VIDEO | Spesso trascurato eppure importantissimo grazie alla sua capacità di contenere una grande quantità di carbonio: «In Calabria e nel Sud Italia temperature alte e piogge lo stanno impoverendo, ma dal modo di coltivare può venire parte della soluzione»
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Non è soltanto il terreno su cui coltiviamo, è un alleato fondamentale nella lotta al cambiamento climatico. Eppure spesso scompare dalla narrazione. Del suolo, e di cosa può fare se trattato nel giusto modo, si parla poco. Gabriele Buttafuoco ne ha fatto l’oggetto dei suoi studi. Osservazioni corredate di foto e grafici che scorrono sullo schermo del suo computer accanto a una citazione di Alexander Pope: «Non un caos in cui tutto è schiacciato e confuso, ma come il mondo, in armoniosa confusione: dove vediamo ordine nella varietà, e dove, sebbene tutte le cose differiscano, tutte concordano».
È l’idea di come, in natura, i vari attori agiscano gli uni in correlazione agli altri. E il suolo è un attore tutt’altro che secondario. «Il clima che cambia e i suoi effetti sono ormai riconosciuti o, comunque, percepiti da tutti. Quello che spesso non è chiaro è lo stretto legame con il suolo e l’agricoltura. Il suolo è centrale nella mitigazione e nell’adattamento agli effetti del cambiamento climatico».
Dirigente di ricerca del Cnr e responsabile della sede secondaria di Rende dell’Isafom – l’Istituto per i sistemi agricoli e forestali del Mediterraneo – al secondo piano della palazzina in via Cavour Buttafuoco analizza e rielabora i dati raccolti sul campo. Dati che spiegano cosa ci sia davvero sotto ai nostri piedi. E perché, in un contesto segnato da aumento delle temperature, siccità ed eventi meteorologici estremi, l’agricoltura sostenibile sia una priorità, soprattutto nelle aree del Sud Italia e della Calabria.
Dottor Buttafuoco, perché il suolo è così importante nella lotta al cambiamento climatico?
Il suolo è il più grande serbatoio di carbonio delle terre emerse. Nei primi trenta centimetri di terreno ci sono circa 680 miliardi di tonnellate di carbonio, quasi il doppio di quello presente nell’atmosfera. Questo carbonio arriva dalle piante: radici, foglie, residui che i microrganismi trasformano in sostanza organica. Se il suolo ne accumula un po’ di più, toglie anidride carbonica dall’atmosfera. Se ne perde anche poco, la restituisce. Per questo è un alleato del clima che finora abbiamo trascurato.
Che ruolo svolge l’agricoltura in questo processo?
L’agricoltura è il rubinetto: può riempire il suolo di carbonio o svuotarlo. Arature profonde e frequenti, terreni lasciati nudi, residui colturali bruciati o asportati accelerano la perdita di sostanza organica. Al contrario, coperture vegetali, lavorazioni ridotte, rotazioni e ammendanti organici aiutano a ricostruirla. Ma c’è anche un secondo fronte: i fertilizzanti azotati. Quando l’azoto è in eccesso, il suolo emette protossido di azoto, un gas serra molto potente.
Di cosa si tratta?
Il protossido di azoto è un gas serra quasi trecento volte più potente della CO₂. Si forma nel suolo quando i microrganismi trasformano l’azoto dei concimi e dei reflui zootecnici. A livello mondiale l’agricoltura produce circa tre quarti delle emissioni umane di questo gas e dal 1980 sono cresciute di due terzi. La buona notizia è che concimare meglio, con la dose giusta al momento giusto, riduce le emissioni e fa anche risparmiare l’agricoltore.
Quali pratiche possono adottare gli agricoltori per proteggere il suolo e contribuire alla mitigazione climatica?
Tenere il suolo sempre coperto e dargli da mangiare. Significa utilizzare colture di copertura nei mesi in cui il campo resterebbe nudo, lasciare i residui sul terreno, ridurre le lavorazioni, usare compost e letame. Sul fronte dell’azoto, concimare in base a cosa serve davvero alla coltura, anche con strumenti di agricoltura di precisione. Sono pratiche che aumentano la fertilità e la capacità del suolo di trattenere acqua. Il clima ci guadagna, ma anche il bilancio dell’azienda.
