mercoledì,Dicembre 8 2021

‘Ndrangheta, torna libero Giuseppe Mancuso. Ecco cosa da Cosenza il boss Franco Pino diceva di lui

Dopo 24 anni ininterrotti di detenzione Peppe ’Mbrogghja lascia il carcere di Cuneo. È stato uno dei principali protagonisti dei fatti criminali più importanti in Calabria a cavallo tra gli anni ’80 e ’90

‘Ndrangheta, torna libero Giuseppe Mancuso. Ecco cosa da Cosenza il boss Franco Pino diceva di lui

Un malandrino? Sì, ma non solo. Un boss allora? Ovviamente, ma non abbastanza come definizione. E cosa, dunque? Un padrino. Un vero padrino d’alto lignaggio, dalla caratura criminale purissima.

Giuseppe Mancuso torna in libertà

Giuseppe Mancuso, Peppe ‘Mbrogghja, torna in libertà. E con l’apertura delle porte del carcere di Cuneo riaffiorano gli spettri del passato più cupo della malavita calabrese. Ha trascorso gli ultimi 24 anni della sua vita in galera, al regime del carcere duro, e ritrova oggi la libertà lungamente agognata. Se la famiglia Mancuso, oggi, è posizionata all’apice della ‘ndrangheta calabrese lo deve anche (soprattutto) a lui: a capo dell’ala militare della ‘ndrina vibonese negli anni in cui l’ascesa del clan veniva decisa a colpi di lupare bianche e delitti strategici, Peppe ‘Mbrogghia ha coniato il timbro della cosca di Limbadi e Nicotera, marchiandola per sempre: spietata e ferocissima all’occorrenza, incontrastabile ad ogni livello.

Giuseppe Mancuso il terrore dei boss

Per almeno 4 lustri – prima di finire arrestato nel ’97 all’interno di un casolare di San Calogero in cui si era rifugiato dopo il blitz dell’operazione “Tirreno” – non c’è stato capobastone (anche rinomato) che non abbia sudato freddo solo a sentir pronunciare il suo nome. Una fama che ne ha preceduto le gesta e che è arrivata nitida anche in provincia di Cosenza. Se le sue clamorose gesta si sono dipanate a cavallo delle tre province confinanti (Vibo, Reggio e Catanzaro), la sua notorietà ha valicato agevolmente i confini regionali toccando anche la provincia di Cosenza.

I legami di Giuseppe Mancuso con Franco Pino e Cosenza

Di lui l’ex padrino Franco Pino dirà: «Nel 1983 sono stato detenuto nel carcere di Palmi per il processo denominato “Mafia delle tre Province” nato dalle dichiarazioni del collaboratore Pino Scriva. Siccome proprio Pino Scriva aveva svelato i gradi nella ‘ndrangheta sino al Trequartino, Umberto Bellocco mi diede un nuovo grado creato per non essere conosciuto e rimanere riservato, quello di Diritto e Medaglione. Nel carcere di Palmi ero detenuto con i Bellocco, Giuseppe Pesce, Franco Muto di Cetraro, Luigi e Giuseppe Mancuso»… Nient’altro. E cosa aggiungere più? Pino, uno dei pochi cosentini capaci di toccare prima del pentimento l’apogeo della criminalità regionale, assocerà il nome di Peppe Mancuso a quello dei capi indiscussi della mafia calabrese: i Piromalli, i Bellocco, i Pesce. Ma perché i rapporti di Pino con Luigi e Peppe Mancuso, zio e nipote sebbene proprio ‘Mbrogghja sia più grande d’eta di Luigi (che era l’ultimo dei fratelli di suo padre Domenico)? Semplicemente perché con i Mancuso c’erano rapporti stretti e di cointeressenza, di riconoscimento e rispetto.

Giuseppe Mancuso, Franco Pino e lo stragismo siciliano

Svelerà infatti Franco Pino ai magistrati, dopo le stragi di Capaci e via d’Amelio, e acquisita la volontà di Totò Riina di chiedere il soccorso dei calabresi per ampliare la strategia della tensione a livello nazionale: «Ricevuto l’invito per la riunione, io e il mio braccio-destro Umile Arturi ci siamo recati a Limbadi a casa di Luigi Mancuso ma qui abbiamo trovato un suo nipote che ci ha condotto a Nicotera Marina al villaggio Sayonara dove abbiamo incontrato Luigi Mancuso, Santo Carelli di Corigliano, Silvio Farao e Cataldo Marincola di Cirò, Nino Pesce di Rosarno, Franco Coco Trovato di Marcedusa ma residente in Lombardia e un De Stefano da Reggio Calabria. Ad illustrare la proposta dei siciliani sono stati Nino Pesce e Franco Coco Trovato. C’è stato un breve scambio di battute, ricordo che Luigi Mancuso non condivideva tale richiesta dei siciliani. Per parte mia e di Cosenza, io diedi adesione a ciò che avrebbero deciso i Piromalli, Nino Pesce e i Mancuso».

Come il capo dei capi

A dire no alla condivisione delle linea siciliana delle stragi furono dunque proprio i Mancuso, la cui posizione primeggiò e fu condivisa dal resto della ‘ndrangheta calabrese. E dunque, chi era Giuseppe Mancuso in questo contesto criminale? Indubbiamente la figura con il rapporto maggiormente privilegiato con suo zio Luigi, il capo dei capi. E adesso? Nulla da aggiungere, probabilmente. Peppe Mancuso ora ha 72 anni: è entrato in carcere nel pieno delle forze lasciandosi dietro – dicono i pentiti di ieri e di oggi – una lunga scia di sangue. Ha pagato il suo debito con la giustizia ed è un uomo libero. Il resto è storia.