una denuncia per concubinato. Apre un’attività a Castrovillari, un’altra a Crotone, e stabilisce una base operativa a Sibari. Opera in modo più o meno pulito, sfruttando i fondi messi a disposizione dalla Cassa del Mezzogiorno. Nel giro di poco tempo, estende il suo business alla produzione delle uova, ai villaggi turistici, e nel giro di qualche anno si ritrova alla guida di un piccolo impero commerciale: dà lavoro ad almeno trecento persone. Gli affari vanno a gonfie vele quando, intorno a lui, cominciano a esplodere le bombe.

Come nasce una locale di ‘ndrangheta

A piazzarle è Ciccio Spina, che insieme a suo fratello Giuseppe, si è messo in testa di imporre il racket a tutte le attività produttive della Sibaritide. I due sono in combutta con Ciccio Canale, già potente boss reggino, e Cirillo rappresenta per loro un boccone dei più appetitosi. È in quel momento che, un po’ per paura, un po’ per opportunità, Don Peppino coglie l’attimo: non sarà una vittima, bensì loro complice. Si mette d’accordo con Spina, ma punta più in alto: vuole trattare direttamente con Canale. Lo incontra in un manicomio giudiziario, buen ritiro dei criminali più potenti dell’epoca, e in seguito proprio Canale gli presenta i pezzi grossi di Cosenza (Gildo Perri) e Cirò (Nick Aloe). Gli propongono un progetto ambizioso: gestire insieme a loro le estorsioni e dividere poi i proventi in percentuale, con la quota più alta accordata ai reggini. Nasce così la “Locale di Sibari” e al vertice dell’organizzazione lui: don Peppino. L’atto fondativo passa anche da un rito d’iniziazione. Quel giorno, per dirla con parole sue viene «fatto uomo».

La vita e la morte

Ci mette poco a imporsi come leader in virtù della sua «indubbia intelligenza», del «grande carisma», delle «attitudini organizzative e imprenditoriali», della capacità di «assumere decisioni importanti e di correre rischi in prima persona». Tutte qualità che, seppur votate al male, gli saranno riconosciute in seguito anche dai giudici. Diventa centro gravitazionale di tutto, ma davvero tutto, ciò che si muove nella Sibaritide, sia di lecito che di illecito. All’inizio degli anni Ottanta, quella di Castrovillari è davvero una Procura di frontiera, retta da un solo pubblico ministero che svolge anche funzioni da procuratore. Quel magistrato si chiama Ottavio Abbate, si muove senza scorta, con pochi mezzi a disposizione, ciò nonostante è fra i primi a mandare dietro le sbarre il nuovo e potente padrino. Non subirà ritorsioni al pari degli altri che, in nome della Legge, tenteranno di opporsi al suo dominio. Le ragioni di cotanta cavalleria, sarà il diretto interessato a spiegarlo, ai tempi della sua collaborazione: «Non autorizzavo uccisioni inutili, ogni volta mi accertavo che fossero persone meritevoli di morire».

Le guerre di don Peppino

Dal 1980 in poi entra ed esce dalle carceri, con periodi di libertà trascorsi al domicilio coatto fuori regione. La lontananza non gli impedisce, però, di accrescere la propria potenza economica. Gli affari continuano a prosperare in virtù di una gestione demandata a persone fidatissime quali la moglie Maria Luigia Albano e il cognato Mario Mirabile. Affronta e supera anche una grave crisi interna, determinata dalla rottura dell’amicizia con Spina. Nel 1979, infatti, quest’ultimo gli uccide l’amico e socio Aldo Maritato, titolare di un bar di Villapiana. Cirillo affronta la situazione di petto: muove guerra all’ormai ex amico, si mette anche contro Canale, risolve la disputa a suon di omicidi. Rafforza ulteriormente la propria autorità e risolve a suo favore quella faida. Purtroppo per lui, non sarà l’unica che dovrà affrontare.

Fine di un Impero

Alla fine di quel decennio, infatti, si apre la lotta per la successione. Le province dell’Impero sono in fibrillazione. L’obiettivo è quello di spostare la capitale altrove. Santo Carelli invoca centralità per Corigliano e i boss delle altre province sono disposti a dargli ascolto. L’omicidio di Mirabile segna il punto di non ritorno. Si apre una nuova stagione di lutti, con due eserciti contrapposti che trasformano la Sibaritide in un campo di Marte: da un lato i ribelli di “Santullo il Grande”, dall’altro i realisti di Cirillo, con quest’ultimo che segue le operazioni da lontano, dividendosi come sempre tra l’esilio giudiziario e la latitanza. Sfugge a una miriade di attentati, ma i nemici stringono sempre più il cerchio intorno a lui. Le antiche amicizie con la famiglia De Stefano e persino quella con Raffaele Cutolo non gli assicurano più alcuna rendita. Cerca nuove e improbabili alleanze in Sicilia, ma l’impresa fallisce. E quando il primo luglio del 1995 la Dda gli presenta il conto con “Galassia”, ci mette pochissimo – due settimane e tre giorni – a capire che per lui è il tempo della resa.

«Questo mondo non mi appartiene»

Muore in un’aula di tribunale, il 24 maggio del 2007, all’età di 68 anni, stroncato da un infarto mentre ha appena cominciato a testimoniare in un processo. Nei suoi dodici anni da collaboratore di giustizia, non rinnegherà mai il proprio passato. Di sé stesso, dirà di aver sempre ispirato la propria vita «al coraggio, all’onore e al rispetto delle regole». I valori distorti, intesi in senso mafioso, sono per lui quelli scritti nel «Codice degli Uomini». Più volte, ripercorrendo il proprio passato, si definisce «un capo giusto», che agiva «con equità» e trattava le persone «in modo imparziale». Ai giudici, spiegherà di aver scelto di collaborare perché la sua «idea della ‘ndrangheta non corrisponde più alla realtà» e, per tali ragioni, se la prende con chi si «abbassa a sparare alle donne» e commette altre «fetenzie». Il 30 gennaio del 1998 chiarirà ulteriormente il concetto con una testimonianza destinata a fare epoca: «Non credevo più in certe cose (…) Io non avevo più modo di fare lo ‘ndranghetista. Centinaia di persone vicine a me erano dedite alla droga (…) Io non mi sentivo più di avere a che fare con questo mondo, perché era cambiato. Perché con la droga era cambiato tutto…». Parole scolpite idealmente sulle pietre. Le stesse che poche ore fa, altrettanto idealmente, le ruspe hanno spazzato via per sempre.  

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