Nell’agosto del 2015, i carabinieri li fermano a bordo di un’auto rubata, ma l’accusa mossa in seguito a Francesco e Kevin Noblea – la ricettazione – alla resa dei conti, si è rivelata inconsistente. Anzi, sbagliata. Quel veicolo, infatti, erano stati proprio loro a rubarlo.

È per questo motivo, per un capo d’imputazione confezionato male, che oggi i due fratelli sono stati assolti con la formula più ampia – «il fatto non sussiste» – al termine del processo innescato da fatti verificatisi quasi nove anni fa in autostrada, nella stazione di servizio di “Galdo”.

È lì, infatti, che i militari dell’Arma li avevano pizzicati, trovandoli anche in possesso di uno stock di banconote false. Quest’ultima circostanza ha innescato un procedimento giudiziario poi risoltosi nel tribunale di Lagonegro, mentre la provenienza furtiva dell’auto, risultata rubata a Cosenza, ha determinato l’altro processo giunto oggi a conclusione.

Se è finita com’è finita, lo si deve a un dettaglio decisivo ignorato dagli inquirenti: già nell’immediatezza, uno dei due fratelli aveva ammesso di aver trafugato quell’auto.  Che lo abbia ribadito anche negli anni successivi, non ha mutato la sostanza del discorso: l’accusa di ricettazione è rimasta invariata, nessuno ha ritenuto di modificare il capo d’imputazione in “furto”, ragion per cui è verosimile che il giudice si sia regolato di conseguenza.

La Procura ha tenuto la barra dritta fino all’ultimo, tant’è che in sede di requisitoria, il pubblico ministero d’udienza ha chiesto la condanna di ambedue gli imputati a due anni e otto mesi di carcere. Il verdetto finale, però, si è inserito nel solco di un’assoluzione collettiva. Kevin era difeso dall’avvocato Cristian Cristiano mentre a rappresentare Francesco Noblea, da alcuni anni a questa parte collaboratore di giustizia, c’era l’avvocato Michele Gigliotti.