Il dubbio, l'ironia e le contraddizioni personali, senza trasformarli in una scusa per non prendere posizione. È il filo conduttore di “TuttoBrunori, Canzoni e Monologhi – Teatri 2026”, lo spettacolo con cui Brunori Sas porta sul palcoscenico una formula diversa dal tradizionale concerto. Agli Arcimboldi di Milano, dove giovedì sera è andata in scena la prima di tre date tutte esaurite, il cantautore cosentino alterna musica e racconto, affrontando anche temi scomodi come la guerra a Gaza e il ruolo pubblico degli artisti.

La serata si apre con un monologo, non con una canzone. Una scelta che chiarisce subito le intenzioni di Dario Brunori: non una successione di brani, ma uno spettacolo teatrale nel quale la musica diventa il prolungamento delle parole. L'ispirazione dichiarata è quella del teatro-canzone di Giorgio Gaber e Sandro Luporini, rivisitato attraverso il linguaggio personale del cantautore calabrese.

Brunori Sas tra canzoni e monologhi: «Le canzoni sono estensioni del racconto»

«Il tentativo è stato quello di non fare monologhi e canzoni a compartimenti stagni, le canzoni sono delle estensioni del monologo che lo precede», spiega Brunori incontrando i giornalisti dopo lo spettacolo. L'obiettivo, racconta, era trovare una forma espressiva più vicina alla propria sensibilità, senza l'ambizione di rivoluzionare il genere.

Il risultato si muove tra teatro e stand-up comedy, con la politica sullo sfondo ma senza trasformare il palco in una tribuna. A dominare è soprattutto l'autoironia, attraverso cui l'artista mette in scena le proprie fragilità, la crisi di mezza età e la sensazione di essere fuori posto rispetto all'immagine patinata della popstar. «Ma io ho lo stesso stylist di Achille Lauro», scherza, giocando sul contrasto tra la propria normalità e i codici dello spettacolo.

Nel racconto trovano spazio anche i legami familiari. La figura del padre, ricordata con affetto, aleggia sulla serata, a partire dal nome dell'azienda di famiglia, Brunori Sas, diventato il nome d'arte del cantautore. C'è poi la madre, protagonista delle battute sul palco per le sue osservazioni sul corpo del figlio.

Da “La verità” a “Ode al cantautore”: la musica segue il racconto

Ad aprire la parte musicale è “La verità”, brano che racchiude la cifra dolceamara della scrittura di Brunori. Accanto ai pezzi più conosciuti, lo spettacolo recupera canzoni meno frequentate dal vivo, tratte anche dall'Ep “Cheap”: tra queste “Yoko Ono”, “Figli della borghesia” e soprattutto “Ode al cantautore”.

Quest'ultimo brano diventa l'occasione per una satira del mondo della musica. Con un cappello da giullare e il ritmo incalzante di un valzer, Brunori mette in scena vizi e debolezze degli artisti e dell'industria musicale, senza risparmiare se stesso.

«Quell'Ep non l'avevo mai portato in scena e mi tornava molto comodo per trattare alcuni temi», racconta, spiegando di aver scelto quei pezzi anche perché meno noti al pubblico. Una selezione pensata per sostenere la narrazione, in linea con la tradizione del teatro-canzone a cui lo spettacolo guarda.

Gaza e il ruolo degli artisti: «Il dubbio non deve diventare un alibi»

Tra i passaggi più delicati della serata c'è quello dedicato alla guerra a Gaza e alla scelta di esporsi pubblicamente. In un monologo Brunori immagina il dialogo con uno spettatore che indossa una kefiah e gli porge una bandiera palestinese, invitandolo a sventolarla sul palco. Il cantautore si confronta così con il dubbio di accettare o meno il gesto, portando in scena le contraddizioni che possono accompagnare una presa di posizione.

