giovedì,Maggio 30 2024

La strada che possiamo percorrere

Quella contro il Lecco è forse la più importante tra le partite affrontate finora. Dopo la vittoria all’ultimo tuffo contro il Pisa, si tratta della vera prova di maturità per il Cosenza. Una squadra che ha ancora tanto da imparare, ma tutti gli strumenti per riuscirci

La strada che possiamo percorrere

In questi giorni il mio matrimonio gira la boa dei dieci anni. È la mia relazione più lunga nel tempo, dopo quella col Cosenza. Sapete che non è una battuta.

Sara e io arrivammo al matrimonio dopo sei anni di fidanzamento e convivenza, con due figlie (il terzo sbocciò poco dopo) e in fondo ai dieci mesi peggiori della nostra vita. Nessuno si stupì, dunque, quando al mattino della cerimonia la bimba più grande si svegliò con un febbrone da cavallo, mentre la secondogenita ributtò il latte addosso al mio bellissimo abito (sembrava una scena di Quelo, giuro). Tutto questo mentre si scatenava su Firenze un temporale da tregenda (fino al giorno prima e dal giorno dopo, invece, sole a catinelle). Eppure, nella mia memoria, quella giornata ha solo tanta luce: quella dei parenti e degli amici che c’erano (e ci sono ancora, anche chi non c’è più); quella nostra, che ridevamo sotto il nubifragio, coperti da un ombrello arcobaleno.

Tra le tante cose che imparato con mia moglie la più importante, forse, è il valore del tempo. Sapere quand’è il momento di stringere i denti e quello di lasciar scivolare. Di stare vicini e allontanarsi. Di aspettare e di essere impazienti. Di rassegnarsi e di lottare. Prima, per me esisteva una sola strada nelle cose.

Una delle cose che, invece, lei mi ha sempre rinfacciato è stato di averle tenuta nascosta a lungo l’importanza del Cosenza per me. Eppure, negli anni, è diventata una preziosissima analista delle vicende rossoblù. Sabato scorso, per esempio, a partita conclusa (e adrenalina scesa) (la mia, ovvio) mi ha detto che negli anni scorsi una partita come questa l’avreste persa. E aveva dannatamente ragione.

Potremmo ringraziare Sant’Eugenio da Parenti e chiuderla lì, ma ricorderete bene che lo scrissi già alla fine del calcio mercato che questa sarebbe stata una stagione diversa. E che noi, la piazza, il tifo, gli addetti ai lavori, dobbiamo essere diversi pure noi. È tutta una questione di tempo.

Quella di Caserta è cioè una squadra che sta crescendo a strappi e accelerazioni. Come i bambini che, all’improvviso, camminano: ce l’avevano dentro, quel bisogno, ma non lo sapevano. Come accade agli inizi delle storie d’amore: quando corri a prendere l’ultimo treno perché quel weekend lo stai aspettando da settimane. 

Il primo strappo è stato il blitz di Palermo. La sconfitta con la Cremonese è stata catalogata da molti come passo falso oppure giustificata con la forza dell’organico a disposizione di Stroppa. E, secondo me, sono due mezze verità. Esattamente come quel che è accaduto durante i minuti di recupero a Pisa: il passaggio dalla disperazione all’estasi in duecento secondi. Noi non eravamo ancora pronti a vincere una partita come quella contro i grigiorossi. Eravamo invece perfettamente in grado di riacciuffare una gara all’ultimo secondo (è infatti già accaduto con Sassuolo e Sudtirol).

Come canta il Boss, è davvero come entrare in un giardino segreto. Perché, in fin dei conti, questa è una squadra totalmente nuova – proprio come nuovi ci scoprimmo mia moglie e io dopo il matrimonio: quello che io, prima, giudicavo soltanto un rito borghese. È nuovo Voca, nel suo ruolo di incursore tra mediana e trequarti. È nuovo Meroni, nonostante fosse diventato leader della difesa già nello scorso girone di ritorno. È nuovo Florenzi, finalmente al rientro dopo una stagione a singhiozzo e un intervento delicato. È nuovo Calò in cabina di regia – o, meglio, è nuova la squadra che ha intorno e che lo segue, a differenza di quella balbettante di un anno fa. Sono nuovi, ovviamente, tutti i nuovi arrivi. Anche Tutino, tornato a Cosenza in un momento cruciale della sua carriera e con la voglia di spaccare il mondo.

