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‘NDRANGHETA | Franco Bruzzese: «L’alleanza con i Bruni? Io non volevo…»

‘NDRANGHETA | Franco Bruzzese: «L’alleanza con i Bruni? Io non volevo…»

La collaborazione criminale tra gli “zingari” e i “Bella bella” risale ai primi anni del 2000. Il pentito spiega perché all’inizio non era d’accordo. «Era una famiglia sfortunata»

Il pentito Franco Bruzzese spiega come nacque l’alleanza con il clan Bruni. Lo racconta al magistrato Eugenio Facciolla, attuale procuratore capo di Castrovillari, che è titolare del procedimento penale “Tela del Ragno”, il cui processo – relativo agli omicidi commessi nel Tirreno cosentino – si sta svolgendo nella Corte di Assise di Cosenza. In un precedente servizio abbiamo riportato i motivi che hanno indotto l’ex reggente degli “zingari” di Cosenza a “saltare il fosso”, oggi evidenziamo i passaggi sulla collaborazione criminale tra i due gruppi mafiosi operanti a Cosenza agli inizi del 2000. «Come nasce questo rapporto con Michele Bruni in particolare?» chiede il magistrato cosentino. «Nasce il duemila, a cavallo del 2002-2003» e aggiunge come non ci fosse una conoscenza pregressa tra i due» rispetto a «Carlo Lamanna che invece lo conosceva direttamente». «Era passato nel nostro gruppo da un po’ di tempo e quindi ha fatto in modo che facessimo questo gemellaggio anche se io non ero d’accordo». E illustra anche i motivi: «Ritenevo che fosse una famiglia sfortunata e in più avevano troppi problemi con altre persone, altre famiglie, cioè come i Lanzino e Presta», con i quali – dice Bruzzese – «i rapporti erano buoni, quindi non vedevo il motivo perché mi dovevo mettere contrapposto con loro». Gli “zingari” e i Bruni rapinavano i blindati. «Carlo Lamanna mi ha convinto dicendomi «”Frà, stanno ammazzando a tutti, se ce li portiamo vicini non li tocca più nessuno”», avviandosi a perpetrare rapine quindi in Puglia. E anche in questo caso lo scaramantico Franco Bruzzese riferisce un aneddoto. «Nelle ultime rapine partecipavano anche loro, ma precedentemente non me li portavo, perché ritenevo sempre quel fatto che erano sfortunati. Mi contentavo di portargli i soldi senza che venissero sul lavoro». (a. a.)

 

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