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Lettera al sindaco Mario Occhiuto: «Venga con me una sera nel centro storico…»

Lettera al sindaco Mario Occhiuto: «Venga con me una sera nel centro storico…»
Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Francesco Alimena, residente a Cosenza.
Al Signor Sindaco di Cosenza,
Chi le scrive è un giovane cittadino abitante del centro storico.  
Ieri sera, rincasando sul tardi, ho pensato a lei. Questa lettera è un invito.
La invito a casa mia.
Io abito in una rispettabile casa in quella che un tempo era una rispettabile via del più rispettabile quartiere della città: Corso Telesio.
Sin da piccolo il solo fatto di abitare in quella via era motivo di orgoglio per me e di sana ‘invidia’ da parte di chi era capace di cogliere il fascino di vivere nel centro storico della città.
Certo, Cosenza Vecchia non è mai stata troppo pulita, non è mai stata troppo ordinata, di certo non sempre è stata ben frequentata ma, tutto sommato, ci si viveva bene. Era pittoresco, certo, folcloristico in abbondanza, scomodo perché non ci sono parcheggi, ci sono troppe scale, nessun servizio e devi fare centinaia di metri prima di vedere un supermercato o una farmacia. Ma noi del centro storico siamo gente abituata a fare scaloni di pietra e vicoli irti di sampietrini sconnessi, per cui camminare non ci spaventa e lo facciamo volentieri. A tutte le età.
Di certo non si stra-viveva, ma si viveva. E non ci lamentavamo.
Oggi no. Oggi non è più così. Oggi sopravviviamo.
La invito, Signor Sindaco, a rincasare con me una sera di queste. Poniamo il caso che quella sera sia oggi e che io la venga a prendere. Saremmo costretti a parcheggiare a duecento metri da casa  – duecento metri di notte sembrano il doppio, sa? – perché non c’è parcheggio ma pur non essendoci parcheggio ci ritroveremmo a dover pagare qualcuno perché ci ‘guardi’ la macchina durante la notte.
La inviterei ad attraversare con me le stradine buie e sommerse di immondizia non ‘nostra’, che i nuovi abitanti del quartiere differenziano a modo loro, gettandola direttamente nei vicoli dalle finestrelle delle casupole che hanno occupato da quando le loro baracche del campo sul fiume sono state sfollate. Ve lo hanno mai raccontato i ragazzi di Ecologia oggi? Il puzzo è nauseabondo, lo so, ma ci si abitua, basta accelerare il passo.
La inviterei, Signor Sindaco, a camminare piano, stando attento a dove mette i piedi, perché se si fa troppo rumore si attira l’attenzione di quel branco di cani randagi che nella spazzatura si sta nutrendo.  Certo, nessun cane è feroce per natura né tantomeno aggredisce l’uomo senza un motivo, ma la prudenza non è mai troppa, lo sa: di notte i motivi per cui accadono le cose sono diversi da quelli del giorno e sia cani che abitanti siamo un po’ spaventati gli uni dagli altri.
Mi seguirebbe, Signor Sindaco, sotto gli occhi di facce nuove che ci si incollerebbero addosso attraverso gli scuri delle finestre o da capannelli nei vicoli, sussurrando in lingue incomprensibili se non uno stentato “che ore sono” e noi saremmo costretti a mostrare che l’orologio non ce l’abbiamo. Perché di certo non vogliamo pensar male ma non si capisce perché qualcuno che ha in mano un telefono debba chiedere a noi passanti, a notte fonda, che ore siano. 
Allora lei mi direbbe, Signor Sindaco, che forse non è il caso che io rientri a notte fonda. 
Ma allora come faccio se voglio passare una serata con amici in centro, quel gioiello di centro cui lei tiene tanto? Come spiego ai miei amici che ho ansia di rincasare? Che temo quello che posso incrociare sulla via del ritorno?
Che non sono più padrone del mio tempo? Ancora non mi crede, Signor Sindaco?
Mi dice lei, Signor Sindaco, perché mia madre non può più uscire di casa la sera da sola e perché devo sentire un peso nel cuore quando mio padre rientra un po’ più tardi  e, ormai anziano, deve attraversare quei vicoli un tempo familiari e sottostare allo scherno di questi giovani nuovi vicini? Vicini rumorosi, loro malgrado innestati di punto in bianco in un quartiere che non è stato preparato ad accoglierli, scandendo con il loro vivere alla giornata il ritmo delle nostre, di giornate. Per curiosità, Signor Sindaco, ha fatto una passeggiata lungo la strada che dalla Massa conduce a San Gaetano? 
Ma non vede, Signor Sindaco, che questa gente vive in condizioni precarissime nei magazzini di una sola stanza e privi di finestre dei palazzi diruti di quella che una volta era la Cosenza bene dove, tra condizioni igieniche precarie e pericolose, sono costretti ad un moderno e pericoloso Medioevo? 
Solo dopo aver visto con i suoi occhi questa miserabile condizione in cui siamo piombati, Signor Sindaco, forse solo dopo averci vissuto qualche sera, da abitante del Centro Storico, si renderebbe conto che non è esagerazione la nostra e che questo quartiere è una polveriera pronta ad esplodere. 
Che il disagio sociale è ai massimi livelli e che non è questione di mesi ma di giorni prima che qualcosa accada.
Ecco Signor Sindaco, a questo punto saremmo arrivati ma già la vedo, sulla porta, gentilmente accomiatarsi: “Signor Sindaco ma che fa? Non vuole rimanere? Sicuro che non vuole entrare nemmeno un momento?” Probabilmente la nostra passeggiata terminerebbe così. Ma si, sa? In fondo la capisco. A quel punto la saluterei ed entrerei a casa mia. Una volta questa casa era piena di amici che andavano e venivano, sa? Ma oggi nessuno ci viene più. 
E come potrebbe dargli torto? 
Entrando sento i latrati dei cani nei vicoli che mi rammentano che magari, da qualche parte qua attorno c’è un altro ragazzo che sta rientrando  a casa e deve scegliere quale strada percorrere, tra quella più illuminata ma con i cani e quella buia in mezzo a sconosciuti che confabulano.
E mi sento tornato a vivere nei villaggi fortificati dei film sui Secoli Bui, quando ti sentivi sicuro solo una volta dentro le mura di protezione del tuo villaggio e dopo aver dato molte mandate alla porta di casa.
Ecco, Signor Sindaco, com’è ogni sera, per me. Ora lo sa. 
Io ho fatto il mio dovere e l’ho informata dei fatti. Di come si sta, tutti noi, i cittadini di serie B del quartiere dove la città è nata.
Venga – anche stasera, se se la sente – a casa mia, a piedi, solo, di notte, a Cosenza Vecchia, in quello che un tempo era il Centro storico più bello del Meridione. 
Francesco Alimena

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