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«Quando si pentì Celestino Abbruzzese si creò il panico nei clan di Cosenza»

Lo riferisce il collaboratore di giustizia Ivan Barone che avrebbe partecipato a una riunione per commettere un'azione delittuosa di tipo estorsivo

«Quando si pentì Celestino Abbruzzese si creò il panico nei clan di Cosenza»

Quando e come la ‘ndrangheta cosentina apprese del pentimento di Celestino Abbruzzese, meglio conosciuto come “Claudio“, alias “Micetto“? La collaborazione con la giustizia del componente della famiglia “Banana” di via Popilia giunge verso la fine del 2018, allorquando la Corte di Cassazione conferma tutte le condanne del processo “Job Center“, l’inchiesta della Squadra Mobile di Cosenza, contro un’associazione a delinquere dedita al narcotraffico operante nel cuore di Cosenza. Da quel procedimento escono cinque pentiti: Marco Paura, Celestino Abbruzzese, Anna Palmieri, moglie di “Micetto”, Vincenzo De Rose e Francesco Noblea. Oggi il collaboratore Ivan Barone contestualizza il momento in cui “zingari” e italiani vengono a conoscenza della scelta di “Micetto”.

Celestino Abbruzzese si pente: il racconto di Barone

«Nella foto numero 3 riconosco Claudio Abbruzzese, detto micetto, fratello dei Banana, collaboratore di giustizia. Con riferimento alla sua collaborazione voglio riferire di come io e il nostro gruppo dei Banana ne siamo venuti a conoscenza. Ricordo che una sera all’incirca del 2018 c’eravamo riuniti io Danilo Turboli, Roberto Porcaro, Luigi e Marco Abbruzzese e Antonio Marotta, detto capiceddra, perché dovevamo commettere un’azione delittuosa di tipo estorsivo» che la Dda di Catanzaro non mette in chiaro. «Dopo che ci siamo riuniti per effettuare questa azione delittuosa ci ha raggiunti Attento» e in questa circostanza i presenti avrebbero appreso della volontà di Celestino Abbruzzese di collaborare con la giustizia. »A questa notizia si è creato non poco panico tra di noi così che abbiamo desistito per quella sera di proseguire nell’attività delittuosa».

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Barone, inoltre, racconta un altro particolare che trova riscontro, almeno dal punto di vista temporale, con le dichiarazioni rese in aula da “Micetto” in “Testa di Serpente“, quando lo stesso pentito aveva riferito in udienza della visita in carcere dei familiari. «All’incirca dopo 4 o 5 mesi, sono salito a Roma, insieme a Luigi Abbruzzese, Marco Abbruzzese, Nicola Abbruzzese e il cognato Antonio Abruzzese, perché i “Banana” volevano a tutti i costi effettuare un colloquio con Micetto al fine di farlo ritrattare e con l’idea che se non avesse ritrattato lo avrebbero ammazzato nel carcere stesso». Il colloquio non avviene perché “Claudio” si rifiuta.

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