venerdì,Giugno 14 2024

Fortunato La Camera, quel cosentino che voleva la rivoluzione

Nel periodo fascista fu a lungo confinato e si distinse rispetto al comportamento tenuto dagli imprigionati del Partito Comunista che agivano contro l'istituzione carceraria una conflittualità di bassa intensità

Fortunato La Camera, quel cosentino che voleva la rivoluzione

La storia politica del Cosentino è una storia di lotte e di movimenti sociali. Nell’Italia del primo Novecento, a Cosenza c’erano circoli formali e informali di opinionisti radicali, socialisti, repubblicani e libertari. Ancora a Resistenza in atto, Cosenza ospitò una conferenza programmatica dell’Italia liberata. Nel nuovo ordinamento costituzionale, il giurista Gullo fu riformatore di peso in campo agrario e processuale. L’onorevole Mancini due decenni dopo, al netto di qualunque postumo giudizio politico, fu comunque tra i grandi promotori del nuovo stato sociale, dall’urbanistica alle infrastrutture, dalle prestazioni sanitarie all’istruzione. Ancora oggi, infine, pure al depotenziamento autoreferenziale di tutta la politica di partito, i movimenti cosentini militano nella nuova generazione dell’agire sociale: lotte per la casa, l’abolizionismo penale, le dinamiche interculturali del fenomeno migratorio. In questo scenario fu per decenni (almeno dai Dieci ai Cinquanta del secolo scorso) personalità molto interessante Fortunato La Camera.

Chi era Fortunato La Camera

Nella Grande Guerra fu disertore condannato nel 1918, in polemica con la propaganda socialista del “non sabotare” e “non aderire” e nondimeno contro la foga interventista di ambienti rivoluzionari e massimalisti -alcuni dei quali nel ’19 daranno sciaguratamente credito alle prime iniziative politiche autonome di Mussolini. La Camera nel periodo fascista fu a lungo confinato e si distinse rispetto al comportamento tenuto dagli imprigionati del Partito Comunista che agivano contro l’istituzione carceraria una conflittualità di bassa intensità. La Camera comunista lo era, eccome. Comunista favorevole alla scissione social-comunista, amico (e dir poco…) del primo segretario Bordiga, suo “ultimo giapponese” al Congresso di Lione del 1926. 

Tra la fine della guerra e l’inizio della repubblica, La Camera scelse il piccolo Partito Comunista Internazionalista, che si distingueva per almeno tre punti qualificanti dalla stragrande maggioranza del movimento operaio e pur incorrendo nel rischio di dogmatizzarli oltremisura:-il giudizio storico ostile all’Unione Sovietica e la risoluta contrarietà alla propaganda del “socialismo in un solo Paese“; la presa d’atto della sconfitta dei movimenti rivoluzionari dopo il ’17, inizio anzi delle restaurazioni e delle dittature degli anni Trenta; la natura autoriproduttiva e pluridimensionale del capitalismo

La Camera e il rifiuto per le logge massoniche

La Camera continuò anche nella natia Cosenza a partecipare l’ampio dibattito d’area dei decenni successivi, sol che più all’interno quello si faceva intricato corposo e tortuoso, più all’esterno esso si distaccava dalle nuove espressioni della socialità e del conflitto. I “bordighisti“, rivoluzionari coerenti e di specchiata moralità da sempre (ad esempio la polemica del Bordiga e del La Camera contro le commistioni dei militanti rivoluzionari nelle logge massoniche), resistono al tempo, dando dignitoso e meritorio ricordo delle loro guide storiche. La Camera morirà nel 1972, in una Cosenza romanticamente ma malinconicamente sospesa tra il boom precedente cui non aveva appieno attinto e l’emergere delle nuove problematiche soggettive del proletariato e del sottoproletariato. La Camera ne intravide gli effetti sull’uncino dei titoli di coda
(Alla memoria di Franco Bifarella, internazionalista cosentino)

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