«Le conseguenze della guerra e del riarmo sono ormai nelle nostre case e stanno cambiando le nostre vite. Non è un eufemismo né un’esagerazione. L'aumento dei prezzi di carburanti e beni alimentari, i tagli ai servizi e la stagnazione degli stipendi peggiorano rapidamente la vita nelle nostre città. In Calabria e a Cosenza l’inflazione morde più che altrove, sommandosi a carenze strutturali come lavoro, sanità, trasporti e servizi. La fascia dei lavoratori poveri si allarga a vista d’occhio e il picco è ancora lontano. Di fronte a questo scenario, la politica non ha ricette». Lo afferma in comunicato il collettivo La Base dopo le proteste di questi giorni sul caro vita che nell’area urbana di Cosenza sono destinate a protrarsi.

«Da Roma alla Calabria – evidenziano gli attivisti - il governo risponde con manovre di propaganda a breve termine. La Premier Meloni ha scelto di far stringere la cinghia al Paese per assecondare le priorità di politica estera, scaricando i costi della crisi sulla popolazione. Misure deboli e il fallimento del tetto al prezzo dei carburanti mostrano l'incapacità di dare risposte concrete. Gli appelli della Meloni ad Eni e alle compagnie energetiche hanno mostrato tutta la debolezza del governo e il suo posizionamento di classe».

Per loro «è una scelta di campo: dalla parte delle multinazionali dell’energia, a cui non viene imposto alcun tetto ai prezzi, e di banche e comparto militare, blindati contro ogni tassazione sugli extraprofitti. Un governo che tutela chi ha già tanto, respingendo con forza qualsiasi ipotesi di patrimoniale. A pagare il carovita sono, ancora una volta, le lavoratrici e i lavoratori».

Poi ancora: «La mobilitazione dei lavoratori che da settimane attraversa la Calabria, rappresenta un segnale politico. È la spia di un’insoddisfazione crescente che, in assenza di risposte, si sta manifestando pubblicamente. “Non ce la facciamo più a campare” è la frase ricorrente che stiamo ascoltando, un’espressione assolutamente emblematica della condizione in cui versano tanti lavoratori».

«Mentre i pochissimi grandi proprietari hanno ancora la forza economica per reggere l’urto, grazie ai rapporti privilegiati con la GDO che impone i prezzi all'intero settore, la realtà dell’agricoltura calabrese è composta soprattutto da una miriade di piccole aziende. Per questo tessuto produttivo, schiacciato dal raddoppio del gasolio e dal continuo rincaro delle attrezzature, coprire i costi di produzione è diventato quasi impossibile: lavorare non conviene più. Gli effetti di questa crisi – sostiene La Base - rischiano di rivelarsi devastanti, travolgendo i piccoli commercianti locali e aggravando la condizione di un settore già afflitto dall’estrema ricattabilità di migliaia di braccianti e operai».

«I 15 milioni di euro proposti da Occhiuto per il caro-gasolio sono una provocazione - dicono senza mezzi termini -. Rappresentano il segnale di un apparato politico ormai scollegato dalla pancia del Paese, incapace di comprendere che la voce degli agricoltori è soltanto la punta dell’iceberg di un malcontento molto più ampio e diffuso. Il fatto che le proteste siano state completamente ignorate e invisibilizzate dalla stampa nazionale non è frutto del caso, ma di una scelta precisa».

«Stiamo vivendo piazze ricche di contraddizioni, caratterizzate da una composizione sociale molto diversa rispetto alle mobilitazioni degli ultimi anni. Sono piazze – tengono a precisare - in cui emerge con forza l’incapacità della politica di fornire risposte concrete ai problemi delle persone, una condizione che può allontanare dal consenso anche una parte del proprio potenziale elettorato. Per quanto riguarda la Calabria, basti pensare a Gianluca Gallo, assessore regionale all’Agricoltura ed esponente di spicco di Forza Italia, che ha costruito negli anni una parte significativa del proprio consenso proprio nel mondo agricolo, come dimostrano le circa 30 mila preferenze personali raccolte alle elezioni dello scorso anno. Oggi, però, le mobilitazioni che attraversano il settore aprono una contraddizione evidente tra quel radicamento elettorale e il crescente malcontento degli agricoltori».

«L’incapacità della politica cammina anche sulle gambe del centrosinistra, che non va oltre le manifestazioni di solidarietà a rime sparse e qualche selfie in cravatta con i trattori sullo sfondo. Un ceto politico evidentemente disinteressato anche a questa partita, rinunciatario per vocazione e alleato di fatto di Roberto Occhiuto - ritengono gli attivisti -. Attraversare queste mobilitazioni, viverle fianco a fianco e contribuire ad allargarle è necessario. Sarebbe troppo facile, al contrario, giudicare a distanza il grado di radicalità delle istanze del mondo agricolo o, peggio, stigmatizzarlo perché bacino di voti delle destre».

«Allo stesso tempo, non riteniamo che tutto possa essere giustificato con lo “stare nelle contraddizioni”» aggiungono gli attivisti e prendono di mira la campagna di Giancarlo Greco, accusato di «rilanciare la propria discesa in campo nelle file di qualche partito centrista». Per il collettivo La Base «condividere il palco di oggi e magari anche le future campagne elettorali con lui è un fatto politico che non può passare sotto silenzio né essere sminuito. La mobilitazione da lui indetta, addirittura con ambizioni nazionali, è stata bocciata dagli agricoltori e dalla gente comune, mentre è stata premiata soltanto da una parte del ceto politico e sindacale di centrosinistra, che ha attribuito a Greco un ruolo che non ha: quello di rappresentante e volto delle rivendicazioni degli agricoltori».