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Omicidio Marincolo, due indagati: «Siamo innocenti». Abruzzese non risponde al gip

Omicidio Marincolo, due indagati: «Siamo innocenti». Abruzzese non risponde al gip

Dopo 14 anni dal suo delitto, la giustizia italiana (e calabrese) torna a parlare di Francesco Marincolo, vittima di mafia nel 2004, al termine di una lunga guerra tra l’allora clan Bruni-zingari e gli italiani. “U biondo”, secondo le indagini dell’epoca, era un componente del gruppo Cicero-Lanzino di Cosenza e fu assassinato perché era l’unico uomo di peso della cosca italiana in libertà.

Marincolo fu assassinato da Michele Bruni, oggi defunto, per vendicare la morte di Francesco Bruni senior, capo della dinastia dei “Bella bella”. Una morte avvenuta in pieno giorno nel centro di Cosenza, dopo tentativi andati a vuoto, nel corso dei quali Marincolo si sarebbe accorto di essere seguito.

Sotto accusa al momento ci sono sei persone: Giovanni Abruzzese, detenuto al 41bis a Parma, Umile Miceli, Mario Attanasio, Carlo Lamanna, rinchiuso in regime di carcere duro, Adolfo Foggetti e Daniele Lamanna, quest’ultimi collaboratori di giustizia.

A sparare, secondo la Dia di Catanzaro, sarebbe stato Michele Bruni, accompagnato nell’intento omicidiario da Carlo Lamanna, a bordo di una moto. Il ruolo di specchietto sarebbe stato ricoperto da Umile Miceli, mentre Attanasio, Lamanna e Foggetti si sarebbe interessati del resto.

Marincolo quel giorno era in compagnia di Adriano Moretti, che rimase ferito e trasportato in ospedale dove fu salvato. I due poco prima si erano presi un caffè, come loro abitudine, e poi erano ripartiti. Marincolo si accese la sigaretta e subito dopo Michele Bruni iniziò a sparare contro di lui.

I colpi andarono subito a segno, ma il boss chiese a Lamanna di ritornare sul luogo del delitto per dare il colpo di grazia, ma si rifiutò proseguendo per la strada del tribunale e incrociando l’allora magistrato della Dda di Catanzaro, Eugenio Facciolla.

Michele Bruni, come riferiscono i pentiti, si sarebbe confidato con gli altri temendo che il magistrato di Cosenza avesse riconosciuto i due. Tuttavia, le prime indagini non ebbero un esito positivo. Non v’è dubbio che le dichiarazioni dei pentiti, in questo caso, sono state fondamentali per arrivare all’applicazione della misura cautelare in carcere per Abruzzese, Lamanna, Miceli e Attanasio.

Oggi intanto Abruzzese (difeso dagli avvocati Giorgia Greco e Antonio Quintieri), Miceli (difeso dagli avvocati Paolo Pisani e Angela D’Elia) e Attanasio (difeso dagli avvocati Luca Acciardi e Giuseppe Bruno) sono stati interrogati dai rispettivi gip. Il primo non ha inteso rispondere alle domande, avvalendosi della facoltà di non rispondere, mentre Miceli e Attanasio, davanti al gip di Cosenza, si sono professati innocenti.

Attanasio, in particolare, ha rispedito al mittente le accuse rivolte a lui dai collaboratori di giustizia, evidenziando che in altri procedimenti è stato assolto dall’accusa di associazione mafiosa.

Domani sarà il giorno di Carlo Lamanna, accusato anche dal fratello Daniele. Dopo il pentimento di quest’ultimo, l’allora ministro della Giustizia Andrea Orlando ha firmato il decreto di applicazione del 41bis. Carlo Lamanna si trova in carcere attualmente per scontare una condanna per tentato omicidio. (Antonio Alizzi)

 

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