In questo contesto si inserisce anche l’iniziativa internazionale “4 per 1000”, che prevede incentivi economici per incoraggiare gli agricoltori a pratiche sostenibili e dimostrare che possono fornire soluzioni concrete alla sfida posta dal cambiamento climatico, affrontando al contempo la sfida della sicurezza alimentare attraverso l’attuazione di pratiche agricole adattate alle condizioni locali (agroecologia, agroforestazione, agricoltura conservativa, gestione del paesaggio ecc.). L’iniziativa è a beneficio sia degli agricoltori sia dei pastori che sono i primi a essere colpiti dal degrado del suolo e, più in generale, dell’intera popolazione mondiale.
Quali sono gli effetti del cambiamento climatico sui suoli del Sud Italia e della Calabria?
Al Sud il suolo parte già povero di sostanza organica, e il clima che cambia lo impoverisce ancora. Con temperature più alte, la sostanza organica si decompone più in fretta. Le piogge brevi e violente, sempre più frequenti, portano via lo strato più fertile. E un suolo impoverito trattiene meno acqua, proprio quando la siccità aumenta. Si forma un circolo vizioso. Rompere questo circolo è insieme mitigazione e adattamento: serve al clima e serve all’agricoltura.
Il carbonio presente nel suolo può essere misurato in modo affidabile?
Qui si colloca la nostra attività scientifica a servizio della collettività. Senza misure affidabili, il carbonio nel suolo resta una promessa. Il carbonio varia molto da un punto all’altro del campo e cambia lentamente. Quindi, servono campionamenti del suolo ben progettati e tempi lunghi. Oggi combiniamo analisi di laboratorio, sensori di campo come la spettroscopia, immagini satellitari e da drone e modelli statistici e spaziali per costruire mappe e seguirne l’evoluzione. È un lavoro indispensabile, perché su questi numeri si basano le politiche e anche i crediti di carbonio pagati agli agricoltori.
Inoltre, qualunque mappa è affetta da incertezza ossia dalla conoscenza parziale della realtà poiché limitata ai punti di misura. Quindi, forniamo al decisore politico anche strumenti di valutazione della fiducia delle nostre mappe alle diverse aree di interesse.
L’Europa come si sta muovendo?
Per la prima volta l’Europa ha una legge che obbliga a monitorare la salute del suolo. La direttiva sul monitoraggio dei suoli, approvata nel 2025, chiede a tutti gli Stati membri di misurarne le condizioni con metodi comuni, con l’obiettivo di avere suoli sani entro il 2050. Oggi si stima che oltre il sessanta per cento dei suoli europei non sia in buona salute.
È un passo importante: non si può proteggere quello che non si misura. E qui ritorna il nostro contributo perché è essenziale che i valori iniziali della concentrazione di sostanza organica siano noti attraverso le mappe con l’utilizzo di misure attuali e del passato, se disponibili.
In Italia invece cosa si sta facendo?
C’è una rete italiana di competenze per la gestione sostenibile del suolo finanziata dal Masaf (d.m. 672924 del 20/12/24) e coordinata dal Crea Agricoltura Ambiente che ha per obiettivo di consolidare una rete nazionale di eccellenza capace di integrare ricerca, formazione, stakeholder e politiche, superando la frammentazione delle competenze sul suolo attraverso quattro direttrici principali.
La prima è osservare, attraverso la definizione di criteri e il supporto alla realizzazione di un Osservatorio nazionale sui suoli. La seconda è connettere, integrando la rete italiana nelle iniziative europee e internazionali. La terza è formare, rafforzando le competenze tecnico-scientifiche e la preparazione dei tecnici. La quarta è co-creare, coinvolgendo gli stakeholder, comunicando i risultati della ricerca e sviluppando raccomandazioni operative.
Il progetto ha una durata di 48 mesi, a partire dal 1° gennaio 2025, e coinvolge otto partner: Crea Agricoltura e Ambiente, Crea Politiche e Bioeconomia, Crea Foreste e Legno, Ispra, Enea, Cnr Isafom, Università di Palermo attraverso il Dipartimento di Agraria e Agris Sardegna.
Qual è il messaggio che dobbiamo dare a chi legge?
Il suolo è una risorsa che non si rinnova nell’arco di una vita umana. Per formare un centimetro di suolo fertile possono essere necessari secoli, fino a mille anni, mentre bastano pochi temporali per perderlo.
Proteggerlo significa tutelare contemporaneamente il cibo, l’acqua e il clima. Gli agricoltori possono essere protagonisti della soluzione, se li accompagniamo con conoscenze, strumenti e politiche giuste.
Il suolo non è solo terra: è il nostro futuro.