Il tema si intreccia con il dibattito acceso dalle dichiarazioni di Francesco De Gregori sul rapporto tra artisti e politica. Brunori non propone una risposta valida per tutti, ma prova a distinguere il dubbio come strumento di ricerca dall'indecisione che finisce per diventare una via di fuga.

«Cercare di raccontare il dubbio, la contraddizione, però il dubbio non quello che ti blocca, quello che anzi ti fa cercare con onestà e con fatica una qualche forma di verità», chiarisce. Il rischio, aggiunge, è che questa disposizione si trasformi in un alibi, proprio come può accadere con l'ironia.

«L'ironia è una grande arma, però poi può diventare anche un alibi per dire tutto e non dire niente, per lanciare il sasso e tirare la mano. Invece penso che questo spettacolo, in qualche modo, nel mio piccolo, ho lanciato il sasso senza tirare indietro la mano», afferma.

Riferendosi alle parole di De Gregori, Brunori precisa che il suo intento non è puntare il dito contro chi sceglie di intervenire nel dibattito pubblico. Il problema, secondo il cantautore, nasce quando le dichiarazioni rischiano di ridursi a retorica o opportunismo, diventando un modo per aderire a una causa senza mettersi davvero in gioco. «Non posso proprio parlare per gli altri», conclude, ribadendo la necessità di distinguere le intenzioni dalle modalità con cui vengono espresse.

La band, i classici e “L'albero delle noci”

A dare corpo alla narrazione c'è la band che aveva già accompagnato Brunori nel tour nei palasport. Gli arrangiamenti valorizzano brani come “La Ghigliottina”, “La vita com'è”, “Lamezia Milano” e “Canzone contro la paura”, con sonorità arricchite da strumenti non consueti nei concerti pop, tra cui arpa viggianese, theremin, flicorno ed eufonio.

La chiusura è affidata a “L'albero delle noci”, il brano ispirato alla figlia Fiammetta che ha conquistato il terzo posto al Festival di Sanremo del 2025, contribuendo ad avvicinare Brunori a un pubblico più ampio. Anche l'esperienza all'Ariston diventa materia per le sue battute: «Alcuni mi chiamano Brunori Sax», scherza.

Il cantautore racconta anche i pellegrinaggi dei fan all'albero che si trova nel suo giardino, meta di curiosi attratti dalla canzone. Un'aspettativa che, a suo dire, rischia di essere delusa: «Restano delusi, perché non è molto bello».

L'introduzione al brano permette poi di tornare alla paternità, raccontata con tenerezza e ironia attraverso il rapporto con la figlia, descritta scherzosamente come una piccola tiranna. È un altro esempio del modo in cui lo spettacolo alterna leggerezza e confessione personale, senza separare la dimensione privata da quella artistica.

Sanremo e il tour: finale a Cosenza il 24 e 25 novembre

Ripensando alla partecipazione al Festival di Sanremo, Brunori ammette che tornerebbe sul palco dell'Ariston, anche se non nell'edizione di quest'anno. «A Sanremo sì, devo dire la verità, ci penso perché comunque io mi sono divertito», racconta, spiegando che l'esperienza gli ha permesso di capire quanto fosse importante affrontare una sfida del genere senza snaturarsi.

«Quando tu vai, a maggior ragione in un contesto nazionalpopolare, se vai con quello che sei e fai quello che hai sempre fatto e sei onesto nel farlo, nonostante tutto intorno a te, alla fine emerge la verità», osserva. La conclusione è che rifarebbe quell'esperienza, ma ritiene giusto aspettare dopo il buon risultato ottenuto l'anno precedente.

Il tour “TuttoBrunori, Canzoni e Monologhi – Teatri 2026” prosegue con le altre due date milanesi e un calendario di appuntamenti in diverse città italiane, da Nord a Sud. Molti spettacoli sono già esauriti. La tournée si concluderà nella città d'origine del cantautore, Cosenza, al Teatro Alfonso Rendano, il 24 e 25 novembre.