venerdì,Febbraio 3 2023

Patitucci intercettato in carcere: «Se il giudice si legge le carte sarò assolto»

Le conversazioni del boss agli atti della maxi inchiesta sulla 'ndrangheta cosentina. Si parlava di diversi omicidi e del pentimento di alcuni soggetti della criminalità organizzata

Patitucci intercettato in carcere: «Se il giudice si legge le carte sarò assolto»

Un personaggio di spicco della criminalità organizzata come Francesco Patitucci, non fa tanto mistero della sua carriera delinquenziale. Per la Dda di Catanzaro è il capo della confederazione mafiosa operante nell’area urbana di Cosenza, dedita alle estorsioni, usura, gioco d’azzardo e intestazioni fittizie di beni. Patitucci, oggi, si trova in carcere sia per l’inchiesta del 1 settembre 2022 che per la condanna all’ergastolo nel processo sul duplice omicidio Lenti-Gigliotti. Condanna che, dopo qualche ora dalla sentenza di primo grado, ha spinto la pubblica accusa a richiedere la misura cautelare in carcere, accolta dalla Corte d’Assise di Cosenza.

Patitucci intercettato in carcere

Fino a quel momento, Francesco Patitucci era in libertà e come abbiamo più volte raccontato su Cosenza Channel, gli investigatori avevano piazzato una “cimice” all’interno del suo appartamento. Intercettazioni ambientali che hanno permesso all’ufficio di procura di Catanzaro, di “captare” tutti i summit di mafia, tra presunti associati, nel corso dei quali sono emersi anche pesanti contrasti nel clan degli “italiani”. Frizioni che, senza l’intervento di Patitucci, avrebbero causato una faida. Il boss, però, non poteva permettersi ciò, avendo già scongiurato a Rende, un altro omicidio di ‘ndrangheta, che i clan della Sibaritide avrebbero voluto commettere nel “suo” territorio. Ma in quel caso Francesco Patitucci ha detto no. E così è stato. Poi quel delitto di mafia è stato commesso nella Sibaritide.

Fin quando Patitucci è stato costretto a scontare in carcere la condanna per il porto abusivo di una pistola, le sue conversazioni sono state tutte intercettate dalla Guardia di Finanza di Cosenza, su mandato della Dda di Catanzaro. Parliamo dell’anno 2018, nesi di febbraio, marzo, aprile e maggio, giugno, agosto e i mesi a seguire. A trovarlo andavano i suoi più stretti congiunti, come la compagna dell’epoca Rosanna Garofalo e alcuni dei suoi nipoti. Con loro scherzava del più e del meno, ma spesso e volentieri chiedeva cosa si dicesse a Cosenza, ad esempio, del pentimento di Luciano Impieri e di altre situazioni criminali. Ma c’era un argomento, più degli altri, che gli stava a cuore: il processo sull’omicidio di Luca Bruni.

Omicidio Luca Bruni, la “sentenza” di Patitucci

In primo grado, la Dda di Catanzaro aveva chiesto il “fine pena mai” per Francesco Patitucci, accusato di aver deliberato in concorso con la cosca “Rango-zingari“, l’uccisione di Luca Bruni, della famiglia “Bella bella” di Cosenza. Il gup del tribunale di Catanzaro, però, aveva condannato Francesco Patitucci a 30 anni di reclusione, nonostante il boss nel processo avesse reso dichiarazioni spontanee, evidenziando la totale estraneità ai fatti contestati, soprattutto per il “disinteresse” a vedere sotto terra Luca Bruni, nonché per l’amicizia che lo legava al fratello Michele, scomparso per una grave malattia.

Nei mesi antecedenti alla sentenza, Francesco Patitucci batteva molto sul fatto che il giudice fosse attento durante gli interventi dei suoi difensori dell’epoca, gli avvocati Marcello Manna e Luigi Gullo, auspicando tra le altre cose che, una volta ritiratosi in camera di consiglio, leggesse attentamente le carte escludendo la sua responsabilità penale nell’assassinio del gennaio 2012, avvenuto a Castrolibero. Insomma, Patitucci confidava nella coscienza del giudice e al tempo stesso elogiava anche gli avvocati di Roberto Porcaro, assolto in tutti i gradi di giudizio. «Bravi tutti e due».

