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Mater Domini: come sprecare soldi pur di non avere una Pec

L'Azienda ospedaliera non ha mai attivato un indirizzo Pec nonostante sia obbligatorio dal 2014 e costi pochissimo. Ora le toccherà sborsare 2500 euro

Avere un indirizzo pec, ossia di posta elettronica certificata, costa pochi euro all’anno. Ed è un obbligo di legge inderogabile fin dal novembre del 2014 per molti professionisti e, soprattutto, per tutti gli uffici pubblici italiani. L’azienda ospedaliera Mater Domini, però, non ne ha mai attivato uno e adesso il Tar l’ha condannata, oltre a dotarsene, a pagare 2500 euro. Si tratta delle spese legali stabilite al termine di un processo che ha visto (non) protagonista la struttura sanitaria. Un piccolo grande spreco di denaro che arriva dopo che contro l’Ao aveva presentato ricorso la Camera amministrativa distrettuale degli avvocati delle province di Catanzaro, Cosenza, Crotone e Vibo Valentia. A rappresentarla in aula, Giuseppe Carratelli. La Mater Domini invece, così come per l’attivazione dell’indirizzo pec, non si è presa nemmeno la briga di costituirsi in giudizio. Almeno ha risparmiato sull’avvocato. Giancarlo Pennetti (presidente), Francesco Tallaro (primo referendario ed estensore) e Francesca Goggiamani (referendario) però non hanno potuto che condannarla, vista l’evidenza della violazione.

Le spese legali costeranno alla Mater Domini quanto un account pec ultradecennale

I tre magistrati della Prima sezione del Tar della Calabria lo scrivono chiaramente nella sentenza: le pubbliche amministrazioni hanno avuto tempo dal 2012 alla fine del 2014 per attivare un indirizzo Pec e comunicarlo al Ministero della Giustizia. Quest’ultimo, infatti, ha il compito di stilare «un elenco consultabile dagli uffici giudiziari, dagli uffici notificazioni, esecuzioni e protesti e dagli avvocati». Ma in quell’elenco la Mater Domini non è mai entrata, anche se «la legge non lascia alcun margine di discrezionalità e la comunicazione richiede l’utilizzo di minime risorse amministrative». Gli avvocati delle quattro province, vista la necessità di inviarle atti giudiziari, hanno prima provato a diffidarla, seguendo l’iter previsto dalla legge. Poi, non avendo ottenuto alcun risultato per 90 giorni, l’hanno portata davanti ai giudici del Tribunale amministrativo regionale della Calabria. E questi ultimi, oltre a imporle di dotarsi di una pec entro quindici giorni dalla sentenza, le faranno pagare pure le spese processuali. Ammontano, si diceva, a 2500 euro. Con gli stessi soldi si può pagare una pec, a seconda del provider scelto, per un periodo che va da qualche decennio a più di due secoli.

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Camillo Giuliani

Cronista per il quotidiano Calabria Ora dalle elezioni provinciali del 2009, entra stabilmente in redazione nel 2011. Iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2013, ha lavorato in seguito a L'Ora della Calabria e Cronache del Garantista occupandosi di politica e inchieste, con qualche incursione nello sport, la cultura e la cronaca. Ha scritto di calcio e collaborato alla realizzazione di videoreportage per Mmasciata.it, condotto programmi su Radio Ciroma, pubblicato il volume “Corse e ricorsi – Una storia di famiglia e motori” per Pellegrini Editore.

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