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La guerra, la crisi finanziaria, internet e l’euro. Genesi del movimento No Global e i suoi limiti

L'esplosione di internet fu la scintilla della crisi economica statunitense, ma anche il vero strumento politico di quel movimento

La guerra, la crisi finanziaria, internet e l’euro. Genesi del movimento No Global e i suoi limiti

Il 2002 fu un anno particolarissimo. In quei 365 giorni si verificarono grandi innovazioni nella vita sociale ma anche una serie di avvenimenti che hanno turbato moltissimo l’opinione pubblica italiana. A preoccupare è soprattutto la crisi finanziaria partita dagli Usa e che rapidamente ha investito tutto il globo (ad eccezione di India e Cina), soprattutto l’Europa. Il NASDAQ, da marzo 2000 a ottobre 2002, ha perso quasi l’80%.

I tre anni successivi fanno registrare rendimenti sottozero. I guadagni di molti piccoli investitori si sono dissolti come una bolla di sapone al primo refolo di vento. Anche l’Europa è in grave crisi finanziaria per il contraccolpo economico dovuto dall’entrata in vigore dell’euro e soprattutto dal calcolo del valore della nuova moneta europea.

E’ in questo contesto che nasce in tutto il mondo il movimento che verrà poi definito dalla stampa “no Global”. Il movimento sorge alla fine degli anni novanta e nasce e si sviluppa con numerose iniziative di protesta contro i processi di globalizzazione dell’economia. Lo slogan è “un altro mondo è possibile”, tradotto e usato in tutte le lingue, e si riunisce a partire dal gennaio 2001 ogni anno a Porto Alegre per il Forum Sociale Mondiale, in contrapposizione con il Forum economico mondiale di Davos. L’organizzazione dei “contro-forum” in occasione di vertici internazionali gli fa guadagnare una crescente attenzione mediatica.

Il Movimento, ovviamente, si colloca fuori dai recinti dei partiti tradizionali e anche l’azione politica non è finalizzata al consenso elettorale ma è incentrata su una serie di iniziative e manifestazione dalla forte carica simbolica, ma il vero arco nella freccia del movimento è il mediattivismo. In quegli anni, infatti, si diffonde e diventa davvero universale l’utilizzo di nuove tecnologie, internet soprattutto, che rendono sempre più economica e immediata la comunicazione rispetto ai media tradizionali di più difficile accesso.

E’ questa è una delle prime contraddizioni di quel periodo. Proprio l’esplosione di internet fu la scintilla della crisi economica statunitense, ma la rete era il vero strumento politico di quel movimento che poco aveva considerato, evidentemente, l’impatto negativo delle nuove tecnologie sul mondo del lavoro. Non a caso uno dei riferimenti culturali del movimento fu Richard Stallman, principale sostenitore del software libero e del contenuto libero come pratiche di condivisione dotate di significato etico e politico. Insieme a lui certamente il manifesto del movimento fu il libro No logo (2000) della giornalista canadese Naomi Klein. Gli altri punti di riferimento sono anche l’intellettuale e linguista americano Noam Chomsky e l’attivista indiana Vandana Shiva. Ovviamente non va dimenticato l’italiano Toni Negri autore di un altro libro che ha segnato la prassi e il pensiero del movimento no global (in particolare delle sue componenti antagoniste come i Disobbedienti) ovvero “Impero”.

In Italia il movimento si diffonde subito il credo di quello che viene anche definito “popolo dei Seattle”. Sulle note della musica grunge e dei Nirvana nascono i Disobbedienti, le tute bianche, altre esperienze dal basso di critica al sistema economico mondiale. In quegli anni in Italia si registra una tensione altissima. Non ci fu solo il g8 di Genova con i suoi scontri e la mattanza della scuola Diaz, ma quell’anno il terrorismo sembrava voler rialzare la testa. Una bomba esplode all’alba del 26 febbraio in via Palermo, a Roma, a ridosso del ministero dell’Interno. Le indagini imboccano la pista anarchica ma senza esito. Il professor Marco Biagi, consulente del ministro del Lavoro Maroni, viene assassinato la sera del 19 marzo a Bologna, davanti al portone di casa, dai colpi di un commando terrorista.

L’omicidio è rivendicato dalle Brigate Rosse-Partito Comunista Combattente, prima con una telefonata e poi con un lungo documento trasmesso a centinaia di destinatari via e-mail. Il colpo che l’ha ucciso è stato sparato dalla stessa pistola che 3 anni fa uccise a Roma Massimo D’Antona. Sempre in quell’anno la globalizzazione fa conoscere all’Italia il suo lato più orrendo. Il naufragio al largo di Porto Empedocle, in Sicilia, il 15 settembre, di una imbarcazione che trasportava 150 immigrati clandestini, quasi tutti maghrebini (con una quarantina di vittime, tra cui una ragazzina di 15 anni), e il ritrovamento pochi giorni dopo sulla spiaggia di Scoglitti (Ragusa) dei corpi di 13 tunisini gettati in mare dagli scafisti, accendono i riflettori dell’opinione pubblica sulla gravità della situazione degli sbarchi sull’Isola. E ancora in Italia il fenomeno si allarga sulla scia dell’introduzione di diverse forme di flessibilizzazione del lavoro, le guerre in Afghanistan e in Iraq, la contestazione all’Alta Velocità e le basi militari americane sul nostro territorio.

E’ in questo contesto che le forze dell’ordine stilano il loro rapporto su quanto accaduto a Genova e sugli incidenti che si sono verificati. La storia giudiziaria di quella vicenda è nota e la raccontiamo anche attraverso le vive voci dei protagonisti. Sul piano politico invece possiamo dire che il movimento fu precursore nell’intuire la debolezza e le incongruenze del sistema economico mondiale. Gli avvenimenti futuri daranno loro ragione con la terribile crisi finanziaria del 2008 dovuta ai titoli sub-prime statunitensi e oggi dalle pesantissime conseguenze economiche del conflitto scatenato dalla Russia in Ucraina.

Solo che adesso il movimento non c’è più, non c’è più alcuno che scende in piazza per contestare un sistema che l’aggressione di Putin a Kiev ha mostrato fragilissimo. Il problema sta nella stessa natura del movimento e dalla scelta di rifuggire le pratiche tradizionali dei partiti. Al netto ovviamente dei tentativi individuali che a volte vanno in porto (come con Francesco Caruso che diventa deputato di Rifondazione comunista) a volte no (come con Luca Casarini che non riesce a centrare l’elezione a sindaco di Padova e successivamente, nel 2014, a Bruxelles con la lista “L’altra Europa con Tsipras”).

D’altronde al suo interno i “no global” erano troppo variegati per arrivare ad una sintesi politica. In Italia facevano parte movimenti studenteschi, associazioni ambientaliste, sindacati come Cobas e Fiom, associazioni come Arci e Acli, movimenti femministi, partiti, centri sociali e tante altre realtà che si occupano di cooperazione con i sud del mondo. Tutto questo, dal punto di vista politico, non ha lasciato eredi.

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