Nella conversazione del 14 febbraio 2018 spiegava inoltre a Rosanna Garofalo la posizione di Ettore Sottile, il cui processo di primo grado deve ancora concludersi, fosse diversa poiché vicina agli zingari. La Finanza, in quel momento, rilevava che «Patitucci professa la sua totale estraneità nei confronti del contesto Rango-zingari, nonostante ci fosse una conoscenza e una sorta di rispetto reciproco».

Sempre nella chiacchierata con Rosanna Garofalo, Francesco Patitucci evidenziava il fatto che i pentiti – riferendosi a quelli che avevano parlato della sua presenza negli incontri organizzativi e deliberativi dell’omicidio di Luca Bruni – si fossero «presumibilmente accordati durante il periodo passato in carcere insieme e conclude – annota la Finanza – manifestando tutto il suo disprezzo nei confronti probabilmente di Lamanna (“pisciaturu…”)».

Per rendere ancora più chiaro il concetto, Patitucci in un’altra conversazione affermava: «Le carte quelle sono… lo sanno pure loro che non c’entriamo niente noi italiani», ma ciò non lo esime a ritenere “legittima” la richiesta della pubblica accusa.

Il processo d’appello e il sigillo della Cassazione

Prima di arrivare alla sentenza di secondo grado, in cui i giudici della Corte d’Assise d’Appello avevano assolto Francesco Patitucci, ci sono altri passaggi rilevanti. Tra questi, il suo presunto pentimento, che Patitucci diceva a Rosanna Garofalo di far smentire attraverso i suoi avvocati e di un altro presunto pentimento di un affiliato al clan degli “zingari“, di cui in realtà non c’è mai stato traccia. Era una “voce di strada”, che non si basava su nulla di fondato.

Patitucci, avendo parlato con i suoi legali delle motivazioni della sentenza di primo grado, riteneva che le stesse non fossero sufficienti a condannarlo in appello, in quanto le ricostruzioni fatte dai pentiti erano carenti e soprattutto che i giudici d’appello si sarebbero potuti esprimere «secondo lui più liberamente».

La storia del processo di secondo grado è stata scritta anche in altre sedi, con le dichiarazioni del giudice Marco Petrini che hanno acceso i riflettori proprio sulla sentenza contro Patitucci. Un teorema accusatorio, costruito dalla Dda di Salerno, sulla base di un video in cui l’avvocato di Patitucci, Marcello Manna consegnerebbe una busta piena di soldi a Petrini, all’epoca presidente della seconda sezione penale della Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro, per fare assolvere il suo assistito.

In realtà, succede che nel gennaio del 2020, la Dda di Salerno arresta Marco Petrini per altre ipotesi di reato, apprende dalla bocca del giudice le dichiarazioni auto ed etero accusatorie contro Manna, e le motivazioni della sentenza di secondo grado sono scritte dal giudice a latere Fabrizio Cosentino che in fatto e in diritto spiega come Patitucci non avesse mai dato alcun ordine per eliminare Luca Bruni. Sentenza che ha retto finanche in Cassazione, sia per il boss di Cosenza che per Roberto Porcaro, chiamato da Patitucci “Te Piasse“. Il processo a carico di Manna, invece, è pendente ancora nell’udienza preliminare.

Il pentimento di Celestino Abbruzzese e Anna Palmieri

In una delle ultime conversazioni captate nel carcere di Cosenza tra Patitucci e Rosanna Garofalo, quest’ultima aveva comunicato al compagno dell’epoca che negli “zingari” c’erano stati altri due pentimenti: Celestino Abbruzzese “Micetto” e la moglie, Anna Palmieri. «Ma almeno, ma almeno, questi che dicono “mi pento” hanno fatto qualcosa, chi invece non ha fatto nulla che cazzo gli deve dire». E infine Patitucci ribadiva: «Che cazzo te ne frega di chi si pente, la vergogna devono averla gli altri (…) noi che vergogna dobbiamo avere, noi vergogna? La vergogna è che siamo in galera senza fare niente».

L’omicidio di Giuseppe Ruffolo

L’altra “sentenza” emessa da Patitucci, è quella sul presunto coinvolgimento di Roberto Porcaro nell’omicidio di Giuseppe Ruffolo, ucciso a Città 2000 a Cosenza, nel settembre 2011. «Questi sono usciti pazzi, che c’entra Roberto con questo omicidio». E aggiungeva: «Non ne sapevamo niente nessuno, infatti tutti quanti ci siamo guardati quando questo fatto qua, me lo ricordo (…) quella sera mi sono trovato a passare anche io da lì e che cazzo è successo…».

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