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Le contraddizioni dei giudici sulla mafiosità di Giorgio Barbieri

Le contraddizioni dei giudici sulla mafiosità di Giorgio Barbieri

Giorgio Ottavio Barbieri ha passato gli ultimi due anni di vita in carcere. E’ un imprenditore mafioso o scellerato?

Il 19 gennaio 2017 è una data che l’imprenditore romano Giorgio Ottavio Barbieri non dimenticherà facilmente. E’ l’inizio dei suoi guai con la magistratura. La Dda di Reggio Calabria lo arresta con l’accusa di essere un prestanome del clan Piromalli di Gioia Tauro, mentre la Dda di Catanzaro ritiene che sia un finanziatore e referente del clan “Muto” di Cetraro. Passa mesi e mesi in carcere, fino a quando la Cassazione – per quanto riguarda il processo “Frontiera” – mette dei paletti alle accuse che lo colpiscono.

Cosa dice la Cassazione sui rapporti tra Barbieri e il clan Muto?

Il 13 aprile 2018 la Corte di Cassazione dichiara infondati i motivi del ricorso presentato dalla Dda di Catanzaro circa la posizione di Giorgio Ottavio Barbieri, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Gli ermellini lo scrivono a chiare lettere, minando l’attendibilità del capo d’accusa nei confronti dell’imprenditore romano. Non ci sarebbero indizi sui rapporti illeciti tra Barbieri e Muto.

«Il quadro cautelare, già vagliato in sede di legittimità, consente di affermare che Giorgio Ottavio Barbieri ha assicurato rimesse in denaro, anche per il tramite di Massimo Longo, alla cosca Muto, ma non ha fatto luce sui vantaggi ottenuti dalle imprese Barbieri quale contropartita della corresponsione di denaro, al di fuori della protezione che la cosca ha assicurato alle imprese in determinati anni». Tradotto: Barbieri avrebbe ricevuto la protezione dei Muto senza avere nulla in cambio, anzi. Sul cantiere dell’aviosuperficie di Scalea ci fu un atto intimidatorio ad opera di Luigi Muto, figlio di Franco.

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La Cassazione

«Il Tribunale del riesame ha ritenuto sfornita di prova la dedotta compartecipazione agli utili delle imprese di Barbieri da parte della cosca Muto. In proposito, è stato evidenziato che “pur ammettendo che il conto corrente intestato alla moglie di Longo, nel quale confluivano somme di denaro derivanti da vincite fittizie, servisse per le rimesse di denaro nei confronti della cosca Muto, non è dimostrato che i Muto partecipassero alla gestione delle attività imprenditoriali di Barbieri tanto da poter parlare di compartecipazione agli utili, inquadrandosi evidentemente tali somme nelle ingenti estorsioni pagate da Barbieri ai Muto».

La Cassazione, bocciando il ricorso della Dda di Catanzaro, scrive che «il Tribunale del Riesame, con logica e coerente motivazione, ha ritenuto più plausibile l’ipotesi che Giorgio Ottavio Barbieri, colluso con la cosca dei Piromalli per il tramite di Giorgio Morabito, per come è emerso dalle indagini della Procura di Reggio Calabria in relazione alle quali il tribunale del Riesame di quella sede, pur riqualificando il fatto in concorso esterno, ha riconosciuto la sussistenza di una condotta collusiva, avesse invocato l’intervento di Morabito per ottenere trattamenti di favore al fine di limitare le richieste estorsive e proseguire nei lavori pubblici – sulla cui aggiudicazione non sono comunque emerse interferenze della cosca Muto o di altri – nell’area del cosentino; intese che però rischiavano di saltare per variabili indipendenti, quali la reggenza della cosca dei cosentini da parte di un giovane sconosciuto e l’avvicendarsi nella cosca Muto di Luigi, figlio di Franco».

Ma la Dda di Catanzaro insiste sulla mafiosità di Barbieri

L’orientamento della Cassazione, circa la non partecipazione di Barbieri al clan “Muto” di Cetraro”, è un dato giurisprudenziale ormai assodato e sicuramente gli ultimi accertamenti investigativi difficilmente potranno mutare il quadro indiziario sull’imprenditore romano. Ma, come emerge dalle carte dell’inchiesta denominata “Lande desolate”, la Dda di Catanzaro tira fuori praticamente gli stessi argomenti di “Cinque Lustri” e “Frontiera” per asserire che Giorgio Ottavio Barbieri è un mafioso.

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Il tribunale del Riesame di Catanzaro

Nell’ordinanza firmata dal gip Distrettuale Pietro Carè ci sono passaggi riconducibili alle dichiarazioni di alcuni pentiti – Ernesto Foggetti, Daniele Lamanna e Luciano Impieri – che non hanno consentito di chiarire la posizione di Barbieri in merito ai rapporti col clan Muto. Il tutto è circoscritto alla realizzazione di piazza Bilotti, dove il clan Lanzino avrebbe tentato di estorcere denaro all’imprenditore romano. Piano criminoso saltato solo perché «era un amico nostro» avrebbe detto Luigi Muto a un esponente della cosca di Cosenza. Tuttavia, in sede di legittimità sia il Riesame sia la Cassazione non hanno condiviso il quadro probatorio nei confronti di Barbieri.

Cio che emerge invece dall’inchiesta “Lande desolante” è la conferma della scelleratezza imprenditoriale di Barbieri, in crisi finanziaria per tutte le opere pubbliche che voleva realizzare. La società “Barbieri Costruzioni Spa” fallì nell’aprile del 2017, pochi mesi dopo il suo arresto. (Antonio Alizzi)

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