Di questa novità fanno parte anche ruoli e compiti che Caserta ha assegnato a molti calciatori e i margini di crescita dei più giovani (Zuccon, Cimino, Fontanarosa, oltre a un Crespi ancora tutto da scoprire).

E quando una cosa ha una storia comune alle spalle, ma al tempo stesso è pure nuova, è sempre difficile capirla, inquadrarla – ed è difficile anche capirsi, inquadrarsi per la cosa stessa. Il Cosenza, per esempio, ha imparato a prendere il controllo di una gara e a rilasciarlo quando serve, ma non ancora a gestire una partita. Sa come colpire e rimontare, ma non ha ancora imparato a mandare ko un avversario.

E la cosa che io trovo sconvolgente è che colmare tutte queste mancanze rientra perfettamente nello sviluppo prossimale di questa squadra. Cioè sono cose che questo Cosenza può imparare. Ho quasi paura a scrivere cosa mi ricorda tutto questo – e non commetterò l’errore di scriverlo, come pure di pensarlo. Ma il punto è che abbiamo gli uomini e l’allenatore in grado di farlo. Questa, per dirne una, è una formazione che può aggredire con Canotto e Marras per sessanta minuti, non cavarne un ragno dal buco e allora affidare l’attacco finale a Florenzi e Mazzocchi. Quante volte abbiamo avuto una formazione così?

In una situazione del genere, come in un matrimonio, ci sono due pericoli: credersi indispensabili e ritenersi inutili. Ovvero: caricarsi il mondo sulle spalle, perché è troppo importante, o lasciarselo scivolare, perché non conta più niente. Nel primo ritratto riconosco il bene e il (pochissimo) male di Tutino in questo primo scorcio di stagione. Vedo la sua determinazione; vedo invece meno la leggerezza con cui ha risolto tante situazioni scomode in passato. Intuisco il peso che si porta dietro (quello di dover dimostrare, sentirne la responsabilità) e vorrei dirgli di scrollarselo presto di dosso. L’arrivo di giocatori come Forte, Canotto e via dicendo non toglie un grammo e un millimetro ad altezza e peso specifico a un gesto bellissimo come quello di tornare qui dove era stato felice. E nemmeno al suo talento. Anzi. Quegli arrivi lo devono alleggerire e farlo galoppare come sul prato dell’Adriatico. Come quando in un matrimonio ti rendi conto che le promesse pronunciate davanti a tutti, in realtà, le avevi già dentro – e, allora, c’è mica da aver paura di cosa penseranno gli altri, se a un certo punto la tua foto di famiglia non somiglierà a quella del Mulino Bianco.

Tra le ultime quattro partite, forse quella con il Lecco è la più importante – e voi ora mi darete del matto. E invece è così. Perché non c’è il campanello d’allarme di una Cremonese in arrivo a tenere alta l’attenzione, come fu dopo Palermo. C’è invece il fanalino di coda, zero vittorie e dunque è facile che faccia capolino nella testa (nostra e dei calciatori) l’idea di una mezza scampagnata. La costruzione di una squadra, invece, passa proprio da momenti fondanti come questo. Riesci a battere il Lecco? Sei così consapevole della tua forza da riuscire a non sottovalutarlo? Allora sei maturo. Allora sei pronto alla doppia trasferta ligure dopo la sosta (Samp e Spezia).Questa è una stagione di strappi di crescita, ma anche di piccoli passi e piedi ben piantati quando serve. Mia moglie e io lo sappiamo bene – e mica solo noi, siamo mica la coppia più bella del mondo. Non sai mai dove ti porta davvero il viaggio che stai facendo. Perché, mentre tracci la strada che puoi percorrere, sta già cambiando la persona che la percorrerà.

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