giovedì,Maggio 30 2024

Pasqua nei paesi arbereshe, dove Gesù risorge all’alba tra i canti dei fedeli: «Christòs anèsti!»

Il particolare rito bizantino caratterizza le celebrazioni della Grande Settimana Santa nei comuni di lingua e tradizione albanese della provincia

Pasqua nei paesi arbereshe, dove Gesù risorge all’alba tra i canti dei fedeli: «Christòs anèsti!»

“Christòs anèsti!”. Suona così, nei paesi arbereshe, l’annuncio della risurrezione di Cristo. La Pasqua in Calabria vive anche nella tradizione delle comunità albanesi, attraverso il rito bizantino comune a tutto l’Oriente cristiano. Gli arbereshe di Calabria qui vivono da oltre 500 anni, un tempo in cui usi e costumi si sono intrecciati a quelli propri del territorio in cui si sono stabiliti. In provincia di Cosenza si trova la gran parte dei comuni di lingua e tradizione albanese.   

Nel 1536, papa Paolo II attribuì al rito bizantino in lingua greca pieno riconoscimento. Tra i centri albanesi d’Italia più “fedeli” alla tradizione d’origine è Lungro, che non a caso è sede dell’Eparchia ed è considerata la capitale religiosa degli italo-albanesi continentali. Qui lingua, riti e costumi tipici sono tramandati e conservati gelosamente dai suoi abitanti.

Momento clou della tradizione pasquale arbereshe è la celebrazione della Grande Settimana Santa (Java e Madhe), nel corso della quale vengono rivissuti i misteri della passione, della morte, della sepoltura, della risurrezione di Cristo.

Le celebrazioni con il rito bizantino

Sul sito dell’Eparchia di Lungro è possibile trovare il racconto dei rituali usati in diverse occasioni. Le funzioni solenni di Pasqua cominciano la mattina del Giovedì Santo quando il sacerdote, dopo aver letto i dodici brani del Vangelo, procede alla lavanda dei piedi a dodici uomini che rappresentano gli apostoli, seduti attorno a un grande tavolo sul quale sono disposti altrettanti pani benedetti (kuleçët) che verranno poi tagliati e distribuiti ai fedeli. Altrettanto rispettata è la consuetudine di predisporre, fin dal Mercoledì delle Ceneri, chicchi di grano e legumi in genere, entro i piatti, sul cui fondo è stata stesa bambagia o lana imbevuta d’acqua. Nei piatti, sistemati in luogo buio e caldo, prendono vita esili germogli giallognoli.

Il Giovedì Santo, abbelliti con nastrini multicolori e variopinti fiori di campo, vengono sistemati in tutte le chiese per addobbare le cappelle dove si allestisce il sepolcro di Cristo e vengono poi prelevati nella Domenica di Pasqua. Il Giovedì Santo, alle prime ore della sera, si svolge la processione, in cui vengono portate a spalla le diverse statue rappresentanti i vari momenti della Via Crucis ed eseguendo canti tradizionali albanesi, tramandati oralmente, simili ai canti funebri (vajtimet).

La processione viene ripetuta in molte comunità arbëreshë anche il Venerdì Santo. A San Demetrio Corone, la sera del Venerdì Santo si svolge la Via Crucis con la partecipazione in massa di tutti i fedeli, mentre schiere di ragazzi girano per le vie del paese con le “trocke”, tipici strumenti della musica popolare costruite in legno che, in sostituzione del suono delle campane, invitano la gente a partecipare alla processione del Cristo.

Nella mattina del Sabato Santo si cantano il Vespro e la Liturgia di S. Basilio e, dopo la lettura dell’Epistola, viene dato in chiesa il preludio della resurrezione di Cristo, simbolicamente sollecitato dal sacerdote a risorgere, mediante il lancio di fiori. In quel momento le campane suonano a gloria, mentre il sacerdote compie il sacro rito alla fine del quale i fedeli si recano nelle fontane a prendere l’acqua benedetta. Dopo la mezzanotte, comitive di giovani, si riversano nelle strade del paese cantando l’inno “Christos Anesti” (Cristo è risorto) svegliando la gente che dorme.

Una tradizione singolare di San Demetrio Corone è la consuetudine tra la notte del Sabato e della Domenica di Pasqua di recarsi, in assoluto silenzio, alla fontana dei monaci, presso il Collegio di Sant’Adriano, per eseguire il rito del “rubare l’acqua”. Il rito riproduce il gesto della Madonna allorquando non potendo lavare il corpo di Gesù perché impedita dalle guardie, si recò, nel silenzio della notte, presso una fontana dove bagnò un panno e così riuscì di nascosto a pulire il corpo del Figlio. Al rito si partecipa a piccoli gruppi che si formano in corrispondenza delle varie “gjitonie”, i vicinati, e che a tarda ora si incamminano verso la fontana. I gruppi procedono rispettando un rigoroso silenzio e resistendo ai molestatori che puntualmente si incontrano lungo la strada, infatti chi ha già bevuto alla fontana è libero dal vincolo del silenzio e si diverte cercando di far parlare chi non l’ha ancora fatto, per questo si vedono le più anziane del gruppo munite di “dokanigje”, lunghi bastoni dall’estremità biforcuta, con l’intento di scoraggiare i tentatori.

Dopo aver bevuto l’acqua del paese si scambiano gli auguri e tra canti e danze si ritorna alla volta del paese. A conclusione del rito ci si ritrova tutti davanti al portone della Chiesa Madre, dove alcuni volontari nel corso della giornata hanno accatastato tronchi d’albero, tavole di legno e ogni genere di materiale e così a mezzanotte si procede all’accensione della “qerradonulla” (grande falò). Al momento dell’accensione si esegue il canto greco “Christos Anesti” (Cristo è risorto).

Una caratteristica funzione liturgica si svolge all’alba della Domenica di Pasqua. Sebbene l’ora insolita la partecipazione dei fedeli e numerosa: il sacerdote con la croce in mano, seguito da questi ultimi, si ferma all’esterno della chiesa, davanti alla porta principale, batte la croce per tre volte sulla porta, ripetendo la formula liturgica del rito bizantino-greco “Aprite le porte”. All’interno della chiesa la forza del male, il demonio (djallthi) con voce cavernosa, chiede chi è che bussa alla porta; alla risposta che è il Signore risorto, le porte si spalancano al terzo colpo. E mentre il demonio scompare, tra scoppi di mortaretti e stridore di catene, il sacerdote seguito dai fedeli entra in chiesa dove ha inizio il ”Mattutino”. Questa cerimonia che simboleggia la Risurrezione della morte, segna la fine della Settimana Santa.

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