Le alleanze possono cambiare. Le culture politiche non possono essere trasferite come pacchetti azionari. E la storia non è un guardaroba nel quale depositare le proprie convinzioni per ritirarle quando tornano convenienti.

C'è qualcosa di più grave del trasformismo politico: la pretesa di conferirgli una dignità culturale, addirittura storica. È quanto rischia di accadere quando si sostiene che i riformisti debbano trovare il proprio spazio nel centrodestra, quasi che una tradizione politica possa essere sfrattata dalla propria cultura politica e ricollocata altrove per necessità di sopravvivenza.

Non è una questione di destra o di sinistra. È una questione di rispetto della storia, della coerenza delle idee e, soprattutto, dell'intelligenza dei cittadini.

Il riformismo italiano non è nato in una segreteria di partito, né rappresenta una corrente disponibile a qualsiasi operazione parlamentare. È il risultato di una lunga e travagliata elaborazione culturale, attraversata dal socialismo democratico, dal cattolicesimo sociale, dal liberalismo costituzionale e dalle esperienze che hanno contribuito a costruire la Repubblica.

Non è mai stato un pensiero unico. Ha conosciuto divisioni, contraddizioni, persino errori profondi. Ma ha avuto un elemento riconoscibile: la convinzione che il progresso sociale dovesse realizzarsi attraverso le istituzioni democratiche, la mediazione dei conflitti, l'allargamento dei diritti e la responsabilità del governo.

Da Turati a Rosselli, da Sturzo alle grandi esperienze del riformismo socialista e cattolico del secondo dopoguerra, le differenze furono anche radicali. Sarebbe storicamente scorretto pretendere di ricondurle a una medesima appartenenza. Eppure, proprio nella loro diversità, quelle esperienze hanno contribuito a formare una cultura della trasformazione democratica che non può essere ridotta alla ricerca di una collocazione elettorale.

La storia, peraltro, non autorizza nessuno a sostenere che il riformismo appartenga per diritto ereditario a una sola parte politica. Esistono tradizioni riformatrici anche nel pensiero liberale e conservatore. Ma riconoscere questa pluralità non significa cancellare le distinzioni che hanno segnato la vicenda repubblicana.

Il punto non è impedire ai riformisti di dialogare con il centrodestra. È pretendere che spieghino quali idee intendano portarvi, quali principi intendano difendere e quali contraddizioni siano disposti ad affrontare.

Altrimenti non si tratta di un incontro tra culture politiche. Si tratta di un trasloco. Ed è proprio qui che emerge una delle patologie della politica contemporanea: l'abitudine a considerare le appartenenze storiche come impedimenti da superare, anziché patrimoni da interpretare criticamente.

La memoria non obbliga a ripetere le scelte dei padri. Nessuna generazione è condannata a ereditare per sempre le loro alleanze. Ma chi decide di rompere una continuità politica ha il dovere intellettuale di spiegare perché. Deve dimostrare che è cambiata la realtà, non soltanto la convenienza.

Diversamente, il revisionismo delle scelte diventa una revisione opportunistica della storia.

Una democrazia matura ha bisogno di una destra capace di esprimere una propria cultura di governo, di una sinistra capace di interpretare le trasformazioni sociali e di un riformismo che sappia misurarsi con entrambe senza diventare una merce di scambio.

Non ha bisogno, invece, di una politica nella quale la parola riformista finisca per significare semplicemente disponibile a cambiare schieramento.

C'è poi un problema ancora più delicato. Se ogni tradizione politica può essere ricollocata secondo le convenienze del momento, che cosa rimane della rappresentanza democratica? Che valore assume il consenso di chi ha votato un progetto riconoscendovi una determinata cultura politica?

Non si tratta di imporre un vincolo di mandato, estraneo al nostro ordinamento costituzionale. Si tratta di riconoscere un vincolo morale di trasparenza nei confronti degli elettori. La libertà del rappresentante non può diventare indifferenza verso le ragioni della rappresentanza.

La politica ha certamente il diritto di cambiare. Anzi, talvolta ne ha il dovere. Ma deve avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.

Se nasce una nuova cultura politica, la si illustri. Se si realizza una convergenza programmatica, la si motivi. Se si abbandona una tradizione, lo si dichiari. Non si chieda però alla storia di certificare come naturale ciò che potrebbe essere soltanto una scelta di convenienza. Perché la storia non è una proprietà privata dei partiti, né un notaio chiamato ad autenticare ogni loro decisione.

La questione, alla fine, investe la qualità stessa della democrazia italiana. Un Paese che smarrisce la distinzione tra il confronto delle idee e la negoziazione delle appartenenze rischia di produrre una politica senza responsabilità culturale. Una politica nella quale tutti possono dichiararsi riformisti, liberali, popolari o progressisti, indipendentemente da ciò che propongono e da ciò che fanno.

E allora il problema non sarà più stabilire dove debbano sedersi i riformisti.

Sarà capire se esistano ancora culture politiche capaci di sopravvivere alle ambizioni personali di chi pretende di rappresentarle.

Perché cambiare idea può essere una prova di intelligenza. Cambiare alleanza può essere una scelta politica. Ma pretendere che, per giustificare entrambe, debba cambiare anche la storia è un'offesa alla memoria collettiva. E una democrazia che perde la memoria delle proprie differenze rischia, prima o poi, di perdere anche la capacità di scegliere.