giovedì,Febbraio 2 2023

Arresti a Cosenza, i soldi “sporchi” «al 60% agli italiani e al 40% agli “zingari”»

L'inchiesta "Testa di Serpente" aveva già delineato la strategia della criminalità organizzata cosentina. Ora il Riesame esalta le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia

Arresti a Cosenza, i soldi “sporchi” «al 60% agli italiani e al 40% agli “zingari”»

Dall’elenco dei sette presunti sottogruppi mafiosi uniti in una confederazione criminale ai presunti affiliati. Il Riesame di Catanzaro, valutando le istanze difensive e analizzando il materiale investigativo, già ripercorso dal gip Ferraro nella prima ordinanza cautelare della maxi-inchiesta della Dda di Catanzaro contro la ‘ndrangheta cosentina, individua anche i presunti partecipi dell’associazione mafiosa capeggiata dal boss Francesco Patitucci, ritenuto il “reggente” della più nota cosca “Lanzino” di Cosenza.

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«Roberto Porcaro e Luigi Abbruzzese sono risultati i detentori, sulla scorta di un “patto federativo” che da decenni vede le due fazioni unite nella gestione di ogni attività illecita, dal racket al narcotraffico passando per le intimidazioni, i danneggiamenti, l’usura e il gioco d’azzardo illecito. Ebbene, il nuovo assetto attuale dell’associazione di ‘ndrangheta si inserisce nel solco tracciato dai precedenti accertamenti sulle organizzazioni denominate, nel tempo, “Bruni-zingari” e “Rango-zingari”.

Secondo il Riesame di Catanzaro, «gli attuale esiti investigativi danno conto di un meccanismo criminale, perfettamente funzionante, che Porcaro – posto al vertice del clan “Lanzino-Patitucci” – ha ereditato dallo “zoccolo duro” del crimine organizzato brutio individuabile nel suo “mentore” Francesco Patitucci – detenuto in carcere fino alla data del 4 dicembre 2019, nuovamente arrestato dopo circa due anni – e sottendono la dinamica del continuo rinnovamento della ‘ndrangheta cosentina che ad ogni intervento giudiziario reagisce con l’instaurazione di nuovi equilibri e con nuovi referenti».

Clan degli italiani: il gruppo D’Ambrosio

Scrive ancora il Tdl di Catanzaro: «Lo sviluppo dell’attività d’indagine, ha evidenziato i rapporti tra i coindagati Massimo D’Ambrosio e Ivan Montualdista, prima della scarcerazione di Adolfo D’Ambrosio (avvenuta il 3 luglio 2019), con uno degli storici partecipo alla ‘ndrangheta cosentina, con ramificazioni a Rende, identificato in Michele Di Puppo. Tali rapporti segnalavano gli interessi convergenti delle singole articolazioni criminali e, quindi, l’operatività del gruppo criminale, di matrice ‘ndranghetista, operante nell’area di Rende ed immediato hinterland».

Per il Riesame «al vertice di tale gruppo si pone Adolfo D’Ambrosio, che si avvale del ruolo cardine del fratello Massimo D’Ambrosio, suo “referente” principale (nel periodo in cui il fratello Adolfo D’Ambrosio era detenuto) cui è stata demandata la prosecuzione delle attività delittuose per conto del fratello, oltre a essere incaricato di mantenere i rapporti con gli altri sodali e con gli esponenti di altri gruppi criminali, con la pianificazioni di strategie utili per il controllo da parte del sodalizio».

Il gruppo degli “zingari”: i “Banana”

«Al gruppo dei “Banana“”, il cui capo sarebbe Luigi Abbruzzese, fratello di Marco “lo Struzzo”, Nicola e Franco detto il “cantante”, nonché del collaboratore di giustizia Celestino, conosciuto come Claudio e soprannominato “Micetto“, «è contestata anche la gestione dell’attività di narcotraffico, essendovi parziale coincidenza tra questi e i membri dell’associazione criminale».

Cosenza, le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia

I collaboratori di giustizia cosentini e non, hanno fornito un contributo importante alla maxi inchiesta della Dda di Catanzaro. E il Riesame gliene dà atto. «Nel contesto degli elementi raccolti, infatti, al fine di dimostrare l’esistenza del sodalizio criminoso, deve valorizzarsi il rilevante contributo probatorio offerto dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che lumeggiano il già ampio compendio intercettivo». Intercettazioni avvenute in maniera esemplare, grazie all’utilizzo di vari trojan e di una “cimice” piazzata in casa di Francesco Patitucci, che ha scoperchiato il vaso di Pandora. Dalla lettura incrociata delle propalazioni dei pentiti sono emersi i seguenti elementi:

  • presenza di rituali di iniziazione di matrice ‘ndranghetista
  • struttura verticistica
  • collegamenti e alleanze
  • uso della violenza
  • disponibilità di armi
  • presenza di una cassa comune “bacinella”
  • sussistenza del vincolo associativo
  • finalità perseguita del predominio sul territorio

Per il collegio giudicante cautelare, «tali propalazioni come si vedrà, consentono di delineare la storia della ‘ndrangheta cosentina. I collaboratori spiegano i presupposti, la nascita e lo sviluppo della confederazione. Essi danno atto dei riti di affiliazione riguardanti diverso sodali della confederazione, da cui si evince anche la presenza di un sistema gerarchico, al cui vertice, pacificamente, viene collocato Francesco Patitucci, coadiuvato da reggenti, nei periodi di carcerazione susseguitisi nel tempo; elemento questo che, oltre a confermare la presenza di un’organizzazione strutturata, ne delinea perfettamente anche la forte resilienza, assicurata sia da risorse umane che materiali».

Cosenza, la spartizione dei proventi illeciti tra italiani e “zingari”

«I proventi delle attività illecite condotte dalla confederazione vengono suddivisi tra i due gruppi principali italiani e zingari, con una percentuale, rispettivamente, del 60% e 40%, e destinati sia al mantenimento dei sodali detenuti, come avviene per l’odierno ricorrente, che al pagamento di “stipendi” per i sodali liberi, nonché per il finanziamento delle medesime attività illecite». (2/continua)

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