La mobilitazione degli studenti a Cosenza ha portato in piazza il disagio delle famiglie, le disuguaglianze sociali e la richiesta di investimenti nell’istruzione: «I miei genitori si spaccano lavorano tutto il giorno, ma sono sempre stressati». Sciopero generale regionale fissato al 30 ottobre
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Uno dei tanti manifesti al corteo degli studenti
Ieri mattina piazza Kennedy non era un semplice punto di ritrovo per gli studenti, prima che il corteo si mettesse in movimento verso il Provveditorato. C’è stato un intervallo denso, quasi sospeso, in cui a parlare sono stati soprattutto gli sguardi. Non si respirava l’atmosfera leggera di chi scioperava per rubare qualche ora di lezione, ma di chi ha capito di non avere più margini di trattativa per una vita e un futuro migliore. A chi continua a sostenere che «alla loro età bisognerebbe soltanto studiare e pensare a divertirsi», i giovani per le vie della città hanno dimostrato invece che questo è il momento esatto in cui il peso del domani comincia a gravare sulle spalle senza sconti.
Questa protesta non comincia per strada, ma dalla realtà concreta con cui convivono ogni giorno, nelle piccole cose quotidiane, nella sensazione di dover sempre rinunciare a qualcosa. «Pensando al nostro futuro, la cosa più ingiusta è che questo futuro non è sicuro», racconta una ragazza con voce pulita ma ferma. «Vediamo molte persone, i nostri stessi genitori, che non riescono ad arrivare a fine mese. E io mi specchio in loro, se un giorno dovessi diventare io un genitore di quel tipo?».
L’impatto della crisi e l’ingiustizia di un futuro negato
Il carovita è una realtà dura e quotidiana, c’è chi afferma «a casa usiamo meno elettricità, a tavola c’è meno cibo perché nei negozi costa tutto troppo e gli scaffali sono vuoti». Ma la ferita più profonda è quel senso di frustrazione che schiaccia una generazione che vorrebbe solo camminare con le proprie gambe: «i nostri genitori vengono pagati sempre meno, nonostante si sfiniscano di lavoro dalla mattina alla sera. Io non lavoro e vederli stressati così tanto, vederli faticare senza riuscire nemmeno a fare la spesa come la facevano nel 2019 prima del Covid, mi fa stare male, mi fa sentire impotente».
Anche chi non vive direttamente la povertà, non resta indifferente, rifiuta di girarsi dall’altra parte e fa sentire la sua voce: «Vengo da una famiglia agiata, ma quando sono andata al discount a fare la spesa e l’ho trovato vuoto, ho capito che non è un problema che riguarda solo gli altri. Bisogna usare il proprio privilegio per fare rete, per evitare che gli altri vengano oppressi. Se chi ha un privilegio non parla per chi sta peggio, non si va da nessuna parte». È una questione di patto generazionale «se oggi non ci siamo noi per loro, domani quando toccherà a noi avere problemi, nessuno ci tenderà una mano, loro non ci saranno per noi».
Tra la folla c’è chi ha rivendicato la precedenza dei diritti collettivi sulle ricorrenze personali e rispondendo a chi vorrebbe gli studenti zitti, afferma: «tutti abbiamo il diritto allo studio, dobbiamo studiare, ma il governo ci deve dare la possibilità di farlo ma se i libri arrivano a costare più di qualsiasi altra cosa…». La sua denuncia ha poi toccato l’abbandono strutturale degli istituti scolastici: «promettono, promettono che faranno qualcosa per le strutture, ma alla fine non fanno niente, soprattutto da noi, dove gli edifici cadono a pezzi».
Parole a cui si è aggiunta l’indignazione contro l’esclusione sociale: «hanno persino messo un limite massimo di quanti alunni stranieri ci devono essere in classe, è una cosa inaccettabile». Eppure, nonostante tutto, per molti, il ricordo più prezioso che conserveranno della mattinata è che «per una volta anche qui al sud, siamo riusciti a manifestare come si deve e siamo tutti uniti», un corteo pacifico ma determinato, dimostrando una grande maturità.
Cartelloni, slogan e dignità
Tra i fumogeni colorati che salivano nell’aria, la protesta ha trovato forma visiva anche su cartelloni, teli esibiti con orgoglio. Ad aprire il corteo, lo striscione del Collettivo SuperioriCs che tracciava il nodo politico fondamentale: «contro carovita e guerra, soldi alla scuola non alle armi». Poco dietro, un altro lenzuolo bianco metteva a nudo il peso economico sulle famiglie: «il popolo paga e il governo intasca, il diesel è diventato più caro dell’oro».
Poi vi è anche chi ha avuto la capacità di alternare la denuncia dura all’ironia pungente, tipica della loro età. «Il cesso è sempre in fondo a destra», recitava un cartellone sollevato in mezzo alla folla tra le risate complici dei compagni, affiancato da un altro che rovesciava le gerarchie: «sottomesso alla mia tipa, non al governo». E ancora slogan capaci di raccontare l’inflazione con un sarcasmo tagliente: «La verdura aumenta? Mangeremo meloni» e «il mio ex non torna perché il gasolio costa troppo».
Dietro la battuta, però, restava intatta la determinazione: «saltiamo le nostre lezioni per insegnarne una a voi» e «fascio attento che fischia ancora il vento», e poi ancora: «fondi all’istruzione non alla guerra» e «Non risparmiate sugli studenti: uniti si vince, il sud non molla!». Tanti altri messaggi diversi che riassumono lo spirito di una manifestazione dove ogni singolo pezzo di cartone serviva per non farsi ignorare.
La storia viva e la rotta verso il 30 ottobre
Gli studenti degli istituti Da Vinci, Telesio, Pitagora, Valentini, Mancini, Cosentino, Lucrezia della Valle non hanno accettato nemmeno il rimprovero di chi vorrebbe confinarli a spettatori passivi del mondo. A chi dice che la guerra è una faccenda troppo complessa per ragazzi della loro età e che dovrebbero limitarsi a studiare il passato, la replica dei manifestanti è stata chiara e categorica: «La storia la studiamo proprio per non ripetere gli stessi errori, ma se rimaniamo fermi al passato queste lezioni non servono a nulla. Dobbiamo essere informati su quello che accade oggi, ora. A che cosa serve studiare a memoria il ventennio se poi non siamo capaci di riconoscere il fascismo al potere quando si ripresenta sotto altre forme?».
La mobilitazione di ieri mattina verso il provveditorato non è stata una parentesi isolata, ma una tappa di avvicinamento fondamentale verso lo sciopero generale regionale del 30 ottobre. Chiedendo a questi ragazzi cosa resterà di questa giornata quando saranno adulti, la risposta chiude il cerchio su ciò che si è visto davvero per strada: «ricorderemo l’unione che ci sta tenendo tutti insieme e la voglia di fare. Tra vent’anni diremo che abbiamo combattuto fino all’ultimo per i nostri diritti e per quello che ci manca».














