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Loviso: “Cosenza passionale, Crotone viscerale. Vi parlo del derby”

Loviso: “Cosenza passionale, Crotone viscerale. Vi parlo del derby”

Massimo Loviso, ora centrocampista del Modena, racconta la sua esperienza nelle due città calabresi e ricorda: “La semifinale col Sudtirol mi dà ancora i brividi”.

Lunedì sera, allo stadio Ezio Scida di Crotone, ci sarà il derby calabrese di andata tra Crotone e Cosenza. In entrambe le compagini rossoblù ha giocato Massimo Loviso. In riva allo Ionio militó da protagonista in due stagioni tra il 2011 ed il 2013, mentre all’ombra della Sila ha avuto un ruolo fondamentale lo scorso torneo durante la  cavalcata che ha visto la città bruzia ritrovare la serie cadetta.

Loviso, com’è stato giocare a Cosenza e Crotone?
“Ho vissuto in due città che amano il calcio, vivono di calcio e trascinano i loro beniamini. Quando ero nella città di Pitagora la società era ambiziosa e voleva la storica promozione in A e col tempo ha mantenuto il progetto e, insieme alla città, c’è riuscita: un grande plauso per la caparbietà. A Cosenza era sotto gli occhi di tutti, era dentro la pancia, la voglia di tornar nel calcio che conta. I tifosi ci sono stati sempre vicino perché vedevano in noi qualcosa di importante: emozioni su emozioni!”.

Come descriverebbe, quindi, con un aggettivo i due capoluoghi calabresi:
“Cosenza passionale, Crotone viscerale“.

Lei vanta più di 200 partite tra serie A e B, ma se le ricordo il 10 Giugno 2018, Cosenza-Sudtirol, stadio San Vito-Gigi Marulla gremito di 20.000 cuori rossoblù?
“Mamma mia! Arriviamo in pullman e già c’erano 18.000 spettatori ad infuocare una calda serata di giugno. Tanti mi hanno detto: beh Loviso tu dovresti esserci abituato?! Ma non puoi mai abituarti a situazioni del genere perché sono sempre emozioni, momenti ed istanti unici e differenti. E’ stato troppo bello e galvanizzante vedere e sentire tutto quel  tifo e quell’affetto e noi, dal canto nostro, con il nostro percorso siamo riusciti a far emozionare tante persone che sono tornate allo stadio dopo tanto tempo. La città viveva per questo momento, lo desiderava… ne aveva una fame atavica”.

Per poi entrare nell’ultima mezz’ora del secondo tempo quando la partita sembrava inchiodata…
“Volevo dare il mio contributo in campo affinché si arrivasse a Pescara, anche battere tutte quelle punizioni fino ad arrivare a quella del gol di Allan (Baclet) ed il calcio d’angolo alla fine (con annesso spostamento manuale del fotografo). E’ stato bellissimo per me vedere la gioia negli occhi lucidi di tutti, vedere esultare di felicità i magazzinieri, massaggiatori che sono stati sempre con noi e vissuto con noi. Soddisfazione allo stato puro”.

Facciamo un passo indietro, cosa è successo da ottobre 2017 in poi?
“Vederci ultimi in classifica ed avere la consapevolezza che ciò non rispecchiava ciò che eravamo e cosa potevamo fare è stato veramente il momento più difficile ma, devo essere sincero, è stato anche stimolante perché dovevamo riscattarci. Si ci aspettava tanto da persone come me, Pascali, Corsi e siamo stati attaccati. Ci stava, le critiche fanno anche bene, noi ci dobbiamo prender anche le nostre responsabilità. Ci siamo allenati, abbiamo parlato tanto spronandoci. A gennaio non sono voluto andare via perché non mi piace lasciare le cose a metà soprattutto quando il vento non soffia in poppa. Sì, ad ottobre eravamo ultimi, ma il campionato si è chiuso con un quinto posto quindi vuol dire che qualcosa era stato fatto soprattutto a livello mentale e caratteriale, dentro di noi, proprio nel volere le cose. Il resto è storia recente”.

In città è conosciuto come il Conte, perché?
“L’artefice di questo soprannome fu Manuel Pascali perché è capitato di portar fuori la squadra a cena, poiché lo sentivo ed ero felice di farlo. Nell’applauso dei compagni per il “gesto” Manuel mi diede questo appellativo divulgandolo, poi, una sera che ero in conferenza stampa. Entró simpaticamente in sala dicendo “il conte, il conte” così tutti ne vennero a conoscenza”.

Come vede oggi le sue due ex squadre?
“Ho avuto modo di seguire qualche partita e, purtroppo, entrambe stanno facendo fatica. Il Cosenza si trova in serie B e deve entrare in questa categoria, esprime un buon gioco con tante occasioni, ma finalizza poco.
Il Crotone ambisce a tornare nella massima serie ed il segnale del cambio allenatore è stato inequivocabile perché l’andamento non era quello prefissato.
Sono pienamente convinto che, per i loro obiettivi, ce la possono fare”.

Cosa manca secondo lei al Cosenza?
“Crederci ancor di più! Ci sono persone importanti all’interno dello spogliatoio capaci di trascinare e dare il giusto contributo. C’è da crederci, allenarsi e pedalare. Alle spalle c’è una società ambiziosa che vuole mantenere la categoria e darà il suo apporto”.

Che partita sarà quella che vedremo lunedì tra due squadre che necessitano di punti per obiettivi differenti, ma che in classifica si trovano una dietro l’altra?
“Sarà inizialmente una partita molto tattica: da una parte Braglia studia minuziosamente, dall’altra Oddo vuole che si giochi la palla da dietro. Poi verranno fuori le caratteristiche e le qualità delle due compagini”.

C’è da considerare anche che è un derby…
“I derby sono partite a sè. In palio ci sono sempre 3 punti, ma a livello di motivazioni c’è sempre qualcosa in più che viene da dentro perché le città la vivono in certa maniera, perché è un derby calabrese ed i calabresi vivono anche di calcio e per questi momenti. Sarà una bella partita”.

Che fa adesso Loviso?
“Sono a Modena, contento di questa mia scelta. Sono in una squadra forte, una società solida, non c’entra niente nella categoria in cui milita, che vuole emulare il “progetto Parma”. L’essere seri, vogliosi, ambiziosi e determinati mi ha portato a sposare questo progetto. Siamo primi ed abbiamo tanta fame di vincere anche se non è mai facile e di questo me ne sono accorto negli anni: a prescindere dalla forza della squadra e della società, bisogna sudare e pedalare ogni settimana perché va sempre dimostrato sul campo ciò che siamo capaci di fare”.

Di Loviso si è sempre detto, e visto, che è come se fosse un allenatore in campo. Sarà questo il suo futuro?
“Questo ruolo mi ha sempre affascinato sin da piccolo, sarà per la mia indole, sarà perché ho sempre fatto il centrocampista, ma mi è sempre piaciuto capire il ruolo del mister. Non è facile essere il coach di un collettivo perché devi gestire 25 teste una diversa dall’altra da cui da far uscire fuori il meglio. Finché starò bene fisicamente continueró a giocare, poi sicuramente intraprenderò questa nuova strada”. (Annalisa Mazzuca) 

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